Come si sceglie il metallo di una protesi d'anca, perché un osso «si arrende» accanto a un impianto troppo rigido, come si costruisce un'impalcatura su cui far ricrescere un tessuto. Ogni capitolo ha una prova da fare con il dito.
Contenuto divulgativo. Gli appunti di questa pagina sono a scopo di studio e di cultura personale: non sono consigli medici e non sostituiscono il parere di un medico o di uno specialista. Per sintomi o dubbi rivolgiti al tuo medico; in emergenza chiama il 112, numero unico di emergenza europeo (dove è attivo il NUE sostituisce 118, 113 e 115).
01
Biomateriali: quattro famiglie, una sola regola
Un biomateriale è un materiale pensato per lavorare a contatto con i tessuti del corpo. Non basta che sia resistente: deve fare il suo lavoro e ricevere dal corpo la risposta giusta, nel posto giusto e per il tempo giusto. Questa idea, che dai miei appunti ritorna in ogni capitolo, si chiama biocompatibilità.
METALLI
Forti e tenaci
Reggono carichi ripetuti per milioni di cicli. Si usano dove serve forza: steli d'anca, placche, viti, impianti dentali.
Acciaio 316L: economico, per mezzi di sintesi temporanei.
Cobalto-cromo-molibdeno: durissimo, resiste all'usura; teste e componenti del ginocchio.
Titanio e Ti-6Al-4V: leggero, il più «gradito» all'osso (osteointegrazione), rigidezza circa metà dell'acciaio.
Nitinol (nichel-titanio): superelastico e a memoria di forma, si richiude in un catetere e si riapre nel vaso: stent e valvole percutanee.
Punto debole: molto più rigidi dell'osso; possono rilasciare ioni se si corrodono.
CERAMICHE
Dure e inerti, ma fragili
Non si corrodono e si consumano pochissimo. Rompono senza preavviso, quindi lavorano bene a compressione.
Allumina e zirconia: teste femorali e inserti, corone dentali.
Idrossiapatite: la stessa famiglia del minerale dell'osso; riveste gli steli per farli «attaccare».
Vetri bioattivi: formano sulla superficie uno strato simile all'osso e vi si legano chimicamente.
Punto debole: bassa tenacità, cioè poca resistenza alle cricche.
POLIMERI
Leggeri e su misura
Si possono fare morbidi o rigidi, permanenti o riassorbibili. Sono la famiglia più usata in assoluto.
UHMWPE (polietilene ad altissimo peso molecolare): la superficie che scorre in anca e ginocchio.
PMMA: il «cemento osseo» che fissa le protesi; anche lenti intraoculari rigide.
PEEK: rigidezza vicina all'osso, trasparente ai raggi X; gabbie per la colonna.
PLA, PLGA, PCL: si sciolgono nel corpo; suture, viti riassorbibili, scaffold.
Silicone, poliuretani: cateteri, tubi, rivestimenti di elettrocateteri.
Punto debole: resistenza bassa, usura e scorrimento lento sotto carico (creep).
COMPOSITI
Il meglio di due materiali
Una matrice tiene insieme un rinforzo (fibre o particelle). L'osso stesso è un composito: fibre di collagene elastiche più cristalli di idrossiapatite rigidi.
PEEK con fibre di carbonio: placche e steli con rigidezza simile all'osso.
Resine dentali caricate: otturazioni del colore del dente.
Polimero + ceramica: scaffold per osso.
Punto debole: proprietà diverse in ogni direzione; si possono delaminare.
Il grafico che spiega tutto: rigidezza contro resistenza
Ogni materiale occupa una zona del piano: a destra i più rigidi, in alto i più resistenti. La fascia arancione è l'osso. Tocca un materiale per leggere i suoi numeri; il problema dei metalli si vede subito: sono dieci volte più rigidi dell'osso che devono sostituire.
PROVA 1 · MODULO ELASTICO E RESISTENZA
Tocca un materiale nel grafico.
Valori tipici da letteratura (intervalli indicativi): la resistenza è quella a trazione per metalli e polimeri, a flessione per ceramiche e vetri. Scala logaritmica su entrambi gli assi.
Biocompatibilità: come risponde il corpo
BIOINERTE
Il corpo lo tollera e lo avvolge in una sottile capsula fibrosa. Esempi: allumina, zirconia, polietilene.
BIOATTIVO
Forma un legame chimico diretto con l'osso, senza capsula. Esempi: idrossiapatite, vetri bioattivi; il titanio vi si avvicina.
RIASSORBIBILE
Si scioglie poco a poco mentre il tessuto ricresce al suo posto. Esempi: PLA, PLGA, fosfato tricalcico, leghe di magnesio.
Secondi: sul materiale si depositano le proteine del sangue. Le cellule non «vedono» il materiale, vedono questo strato.
Ore e giorni: infiammazione acuta, arrivano neutrofili e macrofagi.
Settimane: se il materiale non si può eliminare, i macrofagi si fondono in cellule giganti e si forma una capsula di fibre.
Mesi e anni: equilibrio, oppure problemi: corrosione, detriti d'usura, infezione, allentamento.
PROVE · ISO 10993
Come si dimostra che è sicuro
La serie di norme ISO 10993 chiede di valutare il rischio biologico in base a dove va il dispositivo e per quanto tempo (meno di 24 ore, fino a 30 giorni, oltre 30 giorni). Le prove tipiche:
Citotossicità (parte 5): cellule in coltura a contatto con il materiale o con un suo estratto.
Sensibilizzazione e irritazione (parti 10 e 23).
Emocompatibilità (parte 4): coaguli, emolisi, piastrine, per tutto ciò che tocca il sangue.
Genotossicità, impianto, tossicità sistemica per i dispositivi di lunga durata.
L'edizione 2018 della parte 1 mette al centro l'analisi del rischio: si parte dalla chimica del materiale e si fanno solo le prove che servono davvero.
STERILIZZAZIONE
Pulito non basta
Ogni impianto entra nel corpo sterile, ma il metodo può cambiare il materiale:
Vapore in autoclave (121–134 °C): ottimo per metalli e ceramiche; rovina molti polimeri.
Ossido di etilene: a bassa temperatura, adatto ai polimeri; servono tempi di aerazione per eliminare i residui.
Raggi gamma o fascio di elettroni: penetrano nelle confezioni chiuse; nel polietilene creano radicali liberi che, con l'ossigeno, lo rendono fragile nel tempo. Per questo oggi il polietilene si irradia apposta per reticolarlo e poi si stabilizza (rifusione o vitamina E).
Plasma di perossido di idrogeno: veloce e a bassa temperatura, per strumenti delicati.
Taccuino di ingegneria · Biomedica · Materiali
Biomateriali
Il quaderno completo dei materiali che lavorano dentro il corpo: struttura, metalli, ceramiche, polimeri, compositi, risposta biologica, prove ISO 10993, sterilizzazione, insuccessi tipici ed esercizi.
Un biomateriale è un materiale scelto o progettato per stare a contatto con i tessuti del corpo e per curare, sostenere o sostituire una funzione. Dentro questa parola entrano un chiodo di titanio che tiene insieme un osso, il silicone di un catetere, il vetro di una lente intraoculare, un filo di sutura che sparisce da solo.
La difficoltà è che servono due qualità insieme. Il materiale deve fare il suo lavoro meccanico (reggere, scorrere, chiudere) e, nello stesso tempo, il corpo deve rispondere in modo adatto: non tossico, non infiammato per sempre, a volte addirittura capace di legarsi all’osso. Un materiale fortissimo ma «scomodo» per l’organismo non è un biomateriale; un materiale amichevole ma troppo debole nemmeno.
La domanda guida di questo taccuino è: perché questo materiale per questo posto? Ogni scelta è un compromesso fra rigidezza, resistenza, usura, corrosione, risposta biologica, costo e facilità di sterilizzazione.
Dalle intuizioni alle tre generazioni
Per secoli si usò quello che c’era: oro, legno, avorio. Il vero salto arrivò nel Novecento. Dopo la Seconda guerra mondiale i piloti con schegge di plexiglas (PMMA) negli occhi mostrarono che certi materiali vengono tollerati; da lì nacquero le lenti intraoculari. Negli anni Sessanta la protesi d’anca con testa metallica e coppa in polietilene, cementata con PMMA, diede il modello ancora oggi seguito.
Nelle storie del settore si parla di tre generazioni. La prima (anni ’50–’70) cercava materiali inerti: disturbare il meno possibile. La seconda (anni ’80) puntò sui bioattivi, cioè materiali che provocano una reazione utile, come il vetro 45S5 che si lega all’osso, e sui riassorbibili, che scompaiono mentre il corpo ripara. La terza, in corso, vuole materiali che guidano le cellule a rigenerare il tessuto: è la strada dell’ingegneria tessutale.
Tappe principali (date indicative)
Periodo
Novità
Perché conta
1860 circa
Lister e l’asepsi
senza sterilità nessun impianto sopravvive
1940
PMMA nell’occhio e nel cranio
si scopre che un polimero può essere tollerato
1960
protesi d’anca con cemento acrilico e polietilene
nasce la protesi moderna
1969–71
vetro bioattivo 45S5
primo materiale che si lega all’osso
1980
idrossiapatite come rivestimento
fissaggio senza cemento
dal 2000
polimeri riassorbibili, scaffold, stampa 3D
il materiale guida la guarigione
Che cosa troverai qui. Prima la struttura dei materiali, poi la risposta del corpo, le quattro famiglie, uno schema a blocchi del percorso dal materiale al dispositivo, formule con esempi svolti, i grafici, norme e prove, gli insuccessi tipici, gli esercizi con soluzione, il glossario e le fonti con i collegamenti.
2La struttura dei materiali: legami e cristalli
Quasi tutte le proprietà di un materiale nascono da come sono legati e disposti gli atomi. Nei metalli gli atomi mettono in comune gli elettroni (legame metallico): conducono, si deformano senza rompersi. Nelle ceramiche i legami sono ionici o covalenti, forti e direzionali: durezza e fragilità. Nei polimeri lunghe catene covalenti sono tenute vicine da legami deboli: leggerezza e flessibilità.
Nei solidi gli atomi possono essere ordinati in un reticolo cristallino o disordinati (amorfo, come il vetro). I reticoli più comuni nei metalli sono il cubico a corpo centrato (BCC), il cubico a facce centrate (FCC) e l’esagonale compatto (HCP). L’acciaio 316L è FCC (austenitico, quindi tenace); il titanio puro a temperatura ambiente è HCP (fase α) e sopra circa 882 °C diventa BCC (fase β): la lega Ti-6Al-4V mescola le due fasi.
Nessun cristallo è perfetto. I difetti contano moltissimo: le vacanze (atomi mancanti) permettono la diffusione; le dislocazioni (linee di atomi fuori posto) sono il modo in cui un metallo si deforma in modo permanente; i bordi di grano le fermano. Perciò un metallo a grani piccoli è più resistente (relazione di Hall-Petch) e un materiale che «lavora a freddo» si indurisce.
Nei polimeri conta anche la cristallinità: le catene ordinate in zone cristalline rendono il materiale più rigido e più resistente all’usura; la zona amorfa dà tenacità. Sopra la temperatura di transizione vetrosaTg un polimero amorfo passa da duro a gommoso: per questo il PMMA (Tg circa 105 °C) è rigido nel corpo, mentre il PCL (Tg circa −60 °C) è morbido.
FEA = Natomi·Vatomo / Vcella
Fattore di impaccamento: frazione di volume occupata da atomi sferici. FCC e HCP: 0,74; BCC: 0,68.
σs = σ0 + k / √d
Hall-Petch: la tensione di snervamento cresce al diminuire della dimensione del grano d.
E ≈ S0 / r0
Idea di fondo: il modulo elastico è la «rigidezza della molla» fra due atomi, legata alla profondità della buca di energia del legame.
Reticoli dei materiali più usati
Materiale
Reticolo
Conseguenza
Acciaio 316L
FCC (austenite)
molto duttile, non magnetico
Ti puro, Ti-6Al-4V
HCP (α) + poco BCC (β)
leggero, resistente, ottima biocompatibilità
Co-Cr-Mo
FCC o HCP, con carburi
durissimo, resistente all’usura
Idrossiapatite
esagonale (ceramica)
simile al minerale dell’osso
UHMWPE
catene con zone cristalline
tenace, ottimo scorrimento
Esempio svolto. Fattore di impaccamento del reticolo FCC
FEA = (16π/3) / (16√2) = π/(3√2) ≈ 0,74: il 26 % è spazio vuoto.
3La risposta del corpo
Appena un materiale entra nel corpo, in pochi secondi la sua superficie si copre di un velo di proteine del sangue (albumina, fibrinogeno, fibronectina…). Le cellule non «vedono» il materiale, ma questo strato: ecco perché la chimica e la rugosità della superficie contano quanto la composizione.
Poi arriva la risposta infiammatoria: prima i neutrofili (ore), poi i macrofagi (giorni) che cercano di inglobare il corpo estraneo. Se il materiale è troppo grande per essere mangiato, i macrofagi si fondono in cellule giganti da corpo estraneo. Dopo alcune settimane i fibroblasti producono collagene: tutto si chiude in una capsula fibrosa. Nei materiali ben tollerati la capsula è sottile e stabile; in quelli mal tollerati è spessa e si contrae, con dolore e perdita di funzione.
Per l’osso c’è una strada in più: la osteointegrazione, cioè il contatto diretto fra osso nuovo e superficie dell’impianto, osservata per la prima volta sul titanio. Si ottiene con superfici ruvide o porose e con rivestimenti di idrossiapatite. Per il sangue la parola chiave è emocompatibilità: contatto con il sangue vuol dire rischio di coaguli (trombosi) e di attivazione del complemento.
Sul lungo periodo i problemi sono quattro: corrosione con rilascio di ioni metallici, detriti d’usura che i macrofagi cercano di eliminare (e rilasciano sostanze che riassorbono l’osso: l’osteolisi), infezione con formazione di biofilm sulla superficie, e allentamento meccanico.
