esplorazione
La mano robotica più avanzata mai costruita? Il vero capolavoro non è l’intelligenza artificiale, ma l’ingegneria che le dà vita.
Costruire una mano robotica capace di afferrare un bicchiere, raccogliere una moneta o percepire la forza con cui stringe un oggetto è una delle sfide più complesse dell’ingegneria moderna. In questo articolo analizziamo la nuova mano robotica sviluppata da 1X Technologies per il robot umanoide NEO, scoprendo come meccanica, elettronica, sensori e intelligenza artificiale abbiano preso ispirazione direttamente dalla mano umana. Un viaggio tra biomeccanica, robotica e innovazione per capire perché, ancora una volta, la natura rimane il miglior progetto mai realizzato.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescita impressionante della robotica umanoide. Aziende di tutto il mondo stanno investendo miliardi di euro nello sviluppo di macchine capaci di camminare, osservare l’ambiente, comprendere ciò che accade intorno a loro e collaborare con gli esseri umani. Quando si parla di questi robot, però, l’attenzione si concentra quasi sempre sull’intelligenza artificiale. Ci chiediamo quanto siano intelligenti, se riusciranno a sostituire alcune attività svolte dall’uomo oppure quanto siano vicini a diventare completamente autonomi. Eppure, osservando più da vicino gli ultimi sviluppi del settore, emerge una realtà molto diversa: il vero limite della robotica moderna non è mai stato il cervello del robot. È sempre stata la sua mano.
Può sembrare sorprendente, ma costruire una mano artificiale capace di avvicinarsi alle prestazioni della mano umana rappresenta una delle sfide ingegneristiche più difficili mai affrontate. Camminare è complesso, mantenere l’equilibrio lo è ancora di più, ma afferrare un bicchiere senza romperlo, raccogliere una moneta da un tavolo, chiudere una cerniera o manipolare un oggetto fragile richiede un livello di precisione e coordinazione che ancora oggi mette in difficoltà i migliori sistemi robotici esistenti. Sono movimenti che noi eseguiamo automaticamente, senza pensarci, ma che per un robot richiedono migliaia di calcoli ogni secondo e la perfetta collaborazione tra meccanica, elettronica, sensori, algoritmi di controllo e intelligenza artificiale.

È proprio in questo contesto che si inserisce uno dei progetti più interessanti presentati negli ultimi mesi. L’azienda 1X Technologies ha presentato il 9 luglio 2026 una nuova generazione di mani robotiche destinate al proprio robot umanoide NEO, progettate con un obiettivo molto ambizioso: avvicinarsi il più possibile alla destrezza della mano umana. Secondo i dati dell’azienda riportati dalla stampa, la mano ha 25 movimenti indipendenti (22 tra dita e palmo, 3 al polso), tendini in polimero tirati da motori nell’avambraccio, sensori che rilevano pressione, punto di contatto e forze laterali, e una precisione dichiarata di 0,2 mm. Va anche detto che, secondo alcuni commentatori, in parte delle dimostrazioni la mano è comandata a distanza da una persona, non in autonomia. Non si tratta semplicemente di una pinza più sofisticata o di una mano che riesce ad aprire e chiudere le dita. Dietro questo progetto si nasconde un enorme lavoro di ingegneria meccanica, biomeccanica, elettronica e controllo automatico, con l’obiettivo di replicare uno dei sistemi biologici più complessi mai esistiti.
La mano umana rappresenta infatti uno dei più straordinari capolavori dell’evoluzione. È composta da ventisette ossa, decine di articolazioni, muscoli, tendini e legamenti che lavorano in perfetta sincronia. Ogni movimento nasce dall’interazione tra il sistema nervoso e una complessa rete di muscoli situati prevalentemente nell’avambraccio, che trasmettono la forza alle dita attraverso lunghi tendini. Questo significa che, contrariamente a quanto molti immaginano, le dita non contengono la maggior parte dei muscoli che le muovono: funzionano grazie a un sofisticato sistema di trasmissione meccanica che permette di ottenere movimenti estremamente precisi mantenendo la mano leggera, veloce ed efficiente. Ancora più sorprendente è la capacità di adattarsi automaticamente agli oggetti. Quando prendiamo un bicchiere, una penna o un uovo, non calcoliamo coscientemente la forza necessaria. Migliaia di recettori presenti nella pelle inviano continuamente informazioni al cervello sulla pressione esercitata, sull’eventuale scivolamento dell’oggetto e sulla posizione delle dita, permettendoci di correggere il movimento in tempo reale senza rendercene conto.
