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esplorazione7 Ottobre 2026 · 5 minuti di lettura

L’hacking non è come nei film: si entra dalle piccole cose

Niente schermi verdi e dita veloci: quasi sempre si entra con una password riusata o una telefonata. Storia, casi veri, Mr. Robot e un gioco.

L’hacking non è come nei film: si entra dalle piccole cose

Nei film l’hacker è sempre uguale: felpa con il cappuccio, stanza buia, dita che volano sulla tastiera e dopo dieci secondi «sono dentro». È una bella scena. Ha un solo difetto: non succede quasi mai così.

Nella realtà chi entra in un sistema di solito non rompe niente. Usa una porta che qualcuno ha lasciato aperta: una password già rubata, un aggiornamento rimandato, una persona gentile al telefono. L’hacking vero è fatto di piccole cose, ed è per questo che riguarda tutti, anche chi con i computer non ci lavora.

Da dove viene la parola

La parola nasce lontano dal crimine. Negli anni Cinquanta, al MIT di Boston, c’era un club di appassionati di trenini elettrici, il Tech Model Railroad Club. Sotto il plastico correva un groviglio di relè e interruttori che gli studenti modificavano di continuo. Nei verbali del club, già nel 1955, «hack» voleva dire metterci le mani: far fare a una cosa più di quello per cui era stata costruita.

Quegli stessi studenti passarono poi ai primi computer dell’università e si portarono dietro la parola. Un hacker, in origine, è questo: un curioso che smonta le cose per capire come funzionano.

Chi lo fa per difendere e chi per rubare

Oggi si distingue con i colori dei cappelli, come nei vecchi western. Il cappello bianco cerca le falle con il permesso del proprietario, per farle chiudere: è un mestiere, si chiama hacker etico. Il cappello nero entra senza permesso, per soldi o per danno. In mezzo ci sono le aziende che pagano chi segnala un difetto invece di sfruttarlo: si chiamano programmi di «bug bounty».

La differenza non sta nella bravura. Sta nel permesso. In Italia entrare in un sistema protetto senza averne diritto è un reato, punito fino a tre anni dall’articolo 615-ter del codice penale, anche se non si tocca nulla.

Come si entra davvero

Ogni anno la società Verizon analizza migliaia di violazioni reali. Nel rapporto del 2025, su oltre dodicimila casi, in circa sei su dieci c’entra una persona: un errore, un inganno, una credenziale rubata. Le due porte più usate sono le password già in mano ai criminali e i programmi non aggiornati.

La password più diffusa al mondo è ancora «123456»: si indovina in meno di un secondo. Ma il problema più grande è un altro. Quando un sito viene violato, le password finiscono in elenchi che girano in rete. Un programma le prova una per una su tutti gli altri servizi. Nessuno «indovina» niente: se usi la stessa password in due posti, il secondo cade insieme al primo.

L’Italia non è ai margini. Secondo il rapporto Clusit, nella prima metà del 2025 un attacco grave su dieci nel mondo ha colpito il nostro Paese.

Tre storie vere, nessuna da film

Kevin Mitnick, forse l’hacker più famoso di sempre, lo ripeteva spesso: è più facile farsi dire una password che rubarla. Usava tre leve. Parlava il gergo di chi lavorava dentro l’azienda, si presentava come qualcuno che aveva il diritto di chiedere, e metteva fretta.

Twitter, luglio 2020. Un ragazzo di diciassette anni e due complici telefonano ad alcuni dipendenti fingendosi colleghi dell’assistenza. In poche ore controllano i profili di Barack Obama, Bill Gates e decine di altri, e li usano per una truffa. Nessuna falla tecnica: una telefonata.

Las Vegas, settembre 2023. Qualcuno raccoglie dai social i dati di un dipendente della catena di casinò MGM, chiama l’assistenza interna fingendosi lui e si fa reimpostare la password. Hotel e sale da gioco restano bloccati per giorni. Il danno stimato è intorno ai cento milioni di dollari.

Il video che in Italia conoscono tutti

C’è un pezzo di storia dell’hacking italiano che dura pochi minuti e finisce con una frase diventata proverbiale: «Ci stanno tracciando! Stacca, stacca!». Due persone mascherate, un Amiga, una videocassetta arrivata nel 1991 alla redazione di una rivista milanese.

«Ci stanno tracciando, stacca stacca!»: il video di Hackerino · apri su YouTube ↗Il video parte solo se lo tocchi: prima di allora YouTube non riceve nulla.

Vero o messinscena? È una storia a sé, e l’ho raccontata per intero qui: Stacca, stacca: il mistero di Hackerino e della rivista Decoder.

La serie che lo racconta giusto

Se devo indicare un racconto dell’hacking che non mi fa storcere il naso, è Mr. Robot. È la mia serie preferita, e non solo per la trama: lì dentro prima si studiano le persone, poi le macchine. Esattamente come nella realtà.

Tocca a te: ferma l’attacco

Otto situazioni che possono capitare domani mattina. Qualcuno sta provando a entrare, e tu sei quello che deve accorgersene.

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> Otto situazioni prese dalla vita di tutti i giorni, e da Mr. Robot.

> Qualcuno sta provando a entrare. Tu sei quello che deve accorgersene.

Cinque abitudini che chiudono quasi tutte le porte

  1. Una password diversa per ogni servizio, lunga, tenuta in un gestore di password. È la singola abitudine che conta di più.
  2. Il secondo passaggio (il codice sul telefono) ovunque sia disponibile. Secondo i dati pubblicati da Microsoft nel 2019 ferma oltre il 99,9% dei tentativi di furto di un profilo.
  3. Gli aggiornamenti si fanno subito. Quando esce la correzione, la falla è ormai pubblica.
  4. Nessun codice al telefono, mai. Se chiama «la banca», si riattacca e si richiama il numero ufficiale. È il consiglio che la Polizia Postale ripete da anni.
  5. La fretta è un campanello. Ogni truffa ha bisogno che tu decida in trenta secondi. Prenderne sessanta basta quasi sempre.

Si può fare di mestiere?

Sì, ed è uno dei lavori più richiesti. Chi cerca falle con il permesso delle aziende si chiama tester di sicurezza; chi le difende ogni giorno lavora nei centri di controllo. Si comincia dalle stesse cose di questo sito: capire come funziona una rete, scrivere un po’ di codice, e soprattutto farsi la domanda da cui è nato tutto, settant’anni fa, sotto un plastico di trenini: cosa succede se lo faccio fare a qualcosa per cui non era stato pensato?

Con una regola sola, che separa il mestiere dal reato: prima si chiede il permesso.

Fine dell'articolo

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