Tempi tipici della risposta a un impianto (ordini di grandezza)
Quando
Che cosa accade
secondi–minuti
strato di proteine sulla superficie
ore–giorni
infiammazione acuta: neutrofili e poi macrofagi
giorni–settimane
tessuto di granulazione, nuovi vasi, fibroblasti
settimane–mesi
capsula fibrosa o osso nuovo a contatto (osteointegrazione)
anni
usura, corrosione, allentamento: la vera prova del materiale
Idea chiave. Un materiale «inerte» in realtà non esiste: ogni impianto provoca una risposta. Il progetto cerca che la risposta sia piccola, stabile e utile.
4Metalli
I metalli reggono carichi alti e milioni di cicli, per questo sono la scelta di viti, placche, steli e stent. Quattro famiglie dominano:
Acciaio inossidabile 316L. Ferro con circa 17 % di cromo e 12 % di nichel, poco carbonio («L» = low). Il cromo forma uno strato di ossido che protegge dalla corrosione. Economico e lavorabile, ma meno resistente alla corrosione interstiziale: oggi è usato soprattutto per impianti temporanei (placche, chiodi).
Leghe cobalto-cromo (Co-Cr-Mo). Molto dure e resistenti all’usura: teste femorali, componenti del ginocchio, stent. Sono molto rigide e possono rilasciare ioni di cobalto e cromo.
Titanio e Ti-6Al-4V. Un’ottima combinazione: leggero (4,5 g/cm³), metà modulo dell’acciaio, strato di ossido (TiO2) stabilissimo che permette l’osteointegrazione. Debole all’usura per strisciamento, perciò nelle superfici di scorrimento si preferiscono altri materiali.
Nitinol (nichel-titanio quasi 50/50): ha la memoria di forma e la superelasticità. Uno stent di nitinol viene raffreddato o compresso, inserito stretto in un’arteria e si riapre da solo alla temperatura del corpo. Il dubbio è il nichel, che in alcune persone causa allergia.
Magnesio (e sue leghe) è la novità dei metalli riassorbibili: viti e stent che si corrodono lentamente nel corpo, con il problema di produrre idrogeno troppo in fretta.
Materiale
Densità (g/cm³)
E (GPa)
Snervamento (MPa)
Note
Osso corticale
1,8–2,0
12–22
—
riferimento
316L ricotto
8,0
190
190–330
duttile
316L incrudito
8,0
190
690
molto resistente
Co-Cr-Mo fuso
8,3
210–240
450–520
usura bassa
Ti puro (grado 4)
4,5
105
480
osteointegrazione
Ti-6Al-4V
4,4
110–115
795–880
steli, viti, dentale
Nitinol
6,5
30–80
plateau 200–500
superelastico
Mg puro
1,7
41–45
20–100
riassorbibile
Ti-6Al-4Vacciaio 316L ricotto
Figura. Fatica: quanto carico regge un metallo al crescere dei cicli. Curve schematiche di tipo Wöhler: oltre circa un milione di cicli il valore si appiattisce nel «limite di fatica». Un’anca fa circa un milione di passi l’anno: gli steli vengono provati per decine di milioni di cicli.
Corrosione e galvanica. Due metalli diversi in contatto nei liquidi del corpo formano una pila: il meno nobile si corrode. Per questo in una stessa protesi non si mescolano leghe diverse senza controllo. Gli ossidi superficiali (cromo, titanio) proteggono, ma se si graffiano per sfregamento si ricostruiscono in modo incompleto: è la «corrosione da sfregamento» fra stelo e testa.
5Ceramiche e vetri bioattivi
Le ceramiche hanno legami fortissimi: sono dure, inerti, resistenti all’usura e alla compressione, ma fragili (si rompono senza avvisare, a basso allungamento). Si dividono in tre comportamenti.
Quasi inerti: allumina (Al2O3) e zirconia (ZrO2), usate per teste femorali e corone dentali. La zirconia stabilizzata con ittria ha una tenacità maggiore perché i grani cambiano struttura vicino a una cricca e la chiudono (tenacizzazione da trasformazione). Le ceramiche composite (allumina-zirconia) uniscono i vantaggi.
Bioattive: idrossiapatite (HA, Ca10(PO4)6(OH)2), quasi uguale al minerale dell’osso, usata come rivestimento sugli steli e come sostituto osseo; e i vetri bioattivi, di cui il più famoso è il 45S5 (circa 45 % SiO2, 24,5 % CaO, 24,5 % Na2O, 6 % P2O5 in peso). A contatto con i liquidi si scioglie in superficie e forma uno strato di silice che attira calcio e fosfato, i quali cristallizzano in apatite: l’osso si lega a questo strato.
Riassorbibili: i fosfati di calcio come il fosfato tricalcico β (β-TCP, Ca3(PO4)2), più solubile dell’HA, che l’osso sostituisce a poco a poco. Miscele di HA e β-TCP (bifasiche) regolano la velocità. Anche il carbonio pirolitico è una «ceramica» importante: i dischi delle valvole cardiache meccaniche.
Il difetto principale è la fragilità. Una ceramica si rompe da una piccola cricca e la sua resistenza dipende dai difetti, quindi non ha un valore unico ma una distribuzione statistica (statistica di Weibull). Per questo si prova ogni pezzo e si usano fattori di sicurezza alti.
σf = KIc / (Y·√(πa))
Resistenza di un corpo fragile con una cricca di lunghezza a: KIc è la tenacità a frattura, Y un fattore di forma (circa 1).
Pf = 1 − exp[ −(σ/σ0)m ]
Statistica di Weibull: probabilità di rottura sotto la tensione σ; m (modulo di Weibull) misura la dispersione. Nelle ceramiche vale 5–20.
Ceramica
E (GPa)
Resistenza a flessione (MPa)
KIc (MPa·√m)
Comportamento
Allumina
380
400–550
4–5
quasi inerte
Zirconia (Y-TZP)
210
900–1200
6–10
quasi inerte, più tenace
Idrossiapatite densa
70–110
40–115
≈ 1
bioattiva
β-TCP
30–100
10–60
≈ 1
riassorbibile
Vetro 45S5
35
40–60
0,5–1
bioattivo, fragile
Carbonio pirolitico
28
350–500
1–2
emocompatibile
Esempio svolto. Quanto grande può essere una cricca in una testa di allumina?
Dati: KIc = 4 MPa·√m, tensione di lavoro σ = 200 MPa, Y = 1.
Cioè circa 0,13 mm: un graffio o una porosità di un decimo di millimetro basta a rompere il pezzo a quel carico. Ecco perché la finitura e i controlli sono così severi.
6Polimeri
I polimeri sono catene lunghe formate da unità che si ripetono. Sono leggeri, facili da modellare e di moltissimi tipi: la proprietà dipende da peso molecolare, cristallinità, reticolazione e additivi.
Non riassorbibili.UHMWPE (polietilene a peso molecolare ultra alto, milioni di g/mol): inserti di anca e ginocchio; la reticolazione con radiazioni ne riduce molto l’usura. PMMA: cemento osseo e lenti; polimerizza con calore (temperature locali fino a 70–80 °C). PEEK: gabbie vertebrali, trasparente ai raggi X, rigidezza vicina all’osso. Silicone (PDMS) e poliuretani: cateteri, isolanti dei cavi, valvole; PTFE e ePTFE (Teflon): protesi vascolari; PET (Dacron): protesi vascolari e suture.
Riassorbibili.PGA (acido poliglicolico), PLA (acido polilattico, nelle forme L e D,L), il loro copolimero PLGA e PCL (policaprolattone) si degradano per idrolisi dei legami estere: l’acqua spezza le catene, il peso molecolare cala, la resistenza si perde, poi il materiale si frammenta e i prodotti (acido lattico e glicolico) entrano nel metabolismo. Esistono anche polimeri naturali: collagene, chitosano, acido ialuronico, alginato, fibrina.
La velocità di degradazione si regola cambiando composizione (il PGA è idrofilo e veloce, il PCL idrofobo e lento), cristallinità, peso molecolare, spessore (nei pezzi grossi l’interno si degrada più in fretta perché gli acidi prodotti restano intrappolati: degradazione «autocatalitica»).
Polimero
E (GPa)
Tempo di degradazione
Uso tipico
UHMWPE
0,5–1,2
non si degrada
inserti articolari
PMMA
2–3
non si degrada
cemento, lenti
PEEK
3,5–4
non si degrada
gabbie vertebrali
PGA
6–7
settimane–mesi
suture
PLGA 50:50
1–3
1–2 mesi
rilascio di farmaci
PLLA
2–4
1,5–3 anni
viti, stent riassorbibili
PCL
0,2–0,4
2–3 anni
scaffold, impianti lunghi
PLGA 50:50PGAPLLAPCL
Figura. Perdita di massa dei polimeri riassorbibili nel tempo. Andamento schematico a «S»: nei primi tempi cala il peso molecolare (la resistenza), solo dopo la massa. I tempi reali variano molto con peso molecolare, forma, spessore e sede d’impianto.
7Compositi e il caso dell’osso
Un composito unisce due o più materiali per ottenere proprietà che nessuno ha da solo: una matrice (che tiene insieme e passa il carico) e un rinforzo (fibre o particelle che portano il carico). Le fibre di carbonio dentro il PEEK danno una gabbia leggera e rigida quasi quanto l’osso; il vetro nei compositi dentali dà durezza e resistenza all’usura.
La natura è la maestra: l’osso è un composito di collagene (fibre flessibili, circa 30 % in peso) e apatite (cristalli minerali, circa 65 %), con acqua. Il collagene dà tenacità, il minerale dà rigidezza: un’ossa senza minerale si piega come gomma, senza collagene si spezza come gesso. Le ricerche sui materiali sintetici copiano questa idea (HA + collagene, HA + polimero).
Le proprietà di un composito a fibre allineate dipendono dalla direzione: sono anisotrope. Nel verso delle fibre domina la regola delle miscele, in direzione trasversale il materiale è molto più debole. Per questo si costruiscono laminati con strati orientati in direzioni diverse.
Il rovescio della medaglia: all’interfaccia fra fibra e matrice si può infiltrare liquido e le fibre possono staccarsi; i compositi si degradano in modo diverso dai metalli e sono più difficili da controllare.
E∥ = VfEf + (1 − Vf)Em
Regola delle miscele (Voigt): modulo nel verso delle fibre, con deformazione uguale in fibra e matrice.
1/E⊥ = Vf/Ef + (1 − Vf)/Em
Regola inversa (Reuss): modulo trasversale, con tensione uguale in fibra e matrice.
nel verso delle fibretrasversale
Figura. Modulo di un composito PEEK + fibre di carbonio. Con il 30 % di fibre allineate il modulo nel verso delle fibre sale di 18 volte, ma di traverso quasi non cambia: dimostra l’anisotropia.
Esempio svolto. Un composito per sostituire l’osso corticale
PEEK: Em = 4 GPa. Fibre di carbonio: Ef = 230 GPa. Vf = 0,30.
Verso delle fibre: E = 0,30·230 + 0,70·4 = 69 + 2,8 = 71,8 GPa.
Un osso corticale (12–22 GPa) sta in mezzo: per avvicinarlo si usano fibre corte e distribuite in modo casuale, che danno circa 18 GPa. Il progetto sceglie la direzione delle fibre secondo il carico.
8Schema a blocchi: dal materiale al dispositivo
Schema. Il percorso di un biomateriale verso l’uso clinico. Il percorso è a serpentina. In arancio la fase che non finisce mai: la sorveglianza dopo la vendita, che dà le informazioni più importanti.
Requisiti. Dove va il dispositivo, che carico porta, per quanto tempo, a contatto con che cosa (osso, sangue, pelle, occhio). Da qui nascono le specifiche.
Scelta del materiale. Si confrontano le proprietà con i requisiti; un metodo classico sono le mappe di selezione (per esempio modulo contro resistenza) e gli indici di merito.
Lavorazione e superficie. La stessa lega può comportarsi in modo diverso a seconda di come è stata fusa, forgiata, stampata o trattata. La superficie è ciò che le cellule incontrano: si modifica con sabbiatura, attacco acido, anodizzazione, spruzzo al plasma di idrossiapatite.
Sterilizzazione e prove. La sterilizzazione deve funzionare senza rovinare il materiale (vedi capitolo 10). Le prove meccaniche (fatica, usura) e chimiche (corrosione, residui) precedono quelle biologiche.
Marcatura e sorveglianza. In Europa il dispositivo ottiene la marcatura CE con un organismo notificato secondo il Regolamento (UE) 2017/745; dopo l’impianto i registri di protesi seguono migliaia di pazienti per anni e permettono di scoprire in fretta un prodotto che non funziona.
9Formule ed esempi svolti
N = N0 · 10−t/D
Sterilizzazione: sopravvivenza dei microrganismi. D è il tempo che riduce la popolazione di dieci volte.
t = D · (log N0 − log N)
Tempo necessario per passare da N₀ a N.
P = 1 − ρapp / ρmat
Porosità da densità apparente e densità del materiale pieno.
m(t) = m0 · e−kt, t½ = ln 2 / k
Degradazione di primo ordine: massa residua e tempo di dimezzamento.
RE = Eimpianto / Eosso
Rapporto di rigidezza: quanto più rigido dell’osso è l’impianto.
D = 1,5 min (spore resistenti)D = 0,5 min (batteri comuni)
Figura. Inattivazione di microrganismi a 121 °C. La linea retta (scala logaritmica) cala di un’unità ogni D minuti. Il livello 10⁻⁶ si raggiunge a 18 min per le spore più resistenti.
Esempio svolto. Quanto vapore serve a sterilizzare?
Spore di partenza N₀ = 106; si vuole un livello di sicurezza di sterilità (SAL) di 10−6, quindi N = 10−6.
Oltre circa 3–5 volte si ha stress shielding; sotto 1 l’impianto «cede» e porta poco carico. Il progetto cerca di stare vicino a 1 con forme cave o porose.