Riprodurre artificialmente tutto questo significa affrontare contemporaneamente problemi appartenenti a discipline completamente diverse. Servono strutture meccaniche leggere ma resistenti, motori estremamente compatti, sistemi di trasmissione efficienti, sensori capaci di percepire il contatto con gli oggetti, algoritmi in grado di interpretare queste informazioni e software che coordinino ogni singolo movimento in pochi millisecondi. È proprio questa straordinaria integrazione tra numerosi rami dell’ingegneria che rende la mano robotica uno dei dispositivi più complessi mai progettati. Ed è forse per questo motivo che, ancora oggi, molti ricercatori sostengono che costruire una mano realmente paragonabile a quella umana sia una sfida persino più difficile che sviluppare un’intelligenza artificiale avanzata.
Ed è proprio osservando il progetto di NEO che emerge una delle lezioni più affascinanti dell’ingegneria moderna. Quando dobbiamo progettare i sistemi tecnologici più avanzati, molto spesso non inventiamo qualcosa di completamente nuovo. Facciamo esattamente ciò che la natura fa da milioni di anni: osserviamo il corpo umano, ne studiamo i principi di funzionamento e cerchiamo di trasformarli in tecnologia. In fondo, dopo milioni di anni di evoluzione, esiste davvero un progetto migliore da cui prendere ispirazione?

Osservando più da vicino la nuova mano sviluppata per NEO, si scopre che la vera innovazione non è soltanto l’elettronica o l’intelligenza artificiale, ma la filosofia progettuale che si nasconde dietro ogni singolo componente. Invece di progettare una mano completamente diversa da quella umana, gli ingegneri hanno deciso di seguire la stessa strada scelta dall’evoluzione. Le dita non vengono mosse direttamente da grandi motori collocati al loro interno, ma attraverso un sofisticato sistema di tendini artificiali che trasmettono il movimento, proprio come accade nel nostro corpo. È una soluzione estremamente intelligente: spostando gran parte degli attuatori all’interno dell’avambraccio, le dita rimangono più leggere, più veloci e più precise, riducendo l’inerzia e migliorando la fluidità dei movimenti. Ancora una volta la natura dimostra di aver trovato, milioni di anni fa, una soluzione che oggi l’ingegneria continua a considerare una delle più efficienti.
Ma muovere una mano non significa automaticamente saper manipolare un oggetto. Il vero salto tecnologico arriva quando il robot inizia a “sentire”. Ogni dito della mano di NEO integra infatti sensori in grado di rilevare pressione, posizione e persino lo scivolamento di un oggetto durante la presa. Significa che la mano non si limita a chiudersi, ma riceve continuamente informazioni sull’interazione con ciò che sta toccando. Se un oggetto inizia a scivolare, il sistema aumenta automaticamente la forza di presa; se invece si tratta di qualcosa di fragile, la riduce per evitare di romperlo. È lo stesso principio che il nostro sistema nervoso utilizza ogni giorno senza che ce ne accorgiamo. Quando prendiamo un bicchiere d’acqua non calcoliamo mentalmente quanta forza applicare: migliaia di recettori presenti nella pelle inviano continuamente informazioni al cervello che corregge automaticamente ogni movimento. Riprodurre artificialmente questo comportamento rappresenta una delle più grandi conquiste della robotica moderna.