Esempio svolto. Rapporto calcio/fosforo dell’idrossiapatite
Formula Ca10(PO4)6(OH)2: 10 atomi di calcio e 6 di fosforo.
Rapporto molare Ca/P = 10/6 = 1,67. Per il β-TCP, Ca3(PO4)2: 3/2 = 1,5.
Un rapporto sotto 1,67 indica fosfati più solubili; sopra, presenza di ossido di calcio. Si misura con diffrazione di raggi X e analisi chimica.
10Prove, norme e sterilizzazione
Come si valuta la sicurezza biologica. La serie di norme ISO 10993 chiede di valutare il rischio in base al tipo di contatto (superficie, comunicante con il sangue, impiantato) e alla durata (limitata: fino a 24 ore; prolungata: fino a 30 giorni; permanente: oltre 30 giorni). La parte 1 (edizione 2018) parte dalla caratterizzazione chimica del materiale e dal rischio, non da una lista fissa di prove sugli animali; i principi sono compatibili con quelli del 3R (ridurre, sostituire, raffinare).
Le prove principali sono: citotossicità (parte 5: cellule in coltura a contatto con l’estratto del materiale), sensibilizzazione e irritazione (parti 10 e 23), emocompatibilità (parte 4: emolisi, coagulazione), genotossicità (parte 3), effetti locali dopo l’impianto (parte 6), tossicità sistemica (parte 11), degradazione (parti 13–15).
Prove meccaniche. Per gli steli d’anca si usa la prova di fatica secondo la norma ISO 7206-4 (circa 10 milioni di cicli), per l’usura dei polimeri macchine che simulano il passo (ISO 14242). I metalli e i polimeri sono definiti da norme ASTM per composizione e proprietà (per esempio ASTM F136 per Ti-6Al-4V ELI, ASTM F138 per l’acciaio 316L).
Sterilizzazione. Ogni metodo ha una controindicazione. Vapore saturo (121–134 °C): sicuro e senza residui, ma rovina molti polimeri e i materiali sensibili all’umidità. Ossido di etilene (EtO): a bassa temperatura, adatto ai polimeri; richiede aerazione per eliminare un gas tossico e cancerogeno. Raggi gamma o fasci di elettroni (dose standard 25 kGy): attraversano la confezione; nel polietilene producono radicali liberi che, in presenza di ossigeno, ossidano il materiale: per questo l’UHMWPE si sterilizza in atmosfera inerte. Plasma di perossido di idrogeno: rapido e a freddo, ma non adatto a materiali che assorbono liquidi.
Il fine ultimo della sterilizzazione è un livello di sicurezza di sterilità (SAL) di 10−6: una probabilità su un milione di trovare un microrganismo vivo dopo il trattamento.
Metodo
Temperatura
Vantaggi
Limiti
Vapore (autoclave)
121–134 °C
economico, senza residui
solo materiali che reggono il calore umido
Ossido di etilene
30–55 °C
adatto ai polimeri
gas tossico, serve aerazione
Raggi gamma / elettroni
ambiente
penetra nell’imballo
danni da radicali nei polimeri
Plasma di H2O2
< 50 °C
rapido, senza residui tossici
non per liquidi e cellulosa
Calore secco
160–180 °C
vetro e metalli, senza umidità
lento, solo materiali resistenti
11Quando le cose vanno male: insuccessi tipici
I casi di insuccesso hanno spiegato più dei casi di successo. Ecco i più istruttivi.
Osteolisi da detriti. Nelle protesi d’anca con inserto di polietilene convenzionale, i milioni di cicli staccano particelle microscopiche; i macrofagi le inglobano, producono sostanze che riassorbono l’osso intorno all’impianto e lo allentano. Risposta: polietilene reticolato, teste più lisce, ceramica su ceramica.
Metallo su metallo. Le protesi con testa e coppa in Co-Cr hanno dato in alcuni modelli ioni di cobalto e cromo in eccesso e reazioni dei tessuti vicini (pseudotumori): per questo oggi sono quasi abbandonate. È un caso classico in cui le prove di laboratorio non erano state abbastanza lunghe e la sorveglianza dopo la vendita ha trovato il problema.
Frattura della ceramica. Le prime teste in allumina si rompevano per cricche o difetti; le ceramiche moderne sono più pure, a grani fini, provate una a una con una prova di carico.
Corrosione da sfregamento. Fra stelo e testa modulare si crea un micro-moto: rompe lo strato di ossido, il metallo si corrode e rilascia ioni. Nuovi accoppiamenti e geometrie hanno ridotto il fenomeno.
Infezione e biofilm. Appena il materiale entra, batteri come lo stafilococco possono coprire la superficie con un biofilm che resiste agli antibiotici. Si cerca di prevenire con asepsi, antibiotici locali nel cemento, superfici antimicrobiche.
Reazioni allergiche. Una piccola quota di persone è sensibile al nichel: un caso in cui un materiale ben tollerato dai più crea problemi ad altri.
Problema
Causa
Rimedio principale
Osteolisi
detriti di polietilene
polietilene reticolato, ceramica
Pseudotumori
ioni Co e Cr da usura metallo-metallo
abbandono del modello, sorveglianza
Frattura ceramica
difetti interni, urti
ceramica pura a grani fini, prove di carico
Corrosione da sfregamento
micromovimenti nel cono di giunzione
geometria e accoppiamenti nuovi
Infezione
biofilm batterico
asepsi, antibiotici, superfici antimicrobiche
Allergia
nichel, cobalto
materiali alternativi, rivestimenti
12Esercizi con soluzione
Esercizio 1. Calcola il fattore di impaccamento di un reticolo cubico a corpo centrato (BCC), sapendo che contiene 2 atomi e che gli atomi si toccano lungo la diagonale del cubo.
Esercizio 2. Una testa in zirconia con KIc = 8 MPa·√m lavora a 300 MPa. Quanto è la lunghezza critica di una cricca (Y = 1)?
Mostra la soluzione
a = (8/300)²/π = 7,1·10⁻⁴/π ≈ 2,3·10⁻⁴ m ≈ 0,23 mm. Rispetto all’allumina del capitolo 5 (0,13 mm) la tenacità è doppia, quindi il quadrato quadruplica, ma il carico è una volta e mezzo più alto, quindi il quadrato diminuisce di 2,25: in tutto un fattore 1,8.
Esercizio 3. Un composito ha fibre di vetro (E = 70 GPa) al 40 % in volume in resina epossidica (E = 3 GPa). Calcola E nel verso delle fibre.
Mostra la soluzione
0,40 · 70 + 0,60 · 3 = 28 + 1,8 = 29,8 GPa.
Esercizio 4. Lo stesso composito, ma trasversale alle fibre: quanto vale E?
Mostra la soluzione
1/E = 0,40/70 + 0,60/3 = 0,00571 + 0,2 = 0,2057; E = 4,9 GPa. Sei volte meno che nel verso delle fibre.
Esercizio 5. Una popolazione di 10⁴ spore con D = 2 min: dopo quanti minuti ne resta una su un milione (10⁻⁶)?
Mostra la soluzione
Riduzione = log 10⁴ − log 10⁻⁶ = 4 + 6 = 10 volte D = 20 min.
Esercizio 6. Uno scaffold di β-TCP (densità 3,07 g/cm³) pesa 1,2 g e occupa 1,5 cm³. Calcola la porosità.
Mostra la soluzione
Densità apparente 1,2/1,5 = 0,8 g/cm³. P = 1 − 0,8/3,07 = 0,74, cioè 74 %.
Esercizio 7. Una sutura in PLGA perde metà della resistenza in 14 giorni. Con un decadimento di primo ordine, quanto ne resta dopo 42 giorni?
Mostra la soluzione
Sono 3 dimezzamenti: 1/2³ = 1/8 = 12,5 %.
Esercizio 8. Perché uno stelo in Co-Cr (E = 220 GPa) mette più a rischio di stress shielding di uno in titanio (E = 110 GPa)?
Mostra la soluzione
Perché è circa due volte più rigido a parità di forma: porta una quota maggiore del carico e l’osso intorno ne riceve meno, quindi si assottiglia. Il titanio è comunque 6 volte più rigido dell’osso: per questo si cercano forme cave, porose o materiali meno rigidi.
Esercizio 9. Perché il polietilene reticolato con raggi gamma si sterilizza o si conserva senza ossigeno?
Mostra la soluzione
La radiazione crea radicali liberi nelle catene; in presenza di ossigeno si ossidano e il materiale diventa fragile con il tempo. Si evita sterilizzando in atmosfera inerte o con ossido di etilene e fondendo il materiale dopo la reticolazione per «spegnere» i radicali.
13Glossario
Amorfo
solido senza ordine a lungo raggio (come il vetro).
Anisotropo
con proprietà diverse in direzioni diverse.
Bioattivo
materiale che provoca una risposta utile e si lega ai tessuti.
Bioinerte
materiale che provoca una risposta minima.
Biocompatibilità
capacità del materiale di svolgere la sua funzione ottenendo una risposta adatta dall’organismo.
Capsula fibrosa
strato di tessuto connettivo che avvolge un impianto.
Composito
materiale fatto di matrice e rinforzo.
Corrosione
attacco chimico o elettrochimico di un metallo.
Dislocazione
difetto lineare che permette la deformazione dei metalli.
Emocompatibilità
compatibilità con il sangue (senza coaguli o danni).
Fatica
rottura per carichi ripetuti sotto la resistenza statica.
Idrolisi
rottura di un legame per azione dell’acqua.
Osteointegrazione
contatto diretto fra osso e superficie dell’impianto.
Osteolisi
perdita di osso intorno a un impianto.
Riassorbibile
materiale che si degrada e viene sostituito dal tessuto.
SAL
livello di sicurezza di sterilità, di norma 10⁻⁶.
Stress shielding
riduzione del carico sull’osso causata da un impianto più rigido.
Superelasticità
recupero di grandi deformazioni senza danni (nitinol).
Tenacità a frattura
resistenza di un materiale alla propagazione di una cricca.
Transizione vetrosa
passaggio di un polimero amorfo da duro a gommoso.
UHMWPE
polietilene a peso molecolare ultra alto.
14Fonti
Le fonti sono elencate qui sotto con i collegamenti. I valori numerici sono ordini di grandezza da letteratura e norme; per un materiale preciso fanno fede la scheda del fornitore e la norma più recente. Il testo è scritto da zero, senza copiare dai libri o dalle slide.
ISO 11137 e ISO 11135 — sterilizzazione con radiazioni e con ossido di etilene
ASTM F136 e ASTM F138 — Ti-6Al-4V ELI e acciaio 316L per impianti
Taccuino gratuito, scritto per capire e studiare: non serve a fare diagnosi né a usare apparecchi su persone. Scarica il PDF
Immagini mediche reali 2
Sono immagini vere di pazienti anonimi (volti, nomi e date non si vedono), tutte con licenza libera e attribuite. Sono oscurate di base perché possono impressionare: tocca per vedere. La scelta resta ricordata su questo dispositivo e puoi oscurarle di nuovo. Contenuto divulgativo, non è un consiglio medico: in caso di emergenza chiama il 112.
Sezione istologica di osso a contatto con una superficie di titanio: l'osso cresce fino al metallo (osteointegrazione).RobertGougaloff, «Osseointegration Histology», Public domain · Fonte: Wikimedia Commons · Modificata: ridimensionata a 1600 px e convertita in WebP.
Nitinol, la lega degli stent, al microscopio elettronico a scansione: taglio fatto con un fascio di ioni su un filo pensato per stent.Adnan Abdullah, «SEM of Nitinol Substrate», CC BY 4.0 · Fonte: Wikimedia Commons · Modificata: ridimensionata e convertita in WebP.
02
Protesi e dispositivi: progettare per vent'anni dentro una persona
Una protesi deve fare tre cose insieme: portare il carico, muoversi consumandosi il meno possibile e restare ferma dove l'hai messa. Ogni scheda qui sotto ha gli stessi quattro punti: materiali, usura, durata, scelte di progetto.
Protesi d'ancaStelo, testa, inserto e coppa
Materiali
Stelo in titanio (o Co-Cr se cementato); testa in ceramica (allumina-zirconia) o Co-Cr; inserto in polietilene reticolato o ceramica; coppa in titanio con superficie porosa.
Usura
Il punto critico è l'accoppiamento testa-inserto. Le particelle di polietilene, nell'ordine del micron, attivano i macrofagi che riassorbono l'osso (osteolisi) e la protesi si allenta. Il polietilene reticolato ha ridotto l'usura di molte volte; gli accoppiamenti metallo-metallo sono stati quasi abbandonati per gli ioni rilasciati.
Durata
Nei grandi registri circa il 58 % delle protesi d'anca è ancora al suo posto dopo 25 anni.
Progetto
Fissaggio con cemento (PMMA) o senza, per crescita dell'osso nei pori; scelta del diametro della testa (più grande = meno lussazioni); offset e lunghezza del collo per ridare la leva giusta ai muscoli. Prova le forze nel capitolo Biomeccanica.
Protesi di ginocchioFemore, tibia e un piatto di polietilene
Materiali
Componente femorale in Co-Cr (in ossido di zirconio per chi è allergico al nichel); piatto tibiale in titanio o Co-Cr; inserto in polietilene.
Usura
Contatto meno «conforme» dell'anca: pressioni locali più alte, usura per fatica superficiale (delaminazione) del polietilene.
Durata
Circa l'82 % delle protesi totali di ginocchio è ancora in sede a 25 anni.
Progetto
Conservare o sacrificare il legamento crociato posteriore; allineamento dell'arto; spessore dell'inserto; protesi solo di un compartimento quando il danno è limitato.
Meccaniche: dischi in carbonio pirolitico in un anello di titanio. Biologiche: pericardio bovino o valvola suina, fissati con glutaraldeide, su un telaio. Percutanee (TAVI): tessuto biologico cucito su una gabbia di nitinol o di Co-Cr.
Usura
Le meccaniche quasi non si consumano ma il sangue coagula sulle superfici: serve una terapia anticoagulante per tutta la vita. Le biologiche non la richiedono ma col tempo si calcificano e si irrigidiscono.
Durata
Meccaniche: di solito per tutta la vita. Biologiche: in genere 10–20 anni, meno nei pazienti giovani.
Progetto
Flusso centrale e poca turbolenza, bassa perdita di pressione; per la TAVI una gabbia che si comprime in un catetere e si riespande da sola nella valvola malata.
StentUna rete che tiene aperta l'arteria
Materiali
Co-Cr o Pt-Cr (espandibili con palloncino), nitinol (autoespandibili, per le arterie delle gambe); rivestimento di polimero che rilascia un farmaco antiproliferativo.
Usura
Non è usura: il rischio è la restenosi, il tessuto che ricresce dentro la rete, e la trombosi.
Durata
Gli stent a rilascio di farmaco hanno ridotto la restenosi da circa un caso su quattro (stent metallici nudi) a pochi casi su cento.
Progetto
Maglie sottili (meno di 0,1 mm) ma radialmente rigide; flessibili per passare nelle curve; superficie lucidata. Gli stent riassorbibili sono la nuova frontiera (capitolo Novità).
Impianto dentaleUna vite di titanio al posto della radice
Materiali
Titanio commercialmente puro o Ti-6Al-4V, a volte zirconia; superficie sabbiata e mordenzata per far aderire l'osso; pilastro e corona in ceramica.
Usura
Il pericolo è la fatica: la masticazione ripete il carico milioni di volte all'anno; e la perimplantite, un'infiammazione dei tessuti intorno.
Durata
Circa il 95 % degli impianti è ancora in funzione dopo 10 anni.
Progetto
Filettatura che distribuisce il carico, collegamento vite-pilastro che non si allenta, tempo di guarigione per l'osteointegrazione (di solito alcuni mesi).
Lente intraoculareSostituisce il cristallino nella cataratta
Materiali
Acrilico idrofobo o idrofilo pieghevole, silicone; il PMMA rigido è stato il primo materiale usato.
Usura
Nessun carico: il problema è l'opacizzazione della capsula dietro la lente, che si risolve con un colpo di laser.
Durata
Fatta per restare tutta la vita.
Progetto
Si piega e passa da un taglio di 2–3 mm; bordo squadrato contro l'opacizzazione; filtri per la luce blu; versioni toriche e multifocali.
Impianto cocleareElettrodi che parlano al nervo acustico
Materiali
Contenitore in titanio o ceramica, sigillato; filo di elettrodi in platino-iridio dentro una guaina di silicone.
Usura
Si teme il guasto del contenitore o del filo, non l'usura.
Durata
La parte impiantata è pensata per decenni; il processore esterno si cambia.
Progetto
Guaina morbida per entrare nella coclea senza danni, 12–24 contatti lungo la spirale, energia e dati via radio attraverso la pelle.
PacemakerUn piccolo generatore e i suoi fili
Materiali
Cassa in titanio saldata al laser; connettore in poliuretano; elettrocateteri con conduttore elicoidale in lega di nichel-cobalto, isolati in silicone o poliuretano, punta con steroide.
Usura
Il punto debole sono i fili: si piegano a ogni battito, circa 40 milioni di volte all'anno.
Durata
Batteria al litio-iodio: tipicamente 8–12 anni, poi si cambia il generatore.
Progetto
Consumo di microwatt; esistono pacemaker senza fili grandi come una capsula, fissati dentro il ventricolo.
Arto bionicoMotori, sensori e muscoli che comandano
Materiali
Invasatura in fibra di carbonio, struttura in alluminio o titanio, rivestimenti in silicone; nei sistemi più avanzati un perno di titanio osteointegrato nell'osso.
Usura
Si consumano motori, cavi e guanti cosmetici; il perno osteointegrato rischia infezioni nel punto in cui attraversa la pelle.
Durata
Le parti meccaniche si revisionano ogni pochi anni.
Progetto
Elettrodi sulla pelle (o impiantati) leggono i segnali dei muscoli (EMG) e li trasformano in movimenti; i sistemi nuovi restituiscono anche la sensibilità (capitolo Novità).
Suture e cateteriDispositivi piccoli, scelte di materiale grandi
Materiali
Suture riassorbibili in PGA, PLGA o polidiossanone; permanenti in polipropilene, nylon, poliestere, acciaio. Cateteri in silicone, poliuretano, PVC; rivestimenti idrofili, all'argento o con eparina.
Usura
Per le suture conta quanto resistono nel tempo: le riassorbibili perdono forza in settimane. Per i cateteri il rischio sono le infezioni del biofilm e i coaguli.
Durata
Da giorni (suture veloci) a mesi; i cateteri venosi centrali restano settimane o mesi.
Progetto
Monofilamento (meno batteri) o intrecciato (nodo più sicuro); morbidezza del catetere contro spinta per farlo avanzare.
Quanto si consuma un'anca?
Ogni passo fa scorrere la testa sull'inserto: un milione di passi l'anno è un valore tipico. Dai miei appunti: la soglia oltre la quale l'osteolisi diventa frequente è circa 0,1 mm all'anno di penetrazione della testa nel polietilene.
PROVA 2 · USURA DEL POLIETILENE
Stima indicativa: usura lineare costante proporzionale ai cicli, con valori medi riportati in letteratura per ciascun tipo di polietilene (a 1 milione di cicli all'anno). Non vale per un paziente specifico.
Taccuino di ingegneria · Biomedica · Protesi
Protesi e dispositivi impiantabili
Il quaderno completo delle protesi: anca, ginocchio, cuore e vasi, denti, occhi, orecchie, arti. Materiali, fissaggio, usura, durata, norme, insuccessi, formule ed esercizi.
Una protesi sostituisce una parte del corpo che non funziona più; un dispositivo impiantabile è un oggetto messo dentro il corpo per un tempo lungo (a volte per sempre) che può essere passivo, come una protesi d’anca, o attivo, come un pacemaker che ha una batteria e un circuito elettronico.
Una protesi deve fare tre compiti insieme: portare il carico (oppure, per un organo, svolgere la sua funzione); muoversi consumandosi il meno possibile (se è un’articolazione); e restare ferma dove è stata messa. Ogni scelta di materiale, forma e fissaggio serve uno di questi tre compiti, spesso a scapito degli altri due: ecco il filo conduttore di questo taccuino.
La domanda guida è sempre: perché questa protesi è fatta così? Dietro ogni pezzo c’è un compromesso e quasi sempre la storia di un fallimento che ha insegnato qualcosa.
Dalle prime idee ai dispositivi di oggi
Le prime protesi d’anca in avorio e metallo dell’inizio del Novecento fallivano per infezione e allentamento. Il salto avvenne negli anni Sessanta con John Charnley, che propose la «artroplastica a basso attrito»: una piccola testa metallica che scorre in una coppa di polietilene, il tutto fissato al femore con cemento acrilico. Il concetto è ancora oggi alla base della maggior parte delle protesi d’anca, e la rivista The Lancet l’ha definita «l’operazione del secolo».
In parallelo, nel 1952 Per-Ingvar Brånemark scoprì per caso che il titanio, messo in una camera nell’osso di un coniglio, si fondeva con l’osso: nacque il concetto di osteointegrazione, applicato al primo paziente con impianti dentali nel 1965. Nel 1958 fu impiantato il primo pacemaker (in Svezia), nel 1960 la prima valvola cardiaca a palla in gabbia di Starr e Edwards. Negli anni Ottanta arrivarono gli stent coronarici e i primi impianti cocleari multicanale.
Tappe principali (date indicative)
Anno
Che cosa
Perché conta
1949
prima lente intraoculare (Ridley)
dal plexiglas nell’occhio nasce la chirurgia della cataratta con lente
1958
primo pacemaker impiantato
l’elettronica entra nel corpo
1960
valvola a palla (Starr-Edwards)
si sostituisce una valvola del cuore
anni ’60
artroplastica a basso attrito (Charnley)
nasce la protesi d’anca moderna
1965
primo paziente con impianti dentali in titanio
osteointegrazione
anni ’80
stent coronarici e impianto cocleare multicanale
dispositivi per cuore e udito
dal 2000
stent a rilascio di farmaco, TAVI, pacemaker senza fili
meno invasività
Che cosa troverai qui. La fisica del carico e dell’usura, l’anca e il ginocchio, il cuore e i vasi, denti, occhi, orecchie e arti, uno schema a blocchi di un impianto cocleare, formule con esempi svolti, i grafici, norme e registri, gli insuccessi, gli esercizi, il glossario e le fonti.
2La fisica di una protesi articolare
Il carico. Sull’anca agiscono il peso del corpo e, soprattutto, la forza dei muscoli che tengono in equilibrio il bacino: nel cammino la forza sulla testa del femore raggiunge in media circa 2,4 volte il peso del corpo, quasi 2,6 scendendo le scale. Un uomo di 75 kg subisce quindi picchi di circa 1800 N a ogni passo, un milione di volte l’anno. Non è il picco a rompere la protesi, ma la ripetizione: è un problema di fatica.
L’attrito e l’usura. Due superfici che strisciano si consumano. Il meccanismo di base è descritto dalla legge di Archard: il volume consumato è proporzionale al carico e alla distanza percorsa. Le particelle staccate sono piccolissime (da frazioni di micron a qualche micron), ma i milioni di cicli ne producono miliardi; il corpo reagisce con una infiammazione cronica che riassorbe l’osso: osteolisi.
Il contatto. Quanto più le due superfici sono «conformi» (simili in forma), tanto più si distribuisce il carico e più bassa è la pressione. La testa dell’anca in una coppa quasi della stessa curvatura ha una pressione bassa; il ginocchio ha un contatto meno conforme e pressioni locali alte (qui nascono la delaminazione e la rottura per fatica dell’inserto).
La lubrificazione. Una buona articolazione si muove con un velo di liquido fra le superfici. Il metallo su polietilene lavora in regime «misto», con contatti tra rugosità; le ceramiche, molto lisce e bagnabili, si avvicinano alla lubrificazione piena. Ecco perché lisciare e lucidare le superfici è un lavoro cruciale.
Il trasferimento del carico all’osso. L’osso risponde al carico (legge di Wolff): dove lavora molto si rinforza, dove lavora poco si riassorbe. Una protesi troppo rigida «scarica» l’osso vicino (stress shielding, vedi il taccuino di biomeccanica). Per questo la forma e il materiale dello stelo contano quanto la sua resistenza.
V = K · F · s
Legge di Archard in forma semplice: volume consumato V, coefficiente specifico di usura K (mm³ per N·m), forza di contatto F, distanza di scorrimento s.
h ≈ V / (πr²)
Penetrazione lineare approssimata: volume consumato diviso per la proiezione della testa di raggio r.
s ≈ N · dciclo, dciclo ∝ r
Distanza totale: numero di cicli per percorso di un ciclo, che cresce con il raggio della testa.
Forza sull’anca nelle attività (in multipli del peso del corpo)
Attività
Picco medio
In piedi su due gambe
≈ 0,8
Camminare a 4 km/h
≈ 2,4
Salire le scale
≈ 2,5
Scendere le scale
≈ 2,6
Alzarsi dalla sedia
≈ 2,2–2,6
Inciampare
fino a 5–8
Idea chiave. Il numero dei cicli conta più dell’intensità: nei 15 anni di vita di una protesi si accumulano oltre 10 milioni di passi. Le prove di laboratorio imitano questi cicli con macchine che muovono la protesi e la caricano come il passo vero.
3La protesi d’anca
Una protesi d’anca ha quattro parti. Lo stelo entra nel canale del femore: in titanio (Ti-6Al-4V) se non cementato, in lega Co-Cr o acciaio se cementato. La testa è una sfera di 28, 32 o 36 mm, in Co-Cr o in ceramica (allumina, zirconia o composita). La coppa (acetabolare) si ancora al bacino: un guscio in titanio poroso. L’inserto sta dentro la coppa e fa da superficie di scorrimento: polietilene (oggi quasi sempre reticolato) oppure ceramica.
Il fissaggio. Nella fissazione cementata il cemento PMMA riempie lo spazio fra stelo e osso e trasferisce il carico (nei pazienti anziani è molto sicura). Nella fissazione biologica lo stelo si incastra e l’osso cresce su una superficie ruvida o porosa, a volte rivestita di idrossiapatite: è la scelta nei pazienti più giovani e con osso buono.
Gli accoppiamenti. Metallo su polietilene è il più diffuso. Ceramica su polietilene riduce l’usura. Ceramica su ceramica ha l’usura più bassa ma c’è il rischio (raro) di rottura e di «cigolio». Metallo su metallo è quasi abbandonato dopo i casi di rilascio di ioni.
La dimensione della testa. Teste più grandi sono più stabili (minor rischio di lussazione perché la testa deve spostarsi di più per uscire), ma percorrono distanze maggiori e producono più volume di usura. Il compromesso più comune è 32–36 mm.
Quanto dura? Le grandi analisi dei registri nazionali mostrano che circa il 58 % delle protesi d’anca e l’82 % di quelle di ginocchio è ancora in sede dopo 25 anni. Le cause più comuni di fallimento sono l’allentamento asettico, la lussazione, l’infezione, la frattura intorno alla protesi.
Figura. Penetrazione della testa nell’inserto di polietilene. Stima lineare con valori medi di letteratura. Oltre circa 0,1 mm all’anno l’osteolisi diventa frequente: ecco il motivo dell’adozione del polietilene reticolato.