Dietro tutto questo lavora un’enorme quantità di elettronica e software. I segnali provenienti dai sensori vengono acquisiti in tempo reale, elaborati da algoritmi di controllo e interpretati dall’intelligenza artificiale, che decide come coordinare i numerosi gradi di libertà della mano. Ogni dito può muoversi in modo indipendente, adattandosi continuamente alla forma dell’oggetto e modificando la distribuzione della forza durante la presa. Tutto avviene nell’arco di pochi millisecondi. Ciò che osserviamo come un semplice gesto è in realtà il risultato di migliaia di operazioni matematiche eseguite ogni secondo, dimostrando quanto oggi la robotica sia il punto d’incontro tra meccanica, elettronica, informatica, biomeccanica e controllo automatico.
Le applicazioni di una tecnologia come questa vanno ben oltre il semplice robot umanoide. Mani robotiche sempre più sensibili potrebbero rivoluzionare il settore delle protesi avanzate, permettendo alle persone amputate di recuperare movimenti sempre più naturali. Potrebbero essere impiegate nella chirurgia robotica, dove precisione e sensibilità sono fondamentali, oppure nell’industria, nella logistica, nell’assistenza agli anziani e nelle missioni spaziali, dove la capacità di manipolare oggetti delicati rappresenta spesso il limite principale delle macchine attuali. È facile immaginare un futuro in cui questi sistemi collaboreranno quotidianamente con l’uomo, non per sostituirlo, ma per svolgere attività pericolose, ripetitive o fisicamente impegnative.
Personalmente credo che l’aspetto più affascinante di questo progetto non sia il robot in sé, ma ciò che racconta sull’ingegneria moderna. Molto spesso immaginiamo l’innovazione come qualcosa che nasce inventando da zero soluzioni completamente nuove. In realtà, osservando le tecnologie più avanzate degli ultimi anni, emerge un concetto completamente diverso: le migliori idee arrivano spesso studiando la natura. Abbiamo copiato il volo osservando gli uccelli, abbiamo sviluppato nuovi materiali ispirandoci agli organismi viventi e oggi stiamo cercando di ricreare il funzionamento della mano umana, probabilmente uno dei sistemi biomeccanici più complessi mai esistiti. Più studiamo il corpo umano e più ci rendiamo conto di quanto sia straordinariamente efficiente. Forse il futuro della robotica non consiste nel costruire macchine sempre più simili all’uomo soltanto nell’aspetto, ma nel comprenderne sempre meglio il funzionamento per riprodurne i principi fondamentali. Perché, se dopo milioni di anni di evoluzione la natura continua a rappresentare il miglior ingegnere che conosciamo… quante altre invenzioni del futuro sono già nascoste dentro il nostro stesso corpo?
SF
Perché i motori stanno nell’avambraccio
La mano presentata da 1X a luglio 2026 ha 25 movimenti indipendenti: 22 tra dita e palmo, 3 al polso. Mettere 22 motori dentro le dita è impossibile, non c’è posto. E anche se ci fosse, ogni dito diventerebbe pesante. Un dito pesante è lento da muovere e da fermare, e quando urta qualcosa colpisce più forte.

La soluzione è quella del corpo umano. I motori stanno nell’avambraccio e tirano dei tendini, qui in polimero, che scorrono fino alle dita. Le dita restano leggere.
C’è poi una scelta meno visibile. I motori hanno una riduzione bassa, tra circa 5 e 15 a 1. Con una riduzione alta il motore sarebbe più forte, ma il dito diventerebbe rigido: spinto da fuori non cederebbe. Con una riduzione bassa il dito cede, e dalla corrente del motore si capisce quanta forza sta facendo. È questo che permette di tenere un uovo senza romperlo.
- I sensori sui polpastrelli misurano pressione, punto di contatto e forze laterali. Quando un oggetto comincia a scivolare, la forza laterale cambia: da lì la mano se ne accorge.
- Errore comune: credere che ogni video mostri un robot autonomo. In alcune dimostrazioni la mano è comandata a distanza da una persona.
Fonti: eweek.com, theneuron.ai, runtimewire.com.
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