Accoppiamenti più usati nell’anca (usura lineare indicativa)
Testa / inserto
Usura (mm/anno)
Vantaggi
Limiti
Metallo / polietilene convenzionale
0,1–0,2
economico, collaudato
osteolisi a lungo termine
Metallo / polietilene reticolato
0,01–0,05
usura molto bassa
meno tenace se troppo irradiato
Ceramica / polietilene reticolato
0,01–0,04
testa molto liscia
costo
Ceramica / ceramica
0,001–0,005
minima usura
rottura rara, cigolio
Metallo / metallo
0,005–0,02
teste grandi stabili
ioni Co e Cr, quasi abbandonato
4Ginocchio, spalla, caviglia e colonna
Ginocchio. È un’articolazione molto più complessa dell’anca: ha due condili, un piatto tibiale e la rotula, e si muove con rotolamento e scivolamento. Una protesi totale ha un componente femorale in Co-Cr (liscio, a curvatura variabile), un piatto tibiale metallico e un inserto in polietilene in mezzo, più, se serve, una rotula in polietilene. Il contatto è poco conforme, quindi le pressioni sono alte e l’inserto può delaminare. I legamenti si conservano (protesi «a conservazione del crociato») o si sostituiscono con una forma meccanica (protesi «posterostabilizzata»).
Protesi monocompartimentale. Se è consumata solo una parte del ginocchio, si sostituisce solo quella: meno osso asportato e recupero più rapido, ma un tasso di revisione più alto a lungo termine.
Spalla. Nella protesi anatomica una testa metallica scorre in una coppa di polietilene sulla scapola. Nella protesi inversa la sfera sta sulla scapola e la coppa sull’omero: cambia il punto di rotazione e il deltoide lavora meglio quando la cuffia dei rotatori non funziona.
Caviglia, gomito, dita. Sono articolazioni più piccole e con carichi molto variabili; le protesi di caviglia hanno risultati meno duraturi di quelle d’anca. Le protesi delle dita usano spesso elementi in silicone o carbonio pirolitico.
Colonna vertebrale. Le gabbie intersomatiche in PEEK o titanio riempiono lo spazio fra due vertebre dopo l’asportazione del disco, in attesa che le vertebre si fondano. Le protesi di disco cercano di conservare il movimento, ma il vantaggio rispetto alla fusione è modesto. Le viti peduncolari in titanio stabilizzano.
Confronto fra le principali articolazioni
Articolazione
Forma del contatto
Materiali tipici
Problema tipico
Anca
sfera in coppa (molto conforme)
Ti, Co-Cr o ceramica, PE reticolato
osteolisi, lussazione
Ginocchio
condili su piatto (poco conforme)
Co-Cr, Ti, PE
delaminazione, rigidità, dolore
Spalla
sfera in coppa piccola
Co-Cr o Ti, PE
allentamento della glenoide
Caviglia
cerniera con poco spazio
Co-Cr, PE
allentamento, fratture
Disco vertebrale
giunto mobile
Co-Cr, Ti, PE
usura, spostamento
5Cuore e vasi
Valvole cardiache meccaniche. Due emidischi in carbonio pirolitico che ruotano su una cerniera dentro un anello metallico rivestito. Durano tutta la vita, ma il sangue a contatto con la superficie tende a coagulare: serve la terapia con anticoagulanti (warfarin) per sempre e un controllo regolare. Nelle prime valvole a palla in gabbia gli emboli e l’emolisi erano un grande problema.
Valvole biologiche. Si usano pericardio bovino o valvola suina, trattati con glutaraldeide che stabilizza il collagene. Non richiedono anticoagulanti a lungo, ma si calcificano e si degradano in 10–15 anni (prima nei giovani). La TAVI (sostituzione della valvola aortica per via transcatetere) porta una valvola biologica su uno stent compresso, che si apre nel sito per via di un’arteria.
Stent. È una rete cilindrica, in acciaio 316L, Co-Cr, Pt-Cr o nitinol, che tiene aperta un’arteria ristretta. Gli stent a espansione con palloncino si aprono con un palloncino gonfiato; gli autoespandibili in nitinol si aprono da soli grazie alla superelasticità. Il problema è la restenosi: il tessuto ricresce all’interno. Gli stent a rilascio di farmaco (sirolimus, everolimus) con rivestimento polimerico l’hanno ridotta dall’ordine di uno su quattro a meno di uno su dieci. Il rischio successivo è la trombosi, controllata dagli antiaggreganti.
Pacemaker. Un contenitore in titanio con batteria al litio e circuito elettronico, collegato a uno o più elettrocateteri isolati in silicone o poliuretano, che portano l’impulso al muscolo del cuore. I cateteri si flettono circa 40 milioni di volte l’anno: sono il punto debole. Oggi esistono anche pacemaker senza fili grandi come una capsula, impiantati direttamente nel ventricolo.
Protesi vascolari. Tubi in PET (Dacron) a maglia o in ePTFE sostituiscono grossi vasi; sotto i 6 mm di diametro i risultati sono mediocri perché il flusso lento favorisce la trombosi e ricresce tessuto all’interno (iperplasia intimale).
Assistenza ventricolare (LVAD). Una piccola pompa a flusso continuo, assiale o centrifuga, che gira a qualche migliaio di giri al minuto e aiuta il ventricolo sinistro a spingere 4–6 litri di sangue al minuto. Serve come ponte al trapianto o come terapia permanente. I problemi sono l’emorragia, l’ictus e le infezioni del cavo.
Valvole cardiache a confronto
Tipo
Durata
Anticoagulanti
Rischio principale
Meccanica
tutta la vita
sì, sempre
trombosi, emorragie da terapia
Biologica
10–15 anni
no (o per pochi mesi)
calcificazione, nuova operazione
TAVI (biologica su stent)
dati in raccolta
antiaggreganti
perdite intorno alla valvola, blocchi di conduzione
Un compromesso evidente. Meccanica o biologica? La scelta dipende dall’età, dal rischio di emorragia e dal desiderio di evitare un’altra operazione. Non esiste una valvola ideale: ognuna sposta il problema altrove.
6Denti, occhi, orecchie e arti
Impianto dentale. È una vite di titanio (di solito titanio puro grado 4 o Ti-6Al-4V) con la superficie ruvidata o trattata. Si inserisce nella mandibola o nel mascellare; dopo alcune settimane o mesi l’osso si integra sulla superficie e si avvita sopra un moncone con la corona. Circa il 95 % degli impianti è in funzione dopo 10 anni; i nemici sono la fatica del metallo, l’eccesso di carico e la perimplantite, l’infiammazione batterica attorno all’impianto.
Lente intraoculare (IOL). Dopo la cataratta il cristallino opaco viene tolto e sostituito da una lente in acrilico idrofobo o idrofilo, a volte in silicone, che si piega e passa da un taglio di 2–3 mm. Ha un’ottica di circa 6 mm e due braccetti (aptiche) che la tengono centrata nel sacco capsulare; un potere tipico è 20 diottrie. Esistono lenti monofocali, toriche (che correggono l’astigmatismo) e multifocali.
Impianto cocleare. Per le persone con sordità profonda e nervo uditivo integro, un impianto sostituisce le cellule ciliate della coclea. Un microfono e un processore esterno trasformano il suono in impulsi; un trasmettitore a radiofrequenza li invia attraverso la pelle a un ricevitore sotto il cuoio capelluto, dentro un contenitore sigillato in titanio o ceramica; un fascio di elettrodi in platino-iridio inseriti nella coclea stimola il nervo secondo una disposizione tonotopica (acuti vicino alla base, bassi verso l’apice).
Protesi di arto. L’invasatura in carbonio e resina si adatta al moncone; il ginocchio e il piede possono essere passivi (molle in carbonio) o a controllo elettronico (microprocessore che regola l’ammortizzazione). Le mani mioelettriche leggono i segnali elettrici dei muscoli del moncone (EMG, da 50 µV a pochi mV, nella banda 20–500 Hz) e muovono un motore. Con la reinnervazione muscolare mirata i nervi dell’arto perso vengono collegati a muscoli vicini, che diventano «antenne» per più movimenti. I sistemi più avanzati usano un perno di titanio osteointegrato che esce dal moncone e ha una connessione diretta con la protesi, elettrodi impiantati e a volte una restituzione del tatto.
Suture e cateteri. Suture riassorbibili in PGA, PLGA o polidiossanone (perdono forza in settimane); permanenti in polipropilene, nylon, poliestere. Il monofilamento ha meno batteri, l’intrecciato dà un nodo più sicuro. I cateteri sono in silicone, poliuretano o PVC; rivestimenti idrofili, antimicrobici o con eparina riducono biofilm e coaguli.
Materiali dei dispositivi più comuni
Dispositivo
Materiali principali
Funzione
Impianto dentale
Ti, Ti-6Al-4V, ceramica (zirconia)
ancoraggio osseo
Lente intraoculare
acrilico, silicone
ottica e centratura
Impianto cocleare
titanio, ceramica, silicone, Pt-Ir
stimolazione del nervo
Arto bionico
carbonio, titanio, polimeri, elettronica
sostegno e movimento
Catetere
silicone, poliuretano
canale per liquidi
Sutura
PGA, PLGA, polipropilene
chiusura dei tessuti
7Schema a blocchi: l’impianto cocleare
Schema. Dal suono al nervo: percorso del segnale in un impianto cocleare. In alto la parte esterna con processore (alimentata a batteria), in basso la parte impiantata (alimentata via radiofrequenza dal trasmettitore). Il riquadro arancio è il ricevitore: fra trasmettitore e ricevitore il collegamento è senza fili, attraverso la pelle.
Microfono e filtri. Il suono è diviso in bande di frequenza come fa la coclea. Con 12 bande tra 200 e 8000 Hz ogni banda è circa il 36 % più alta della precedente (distribuzione logaritmica, come la percezione).
Inviluppo e codifica. Di ogni banda si segue solo l’ampiezza nel tempo (l’inviluppo). Una strategia a «n su m» sceglie le bande più forti in ogni istante e invia un impulso di corrente per ciascuna, uno alla volta, per evitare l’interferenza fra elettrodi vicini.
Trasmissione. Una bobina esterna, tenuta in posizione da un magnete, accoppia l’energia e i dati al ricevitore sotto la pelle. Il magnete è l’elemento delicato per la risonanza magnetica: i modelli moderni hanno magneti ruotabili o rimovibili e limiti di campo.
Elettrodi. Un fascio flessibile di 12–22 contatti in platino-iridio, inglobato in silicone, è inserito per 20–30 mm nella coclea. La cura nel non danneggiare le strutture interne si chiama «chirurgia atraumatica» ed è importante perché preserva l’udito residuo.
Programmazione. Dopo l’attivazione l’audiologo regola la soglia e il livello confortevole di ogni elettrodo. Il cervello poi impara a interpretare il segnale: per questo i risultati migliorano per mesi.
8Fissaggio e osteointegrazione
Quasi tutte le protesi si «rompono» per il loro fissaggio più che per il materiale. Esistono tre strategie e conoscere la differenza spiega molti dei compromessi visti sopra.
Fissazione con cemento (PMMA). Il cemento si prepara in sala: una polvere di PMMA con un iniziatore e un liquido di monomero (metilmetacrilato). Dopo pochi minuti si indurisce con una reazione che sviluppa calore (fino a 70–80 °C vicino al centro, meno sull’osso). Non è una colla, ma un «riempitivo» che si incastra nelle porosità dell’osso (interdigitazione) e trasferisce il carico. Pregi: stabilità immediata, anche in osso debole. Limiti: il cemento in sé ha una resistenza a fatica limitata e, rimosso, la revisione è difficile.
Fissazione biologica. La superficie dell’impianto è porosa (con pori di 100–400 µm, tessuto metallico o stampa 3D), ruvida (sabbiata) o rivestita di idrossiapatite spruzzata al plasma. L’osso penetra nei pori in 6–12 settimane. Condizione indispensabile è la stabilità iniziale: i micromovimenti oltre 100–150 µm impediscono l’osso e fanno crescere tessuto fibroso al suo posto.
Osteointegrazione del titanio. Sulla superficie di titanio si forma subito uno strato di ossido di pochi nanometri; le proteine vi si adsorbono, le cellule ossee vi aderiscono e depositano osso a contatto diretto, senza capsula fibrosa. La rugosità (qualche micron) aumenta il contatto e la ritenzione.
Rivestimenti. L’idrossiapatite accelera l’osteointegrazione nei primi anni; il rischio è che si stacchi o si sciolga. Altre strade: trattamenti con acido, anodizzazione (ossidi con nanostrutture), rivestimenti d’argento antibatterici, molecole di adesione.
Strategia
Tempo di stabilità
Per chi
Rischi
Cemento PMMA
immediata
pazienti anziani, osso debole
calore, fatica del cemento, revisione difficile
Press-fit con osteointegrazione
6–12 settimane
pazienti giovani, osso buono
micromovimenti, fratture durante l’inserimento
Rivestimento di idrossiapatite
4–8 settimane
steli e coppe senza cemento
distacco del rivestimento
Impianto dentale in Ti
6–12 settimane (a volte carico immediato)
perdita di denti
perimplantite, sovraccarico
Regola pratica. Un impianto senza cemento ha bisogno di due cose: un buon osso e un buon incastro iniziale. Se manca una delle due, il cemento è la scelta prudente.
9Durata e sopravvivenza
Quanto dura una protesi? Non si può rispondere con un solo numero: si parla di sopravvivenza, cioè della percentuale di impianti ancora in sede dopo un certo tempo. Si misura con registri nazionali di protesi e studi clinici, con la curva di Kaplan-Meier che tiene conto dei pazienti seguiti per tempi diversi.
Il «fallimento» (revisione) significa che almeno una componente è stata sostituita o tolta. Non si conta la morte del paziente come fallimento della protesi: si usa la sopravvivenza corretta per la mortalità. I grafici dei registri mostrano che la curva scende rapidamente nei primi anni (infezioni, errori di impianto), poi lentamente e con pendenza costante (usura, allentamento).
Anche i dispositivi attivi hanno una durata. La batteria di un pacemaker è dimensionata sulla corrente media assorbita: un dispositivo che assorbe 10 µA con una batteria da 1,2 Ah dura circa 14 anni; ogni microampere in più riduce la durata. Alla sostituzione si cambia solo il generatore, non gli elettrocateteri.
I fattori che influiscono sulla durata sono tre gruppi: del paziente (peso, età, livello di attività, qualità dell’osso), del dispositivo (materiali, forma, fissaggio) e dell’intervento (esperienza del chirurgo, posizionamento, prevenzione delle infezioni). Per questo uno stesso modello può avere risultati molto diversi in centri diversi.
ginocchioanca
Figura. Sopravvivenza di protesi d’anca e di ginocchio. Curva schematica costruita per passare dai valori medi a 25 anni riportati dalle grandi analisi di registro (anca 58 %, ginocchio 82 %). I dati reali sono più alti nei primi 10 anni (oltre il 90 %).
10 µA (stimolazione bassa)15 µA25 µA (stimolazione continua e alta)
Figura. Carica residua di un pacemaker con diversi consumi. Con capacità di 1,2 Ah e consumo costante la carica scende in linea retta. In realtà serve un margine: il dispositivo segnala la «fine vita» prima dell’esaurimento.
10Formule ed esempi svolti
V = KFs
Archard: volume d’usura.
σθ = Pr / t
Tensione circonferenziale in un tubo a parete sottile (vaso, stent): pressione P, raggio r, spessore t.
tvita = C / I
Durata della batteria: capacità C divisa per la corrente media assorbita I.
S(t) = e−λt
Sopravvivenza con rischio costante λ; tempo medio 1/λ.
fk = fmin · (fmax/fmin)k/n
Bande di un impianto cocleare, equispaziate in scala logaritmica (n bande, k da 0 a n).
Esempio svolto. Usura di un inserto di polietilene in un anno
Dati: coefficiente K = 10−6 mm³/(N·m), carico medio F = 1000 N, distanza per ciclo 30 mm, 106 cicli l’anno.
Distanza totale: s = 0,030 m × 106 = 3·104 m.
Volume: V = 10−6 × 1000 × 3·104 = 30 mm³ in un anno.
Testa da 28 mm (r = 14 mm): superficie proiettata π·14² = 616 mm². Penetrazione h = 30/616 ≈ 0,05 mm/anno: coerente con i valori medi (0,05–0,2).
Esempio svolto. Con polietilene reticolato e testa da 36 mm
Reticolato: K = 2·10−7 mm³/(N·m), cinque volte minore.
Testa 36 mm (r = 18 mm): la distanza per ciclo cresce in proporzione, 30 × 18/14 = 38,6 mm; s = 3,86·104 m.
V = 2·10−7 × 1000 × 3,86·104 = 7,7 mm³/anno. Area π·18² = 1018 mm²: h ≈ 0,0076 mm/anno.
Il volume diminuisce di 4 volte e la penetrazione di quasi 7: la testa più grande aumenta un po’ il volume, ma cala la profondità.
Esempio svolto. Tensione sulla parete di uno stent
Pressione arteriosa 120 mmHg ≈ 16 kPa; raggio 3 mm; parete (struttura del tubo) 0,5 mm di spessore equivalente.
σθ = P·r/t = 16 kPa × 3 / 0,5 = 96 kPa.
È molto sotto la resistenza dei metalli (centinaia di MPa): la forza che conta è quella radiale per tenere aperto il vaso contro il ritorno elastico della parete e le variazioni di pressione, ad ogni battito (circa 40 milioni l’anno).
Esempio svolto. Quanto dura la batteria di un pacemaker?
Capacità 1,2 Ah. Corrente media 12 µA = 12·10−6 A.
t = 1,2 / 12·10−6 = 105 ore.
Un anno ha 8766 ore: 105/8766 ≈ 11,4 anni.
Se la stimolazione aumenta la corrente a 20 µA: 60 000 ore ≈ 6,8 anni.
Esempio svolto. Bande di frequenza di un impianto cocleare
Si vuole coprire da 200 a 8000 Hz con 12 bande a scala logaritmica.
Estremi: 200, 272, 370, 503, 684, 931… fino a 8000 Hz. Con una scala lineare le prime bande sarebbero tutte nei bassi.
11Norme, sicurezza e registri
Dispositivo medico. In Europa le protesi sono dispositivi medici secondo il Regolamento (UE) 2017/745 (MDR). Le protesi d’anca, ginocchio e spalla, le valvole cardiache, i pacemaker sono di classe III, la più alta: richiedono una valutazione clinica approfondita, un organismo notificato e un piano di sorveglianza dopo la vendita. Ogni dispositivo impiantabile ha un codice univoco (UDI) e una tessera dell’impianto per il paziente.
Norme tecniche. Per gli steli d’anca la norma ISO 7206 definisce prove di fatica (circa 10 milioni di cicli); per l’usura dell’anca ISO 14242 con simulatori che riproducono il passo; per il ginocchio ISO 14243. Per i materiali: ISO 5832 per i metalli (acciaio, Ti, Co-Cr), ISO 5834 per l’UHMWPE, ISO 13779 per l’idrossiapatite. Per gli impianti attivi, come pacemaker e impianti cocleari, la serie ISO 14708. Per la biocompatibilità la serie ISO 10993 (vedi il taccuino di biomateriali).
Risonanza magnetica. Per ogni impianto va indicato se è compatibile con la RM. I metalli non magnetici (titanio, Co-Cr) sono generalmente sicuri, ma si scaldano un po’ e producono artefatti nell’immagine. I dispositivi con circuiti, come pacemaker e impianti cocleari, hanno condizioni precise (campo massimo, durata, programmazione). Le etichette sono «MR safe», «MR conditional» e «MR unsafe».
Registri. I registri nazionali di protesi (in Italia il Registro Italiano ArtroProtesi, RIAP) raccolgono ogni intervento e ogni revisione. Servono a confrontare modelli, a scoprire tempestivamente quelli che si comportano peggio e a informare il chirurgo e il paziente.
Richiami e vigilanza. Il fabbricante deve segnalare gli incidenti. Casi come le protesi d’anca metallo su metallo o certi elettrocateteri hanno portato a richiami: sono la prova che il sistema di sorveglianza serve.
Etichetta RM
Significato
Esempio
MR safe
nessun rischio in nessuna condizione (materiali non conduttivi e non magnetici)
Allentamento asettico. Il collegamento fra protesi e osso si indebolisce senza infezione. Cause: osteolisi da detriti, micromovimenti, stress shielding. Sintomo: dolore all’inizio del carico. Si cura con la revisione.
Infezione. Compare in circa 1 caso ogni cento. I batteri formano un biofilm che resiste agli antibiotici; spesso bisogna togliere la protesi. Prevenzione: asepsi, antibiotici prima dell’intervento, cemento con antibiotici, sale operatorie a flusso laminare.
Lussazione. La testa esce dalla coppa: per una posizione sbagliata dei componenti, tessuti molli deboli, teste troppo piccole. Si riduce con teste grandi, coppe a doppia mobilità, un buon posizionamento.
Rottura. Fratture di steli (fatica), di teste in ceramica, delle gambette degli stent, dei cateteri dei pacemaker. In ogni caso la causa è spesso un difetto più un carico ripetuto.
Trombosi e emorragia. Nei dispositivi a contatto con il sangue si bilancia fra coaguli e sanguinamento con la terapia anticoagulante.
Reazioni dei tessuti. Pseudotumori da ioni metallici (metallo su metallo), allergie al nichel, fibrosi intorno ai cateteri.
Complicanza
Frequenza (ordine di grandezza)
Prevenzione
Allentamento asettico
principale causa di revisione a lungo termine
PE reticolato, buon fissaggio, peso nei limiti
Infezione profonda
≈ 1 %
asepsi, antibiotici, ambiente sterile
Lussazione
1–5 % nei primi anni
teste grandi, posizione corretta
Frattura dell’impianto
rara
prove di fatica, taglia giusta
Restenosi dello stent
meno del 10 % con farmaco
rilascio di farmaco, antiaggreganti
Guasto di elettrocatetere
1–3 % l’anno dopo molti anni
isolanti robusti, posizionamento
13Esercizi con soluzione
Esercizio 1. Con K = 10⁻⁶ mm³/(N·m), carico 1000 N e distanza per ciclo 30 mm, quanto polietilene si consuma in 5 anni a un milione di cicli l’anno?
Mostra la soluzione
Distanza = 0,030 m × 5·10⁶ = 1,5·10⁵ m. V = 10⁻⁶ × 1000 × 1,5·10⁵ = 150 mm³ (circa 30 mm³ l’anno).
Esercizio 2. Una batteria da 1,2 Ah alimenta un dispositivo che assorbe in media 15 µA. Quanto dura?
Mostra la soluzione
t = 1,2/15·10⁻⁶ = 80 000 h; diviso 8766 ore all’anno dà 9,1 anni.
Esercizio 3. Una vena di raggio 2 mm ha parete equivalente di 0,3 mm e pressione 100 mmHg (13,3 kPa). Calcola la tensione circonferenziale.
Mostra la soluzione
σ = P·r/t = 13,3 × 2 / 0,3 ≈ 89 kPa.
Esercizio 4. Se il 58 % delle protesi d’anca è in sede dopo 25 anni e il rischio fosse costante, quale sarebbe la percentuale dopo 10 anni? Il risultato è realistico?
Mostra la soluzione
λ = −ln 0,58 / 25 = 0,0218 l’anno; S(10) = e^(−0,218) = 0,80 (80 %). I dati reali sono oltre il 90 %: il rischio non è costante, è basso all’inizio e cresce più tardi con l’usura. Il modello semplice sottostima la sopravvivenza precoce.
Esercizio 5. Quante volte aumenta la distanza percorsa per ciclo passando da una testa da 28 mm a una da 36 mm? E come cambia il volume d’usura a parità di K e F?
Mostra la soluzione
La distanza cresce in proporzione al raggio: 36/28 = 1,29, quindi circa il 29 % in più. Il volume (V = K·F·s) cresce dello stesso fattore.
Esercizio 6. Dividi la gamma da 100 a 6400 Hz in 6 bande logaritmiche. Quanto vale il rapporto fra bande consecutive?
Esercizio 7. Un segnale EMG arriva a 500 Hz. Con quale frequenza minima va campionato? Con un convertitore da 16 bit e fondo scala ±5 mV, qual è la risoluzione?
Mostra la soluzione
Almeno 1000 campioni al secondo (Nyquist); in pratica 2000. Passo = 10 mV / 65536 ≈ 0,15 µV.
Esercizio 8. Perché per un giovane con osso sano si preferisce di solito uno stelo non cementato, e per un’anziana con osso debole uno cementato?
Mostra la soluzione
Un impianto senza cemento ha bisogno di buon osso e di stabilità iniziale per consentire all’osso di crescere sulla superficie; nel giovane dura più a lungo e la revisione è più facile. Nell’osso debole il cemento dà subito stabilità e permette di caricare in fretta.
Esercizio 9. Perché lo stent in nitinol si apre da solo nell’arteria mentre uno in acciaio ha bisogno del palloncino?
Mostra la soluzione
Il nitinol è superelastico: può essere compresso a forte deformazione e ritornare alla forma originale quando viene liberato dalla guaina. L’acciaio, una volta deformato, resta deformato: serve il palloncino che lo espande in modo permanente.
14Glossario
Aptica
braccetto che tiene centrata una lente intraoculare.
Artroplastica
operazione che sostituisce o rimodella un’articolazione.
Biofilm
strato di batteri protetti da una matrice appiccicosa sulla superficie di un impianto.
Cemento osseo
PMMA che fissa la protesi e trasferisce il carico.
Delaminazione
distacco di strati dell’inserto di polietilene per fatica.
EMG
segnale elettrico dei muscoli.
Interdigitazione
penetrazione del cemento nelle porosità dell’osso.
Kaplan-Meier
metodo per stimare la sopravvivenza seguendo pazienti per tempi diversi.
Lussazione
uscita della testa dalla coppa.
Osteolisi
perdita di osso causata dai detriti.
Osteointegrazione
osso a contatto diretto con la superficie dell’impianto.
Perimplantite
infiammazione batterica attorno a un impianto dentale.
Registro protesi
banca dati nazionale di interventi e revisioni.
Restenosi
nuovo restringimento di un vaso dopo uno stent.
Revisione
secondo intervento per sostituire o togliere componenti.
Stress shielding
osso scaricato da un impianto troppo rigido.
TAVI
sostituzione della valvola aortica per via transcatetere.
Tonotopico
organizzato per frequenza, come nella coclea.
UDI
codice univoco di identificazione del dispositivo.
15Fonti
Le fonti sono elencate qui sotto con i collegamenti. I valori numerici sono ordini di grandezza tratti da studi, registri e norme; per un modello preciso di protesi fanno fede le istruzioni del fabbricante. Il testo non è una guida medica: per una protesi o un intervento decide il medico. Il testo è scritto da zero.
·Fonti e letture
J. T. Evans et al., How long does a hip replacement last? — The Lancet 393 (2019) 647: 58 % anca, 82 % ginocchio a 25 anni — pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/30782340/
S. D. Learmonth et al., The operation of the century: total hip replacement — The Lancet 370 (2007) 1508 — pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/17964352/
G. Bergmann et al., Hip contact forces and gait patterns from routine activities — J Biomech 34 (2001) 859 — pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11410170/
F. Heller et al., Musculo-skeletal loading conditions at the hip during walking and stair climbing — J Biomech 34 (2001) 883 — pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11410172/
OrthoLoad, banca dati pubblica dei carichi misurati negli impianti — carichi in vivo — orthoload.com
Registro Italiano ArtroProtesi (RIAP) — Istituto Superiore di Sanità — riap.iss.it
ISO 7206, 14242, 14243, 14708 — norme di prova per protesi e impianti attivi
Taccuino gratuito, scritto per capire e studiare: non serve a fare diagnosi né a usare apparecchi su persone. Scarica il PDF
Immagini mediche reali 5
Sono immagini vere di pazienti anonimi (volti, nomi e date non si vedono), tutte con licenza libera e attribuite. Sono oscurate di base perché possono impressionare: tocca per vedere. La scelta resta ricordata su questo dispositivo e puoi oscurarle di nuovo. Contenuto divulgativo, non è un consiglio medico: in caso di emergenza chiama il 112.
Radiografia del bacino con protesi totale d'anca a destra: si vedono lo stelo nel femore, la testa e il cotile.NIH / NIADDK (Connie Raab); fotografo non indicato, «Hip replacement Image 3684-PH», Public domain · Fonte: Wikimedia Commons · Modificata: ridimensionata a 1600 px e convertita in WebP.
Radiografia frontale del ginocchio destro con protesi totale, da un caso clinico pubblicato (componente del femore più largo dell'osso).Manjunath Ramappa e Andrew Port (annotazione di Mikael Häggström), «X-ray of knee prosthesis with overhang», CC BY 2.0 · Fonte: Wikimedia Commons · Modificata: ridimensionata e convertita in WebP.
Radiografia d'anca con lo schema di creep (deformazione) e usura dell'inserto in polietilene: la testa affonda nel cotile.Mikael Häggström, «Hip prosthesis liner creep and wear», CC0 · Fonte: Wikimedia Commons · Modificata: ridimensionata e convertita in WebP.
Radiografia d'anca prima della revisione di una protesi: l'osso si è riassorbito lungo lo stelo (osteolisi); le frecce indicano il cemento.Zhenxin Shen et al., «Hip joint aseptic loosening ar1938-1», CC BY 2.0 · Fonte: Wikimedia Commons · Modificata: ridimensionata e convertita in WebP.
Detrito d'usura al microscopio elettronico (SEM): frammento staccato dall'interfaccia stelo-cemento in una prova di fretting.Lanfeng Zhang et al., «Morphology figure of bone cement strip wear debris», CC BY 3.0 · Fonte: Wikimedia Commons · Modificata: ridimensionata e convertita in WebP.
03
Biomeccanica: le forze che una protesi deve sopportare
Quando cammini, sulla testa del femore non pesa solo il corpo: i muscoli dell'anca tirano per tenerti in equilibrio, e la loro forza si somma. Per questo l'anca regge spesso più di due volte il peso del corpo. Lo sappiamo con precisione perché alcune protesi sono state costruite con sensori dentro e hanno trasmesso le forze reali.
PROVA 3 · FORZA SULL'ANCA
Le tre frecce hanno lunghezze in scala comune (non lineare, per far stare anche l'inciampo nel disegno). Picchi medi misurati con protesi strumentate (OrthoLoad: Bergmann e colleghi, 2001 e 2016). Corsa e inciampo vengono da singoli pazienti: sono ordini di grandezza.
Perché la leva conta: il modello «su una gamba»
Mentre un piede è in aria, il peso del corpo cade lontano dall'anca che appoggia, con un braccio di circa 10 cm. I muscoli abduttori lo bilanciano con un braccio di soli 5 cm circa: devono quindi tirare con una forza doppia. Spostando il centro della protesi (l'offset) il chirurgo allunga quel braccio e alleggerisce l'articolazione.
PROVA 4 · LEVA DEGLI ABDUTTORI
Fmuscoli = (5/6 · P) · b / a · Fanca ≈ Fmuscoli + 5/6 · P
5/6 del peso: il corpo meno la gamba che appoggia. Modello statico semplificato con forze parallele: dà l'ordine di grandezza giusto (circa 2,5 volte il peso).
Stress shielding: quando la protesi «protegge» troppo
L'osso si mantiene solo se lavora: dove il carico cala, il corpo lo riassorbe (legge di Wolff). Uno stelo metallico dentro il femore è molto più rigido dell'osso, quindi si prende la parte maggiore del carico: l'osso intorno, «a riposo», si assottiglia e la protesi può allentarsi.
Modello a due barre in parallelo, stessa deformazione: semplice ma spiega perché si cercano steli meno rigidi, più corti o porosi.
Prova di trazione virtuale
Si prende un provino, lo si tira piano e si registra lo sforzo (forza diviso area) contro la deformazione (allungamento diviso lunghezza). La pendenza iniziale è il modulo elastico E; poi arrivano lo snervamento, il massimo e la rottura. Scegli un materiale e trascina il cursore.
PROVA 6 · SFORZO-DEFORMAZIONE
Elementi finiti: il calcolo che guarda dentro l'osso
IL METODO
Un oggetto dalla forma complicata (un femore con il suo stelo) viene diviso in migliaia di pezzetti semplici, gli elementi, collegati nei nodi. Per ogni elemento le equazioni dell'elasticità sono facili; il computer le mette insieme in un unico sistema K·u = F e trova gli spostamenti, poi deformazioni e sforzi in ogni punto.
I PASSI
Geometria dalla TC del paziente.
Materiali: la densità letta nella TC diventa modulo elastico, punto per punto.
Carichi e vincoli: le forze della prova 3, i muscoli, il ginocchio fisso.
Mesh e soluzione.
Verifica: confronto con prove su ossa vere; si infittisce la mesh finché il risultato non cambia più.
Taccuino di ingegneria · Biomedica · Biomeccanica
Biomeccanica delle protesi e del movimento
Il quaderno completo della meccanica del corpo: vettori e momenti, tensioni e cerchio di Mohr, prova di trazione, osso, cinematica e dinamica del cammino, forze sull’anca, stress shielding ed elementi finiti.
La biomeccanica applica le leggi della meccanica ai corpi viventi. Serve a rispondere a domande molto concrete: quanta forza c’è nell’anca quando si sale una scala? Quanto carico porta un osso con una protesi? Perché una protesi si rompe dopo dieci anni e un’altra no? Come si calcola il momento sul ginocchio di un atleta che salta?
Per rispondere servono quattro strumenti, che sono i capitoli di questo taccuino: la statica e i materiali (che cosa regge e che cosa si rompe), la cinematica (come si muove il corpo), la dinamica (quali forze lo muovono) e i modelli numerici (il metodo degli elementi finiti) che permettono di calcolare ciò che non si può misurare.
La domanda guida è: perché il corpo, o la protesi, si comporta così? Un modello è sempre una semplificazione: va costruito con ipotesi dichiarate e confrontato con i dati reali. Un risultato senza la sua incertezza non vale nulla.
Da Borelli agli impianti strumentati
Il primo a trattare il corpo come una macchina fu Giovanni Alfonso Borelli, con «De motu animalium» (1680): ossa come leve, muscoli come forze. Nel 1892 Julius Wolff descrisse la legge di trasformazione dell’osso: la struttura interna dell’osso si adatta ai carichi. Alla fine dell’Ottocento le fotografie in sequenza di Muybridge e di Marey aprirono lo studio scientifico del movimento; a quel tempo Braune e Fischer calcolarono per la prima volta le posizioni dei segmenti del corpo e le forze nel cammino.
Nel Novecento arrivarono le pedane di forza (anni ’30–’60), la cinematografia con marcatori e poi i sistemi a infrarossi, i primi calcoli con il metodo degli elementi finiti sull’osso (primi anni ’70) e, dagli anni 2000, le protesi strumentate che misurano la forza direttamente nel paziente e hanno finalmente confermato i modelli: sono la base dei dati pubblici di OrthoLoad.
Tappe principali (date indicative)
Anno
Persona o strumento
Che cosa ha cambiato
1680
Borelli
ossa e muscoli come macchine
1892
Wolff
l’osso si adatta al carico
1878–1890
Muybridge, Marey, Braune e Fischer
il movimento si fotografa e si calcola
anni ’30–’60
pedane di forza
si misurano le forze a terra
primi anni ’70
elementi finiti sull’osso
calcolo delle tensioni in geometrie complesse
2001–2016
protesi d’anca strumentate
forze misurate dentro il corpo
Che cosa troverai qui. Gli strumenti matematici di base, tensioni e deformazioni, la prova di trazione, le proprietà dell’osso, la cinematica del cammino, uno schema a blocchi dell’analisi del movimento, la dinamica e le forze sull’anca, lo stress shielding, gli elementi finiti, formule con esempi svolti, i limiti dei modelli, esercizi, glossario e fonti.
2Gli strumenti: vettori, momenti, equilibrio
Una forza è un vettore: ha modulo, direzione e verso. Le forze si sommano come vettori, componente per componente. Il prodotto scalarea·b = |a||b|cos θ dà un numero (serve a proiettare una forza lungo una direzione); il prodotto vettorialea × b dà un altro vettore perpendicolare ai due, di modulo |a||b| sin θ, con verso dato dalla regola della mano destra.
Il momento di una forza rispetto a un punto è M = r × F: misura la tendenza a far ruotare. Nel corpo ogni articolazione è un punto attorno al quale i muscoli e il peso producono momenti opposti: un muscolo ha un braccio di leva piccolo (qualche centimetro) e quindi deve fare una forza molto grande per equilibrare un peso con un braccio grande.
L’equilibrio statico chiede che la somma delle forze sia zero e che la somma dei momenti sia zero. Con queste due condizioni si calcola, ad esempio, la forza di un muscolo e la reazione in un’articolazione. Nel piano le equazioni sono tre (due forze, un momento), nello spazio sei.
Quando si lavora con più segmenti e punti, le posizioni si scrivono come matrici e vettori. Una matrice di rotazioneR (ortogonale, con determinante 1) trasforma le componenti di un vettore da un sistema di riferimento all’altro. Una trasformazione completa è una rotazione più una traslazione; si può riunire in una matrice 4×4 («coordinate omogenee»).
M = r × F, |M| = rF sin θ
Momento: braccio di leva per forza per il seno dell’angolo.
ΣF = 0, ΣM = 0
Equilibrio statico.
xA = R · xB + t, RTR = I
Cambio di sistema di riferimento: rotazione R e traslazione t.
Esempio svolto. Il bicipite sorregge un peso
Avambraccio orizzontale: peso in mano 50 N a 35 cm dal gomito; peso dell’avambraccio 15 N a 15 cm; il bicipite si inserisce a 4 cm dal gomito, forza verticale.
Fb = 19,75 / 0,04 ≈ 494 N: quasi dieci volte il peso sorretto.
Equilibrio verticale: la reazione nel gomito è 494 − 65 = 429 N di compressione: l’articolazione porta molto più del peso sollevato.
3Le tensioni nei materiali
La tensione (sforzo) è la forza per unità di area: σ = F/A, in pascal (1 MPa = 1 N/mm²). Se la forza è perpendicolare alla sezione si chiama tensione normale (σ), se è parallela alla sezione tensione tangenziale (τ). La deformazione ε = ΔL/L è l’allungamento relativo e non ha unità.
In un punto del materiale le tensioni dipendono dalla direzione del piano che si considera. Tutte insieme formano il tensore delle tensioni, una matrice 3×3 simmetrica. Si può sempre ruotare gli assi in modo che le tensioni tangenziali spariscano: restano tre tensioni principali σ1 ≥ σ2 ≥ σ3. La tensione tangenziale massima è metà della differenza fra la massima e la minima tensione principale.
Nel piano il cerchio di Mohr è la rappresentazione grafica: ogni piano passante per il punto è un punto sul cerchio con coordinate (σ, τ). Il centro è nella media delle due tensioni normali, il raggio dipende dalla differenza e dalla tensione tangenziale. Serve a leggere in un colpo d’occhio il massimo e il minimo valore e l’orientamento dei piani principali.
Quando il materiale cede? Per i materiali duttili (metalli) si usano due criteri: Tresca (conta la massima tensione tangenziale) e von Mises (conta l’energia di distorsione). Per i materiali fragili (ceramiche, osso) si guarda la massima tensione principale di trazione. Si calcola una tensione equivalente e la si confronta con la resistenza: il rapporto è il coefficiente di sicurezza.
Concentrazione delle tensioni. Un foro, un angolo vivo, un cambio di sezione concentrano le tensioni: attorno a un foro circolare in una piastra la tensione massima è circa tre volte quella nominale. Le fratture di fatica partono quasi sempre da qui: per questo le placche ossee hanno fori a bordi raccordati e le viti si mettono con cura.
σ1,2 = (σx + σy)/2 ± √( ((σx − σy)/2)2 + τxy2 )
Tensioni principali nel piano.
tan 2θp = 2τxy / (σx − σy), τmax = (σ1 − σ2)/2
Orientamento dei piani principali e massima tensione tangenziale nel piano.
σVM = √( σx2 − σxσy + σy2 + 3τxy2 )
Tensione equivalente di von Mises nel piano.
σmax = Kt · σnom
Concentrazione delle tensioni: Kt ≈ 3 per un foro circolare in una piastra molto larga.
Esempio svolto. Un punto di una placca: σx = 80 MPa, σy = 20 MPa, τxy = 30 MPa
Centro del cerchio: (80 + 20)/2 = 50 MPa. Raggio: √(30² + 30²) = √1800 = 42,4 MPa.
Orientamento: tan 2θ = 60/60 = 1, quindi 2θ = 45° e θp = 22,5°. Tensione tangenziale massima nel piano: 42,4 MPa.
Von Mises: √(6400 − 1600 + 400 + 2700) = √7900 ≈ 88,9 MPa. Con una lega Ti-6Al-4V (snervamento 880 MPa) il coefficiente è 880/88,9 ≈ 9,9: ampio, ma solo statico.
Esempio svolto. Un foro per una vite
Piastra con tensione nominale di 100 MPa e un foro circolare, Kt ≈ 3.
σmax = 3 × 100 = 300 MPa sul bordo del foro.
Il materiale lavora a un valore triplo di quello che si crederebbe leggendo la forza e la sezione: la fatica parte da lì.
4La prova di trazione e le proprietà dei materiali
Per conoscere un materiale lo si tira. Un provino a forma di «osso di cane» si allunga a velocità costante mentre si misurano la forza e l’allungamento. Dividendo per l’area iniziale A0 e la lunghezza iniziale L0 si ottiene la curva sforzo-deformazione.
Nel primo tratto la curva è una retta: la pendenza è il modulo di YoungE (legge di Hooke, σ = Eε). Il materiale è elastico: se si toglie il carico torna com’era. Oltre lo snervamento (σs, spesso preso a una deformazione residua dello 0,2 %) restano deformazioni permanenti. La curva continua a salire per l’incrudimento fino al massimo (resistenza a trazione, σu), poi si forma la strizione: la sezione si restringe in un punto, la forza cala e il provino si rompe.
Altre grandezze: l’allungamento a rottura misura la duttilità (i metalli superano il 10 %, l’osso si ferma al 2–3 %, le ceramiche sono vicine a zero); il coefficiente di Poisson ν (contrazione laterale, circa 0,3 per i metalli); la tenacità, cioè l’energia assorbita prima della rottura, area sotto la curva; la durezza.
Lo sforzo e la deformazione ingegneristici usano l’area iniziale; quelli veri usano l’area istantanea: σvero = σ(1+ε) e εvera = ln(1+ε), con volume costante. La differenza conta solo oltre qualche percento.
Fatica. Un carico ripetuto molto sotto lo snervamento può portare a rottura dopo molti cicli. La curva S-N (curva di Wöhler) riporta la tensione contro il numero di cicli; per alcuni materiali (acciai, titanio) esiste un limite di fatica sotto il quale non c’è rottura. Le superfici graffiate, i fori e la corrosione lo abbassano molto.
σ = F/A0, ε = ΔL/L0, σ = Eε
Sforzo, deformazione e legge di Hooke.
σv = σ(1 + ε), εv = ln(1 + ε)
Grandezze vere dalle grandezze ingegneristiche.
U = ½ σsεs = σs2 / (2E)
Energia elastica per unità di volume al limite elastico (resilienza).
Ti-6Al-4Vacciaio 316L ricottoosso corticale
Figura. Curve sforzo-deformazione di tre materiali. Curve semplificate con valori tipici. Il titanio snerva molto più in alto dell’acciaio ricotto, l’acciaio si allunga di più; l’osso si rompe a circa il 3 % di deformazione.
Esempio svolto. Dai dati di una prova al modulo di Young
Provino di titanio, diametro 8 mm (A0 = 50,27 mm²), lunghezza utile 40 mm. Con F = 12 kN l’allungamento è 0,087 mm.
E = σ/ε = 238,7 / 0,002175 ≈ 110 000 MPa = 110 GPa: il valore atteso del titanio.
Esempio svolto. Sforzo vero a 15 % di deformazione
Sforzo ingegneristico 600 MPa con ε = 0,15.
σv = 600 × 1,15 = 690 MPa; εv = ln 1,15 = 0,140.
Nei metalli duttili la strizione fa cadere la curva ingegneristica, ma quella vera continua a salire.
5L’osso come materiale vivo
L’osso è un composito gerarchico: collagene e minerale (apatite), organizzati in fibrille, lamelle e osteoni. Esistono due tipi: corticale (compatto, esterno, circa il 5–10 % di porosità) e trabecolare (spugnoso, interno, il 50–90 % di porosità). La rigidezza dipende dalla densità in modo molto forte: l’ordine è E ∝ ρ² nell’osso spugnoso e fino a ρ³ nei modelli classici.
L’osso è anisotropo: è più rigido e resistente nel verso della lunghezza dell’osso che di traverso, ed è molto più resistente a compressione che a trazione e a taglio. Ha un comportamento viscoelastico (la risposta dipende dalla velocità del carico) e si danneggia con la fatica: nel corpo vivo le micro-cricche si riparano continuamente.
L’osso è anche adattivo. La legge di Wolff dice che l’architettura dell’osso si adatta alle forze che porta. In forma moderna, le cellule (osteociti) percepiscono la deformazione: sopra una certa soglia formano osso, sotto ne tolgono. Nel linguaggio dei modelli numerici esiste una «zona morta» attorno al valore normale. Ecco perché gli astronauti perdono massa ossea e perché una protesi che cambia i carichi cambia anche l’osso.
Cartilagine e legamenti. La cartilagine articolare è un materiale poroso e saturo di liquido con modulo di compressione molto basso (circa 0,5–1 MPa a regime lento) e rigidezza di picco molto più alta sotto carico rapido. I legamenti e i tendini sono molto resistenti a trazione (decine di MPa) con una curva sforzo-deformazione che comincia con una zona «morbida» (le fibre di collagene si raddrizzano).
Tessuto
E (GPa)
Resistenza (MPa)
Allungamento a rottura
Osso corticale (lungo)
17–20
compressione 170–200; trazione 100–150
1–3 %
Osso corticale (trasversale)
6–12
compressione 130–150; trazione 50–60
< 1 %
Osso trabecolare
0,05–2
compressione 2–12
5–8 %
Cartilagine articolare
0,0005–0,001
molto variabile
—
Tendine
1–1,5
trazione 50–100
8–10 %
Idea chiave. Un materiale vivo non è un blocco passivo: reagisce al progetto. Chi progetta una protesi non confronta solo la resistenza di due materiali, ma anche come cambierà l’osso nei dieci anni successivi.
6Cinematica del movimento umano
La cinematica descrive il movimento senza chiedersi le cause: posizioni, velocità e accelerazioni. Per descriverlo si schematizza il corpo come un insieme di segmenti rigidi (piede, gamba, coscia, bacino…) collegati da articolazioni. Ogni segmento ha un sistema di riferimento solidale, definito da punti anatomici (protuberanze ossee che si possono toccare); la posizione di questi sistemi rispetto a un riferimento fisso (il laboratorio) descrive tutto.
Gli angoli articolari si ottengono dall’orientamento relativo di due segmenti vicini. Per evitare ambiguità si adotta una convenzione condivisa (per esempio le raccomandazioni della Società Internazionale di Biomeccanica) e si descrivono tre rotazioni: flesso-estensione, abduzione-adduzione e rotazione interna-esterna. Le rotazioni nello spazio non commutano: l’ordine conta.
Come si misura. Con marcatori riflettenti sulla pelle e telecamere a infrarossi (100–200 Hz) si ricostruisce la posizione tridimensionale dei punti. In alternativa: sensori inerziali (accelerometri, giroscopi, magnetometri) indossabili, o telecamere senza marcatori con intelligenza artificiale. Il limite di tutti i metodi è l’artefatto da tessuto molle: la pelle si muove rispetto all’osso, e l’errore può arrivare ad alcuni millimetri o gradi.
Velocità e accelerazione si ottengono derivando la posizione nel tempo. Su dati campionati si usano le differenze finite. Ma la derivata amplifica il rumore: la derivata prima lo moltiplica per un fattore dell’ordine di 1/Δt, la seconda per 1/Δt². Per questo i dati si filtrano (di solito con un filtro passa-basso di 6–10 Hz, perché il cammino ha poche componenti sopra 10 Hz) prima di derivare.
Il ciclo del passo. Va dal contatto del tallone di un piede al successivo contatto dello stesso piede. Dura circa un secondo. La fase di appoggio è il 60 % del ciclo, la fase di oscillazione il 40 %; i due piedi sono entrambi a terra nel 20 % del ciclo (doppio appoggio). Il ginocchio si flette di circa 15–20° subito dopo il contatto per ammortizzare, si estende a metà appoggio e raggiunge 60° circa in oscillazione per far passare il piede.
vi ≈ (xi+1 − xi−1) / (2Δt)
Velocità con la differenza centrale.
ai ≈ (xi+1 − 2xi + xi−1) / Δt2
Accelerazione con la differenza seconda.
v = Lpasso · c, Lfalcata = 2Lpasso
Velocità del cammino da lunghezza del passo e cadenza (passi al secondo).
ginocchio, camminata normale
Figura. Angolo di flessione del ginocchio nel ciclo del passo. Curva schematica con valori tipici. Il primo picco ammortizza l’urto del tallone; il secondo permette al piede di non strisciare a terra nella fase di oscillazione.
Esempio svolto. Velocità e passo
Un adulto cammina a 1,4 m/s con cadenza 110 passi/min = 1,83 passi/s.
Lunghezza del passo: 1,4 / 1,83 ≈ 0,76 m; falcata: ≈ 1,53 m.
Durata della falcata: 2 passi / 1,83 = 1,09 s.
Esempio svolto. Il rumore e la derivata
Un marcatore è misurato a 100 Hz (Δt = 0,01 s) con rumore di 0,5 mm (deviazione standard).
Accelerazione (differenza seconda): rumore ≈ 0,5·√6 / 0,01² ≈ 12 000 mm/s² = 12 m/s², più dell’accelerazione di gravità. Senza filtro i dati sono inutilizzabili.
7Schema a blocchi: l’analisi del cammino
Schema. Dalla misura al momento articolare. Il blocco arancio è il cuore del metodo: la dinamica inversa unisce movimento, forze a terra e massa dei segmenti per calcolare i momenti nelle articolazioni.
Cattura e pedane. Le due misure devono essere sincronizzate. Le pedane danno la forza di reazione a terra: la componente verticale ha nel cammino la caratteristica forma «a doppia gobba» con due picchi di circa 1,1–1,2 volte il peso, e una valle di circa 0,8.
Antropometria. Non si possono misurare direttamente massa, centro di massa e momento d’inerzia di ogni segmento: si stimano con tabelle in funzione del peso e dell’altezza (la coscia vale circa il 10 % del peso corporeo, la gamba il 4,6 %, il piede l’1,4 %).
Dinamica inversa. Si parte dai segmenti più distali (il piede, dove si conosce la forza a terra) e si risale lungo la catena: per ogni segmento si scrivono le equazioni di Newton-Eulero e si ricavano forza e momento nell’articolazione successiva. Il risultato è il momento articolare netto, che è quello che muscoli e legamenti devono produrre insieme.
Modello muscolare. Il momento netto non dice quali muscoli lavorano: con più muscoli che equazioni il problema è indeterminato. Si risolve con un criterio di ottimizzazione (per esempio minimizzare lo sforzo totale), con modelli di attivazione e con i segnali EMG come controllo.
Interpretazione. Il risultato serve per la diagnosi del cammino (paralisi cerebrale, ictus), per la riabilitazione, per la scelta di un ortesi o di una protesi, per le prestazioni sportive e per fornire i carichi di ingresso ai modelli agli elementi finiti.
8La dinamica e le forze sull’anca
La dinamica lega le forze al movimento. Per un corpo rigido valgono le due equazioni di Newton-Eulero: la somma delle forze è massa per accelerazione del centro di massa; la somma dei momenti rispetto al centro di massa è la derivata del momento angolare, che nel piano diventa momento d’inerzia per accelerazione angolare.
La dinamica inversa parte dal movimento misurato e calcola le forze: è un calcolo diretto, ma sensibile agli errori (la derivata seconda!). La dinamica diretta parte dalle forze (o dalle attivazioni muscolari) e calcola il movimento: serve a simulare e a «provare» una nuova protesi o una nuova strategia di cammino, ma richiede un modello molto accurato.
Il modello più semplice per l’anca. Nell’appoggio su una gamba sola il corpo sopra l’anca pesa circa 5/6 del peso corporeo (il resto è la gamba che appoggia). Il suo baricentro sta a circa 10 cm dal centro dell’articolazione, dal lato opposto a quello del muscolo abduttore, che si inserisce a circa 5 cm. Per tenere il bacino in equilibrio l’abduttore deve fare una forza doppia del peso che sorregge e la forza sull’anca è la loro somma.
Il modello statico è un ordine di grandezza: i muscoli sono inclinati rispetto alla verticale, intervengono altri muscoli, e nel cammino ci sono accelerazioni; i valori misurati con protesi strumentate (2,4–2,6 volte il peso) confermano il risultato statico (circa 2,5). Il bastone, tenuto dal lato opposto all’anca operata, ha un braccio di leva molto grande rispetto all’anca: anche un piccolo carico sul bastone riduce in modo sensibile il momento da bilanciare e quindi la forza del muscolo, ed è per questo che si consiglia dopo un intervento.
ΣF = macm, ΣMcm = Iα
Newton-Eulero nel piano.
Fm · a = (5/6 · P) · b
Equilibrio dei momenti attorno all’anca in appoggio su una gamba: a ≈ 5 cm, b ≈ 10 cm.
Fanca ≈ Fm + 5/6 · P ≈ 2,5 · P
Modello statico con forze parallele.
forza verticale
Figura. Forza verticale a terra durante la fase di appoggio. Curva schematica: due picchi (frenata e spinta) e una valle in cui il corpo è «più leggero» sul piede, perché il baricentro è al punto più alto del passo.
Esempio svolto. Forza sull’anca di una persona di 75 kg
Peso P = 75 × 9,81 = 736 N. Peso del corpo sopra l’anca: 5/6 P = 613 N.
Fm · 5 cm = 613 · 10 cm → Fm = 1226 N.
Fanca = 1226 + 613 = 1839 N ≈ 2,5 P.
9Stress shielding e protesi
Lo stress shielding («schermatura delle tensioni») è la perdita di osso intorno a un impianto più rigido. Se osso e stelo sono due elementi in parallelo che si deformano insieme, ciascuno porta una quota del carico in proporzione alla propria rigidezza (modulo per area). Uno stelo molto più rigido porta quasi tutto, l’osso viene scaricato e la legge di Wolff dice che si riassorbe: negli studi con misure di densità si osservano perdite di osso, soprattutto nella parte alta del femore, che possono arrivare a qualche decina per cento nei primi anni.
Il modello a due barre in parallelo è semplice ma istruttivo: la quota portata dall’osso è EoAo/(EoAo + EsAs). Per ridurre lo stress shielding si agisce su tutti e quattro i termini: materiale meno rigido (titanio invece di Co-Cr; PEEK o composito), sezione più piccola o cava, stelo più corto (il carico passa all’osso più in alto) e strutture porose che riducono la rigidezza efficace.
Il rimedio opposto, però, ha un limite: uno stelo troppo flessibile subisce tensioni più alte, e un materiale poco rigido ha meno resistenza alla fatica. Il progetto è un compromesso: oltre alle tensioni nell’osso (per evitare riassorbimento) bisogna controllare le tensioni nello stelo (per evitare fratture) e le tensioni all’interfaccia osso-impianto (per evitare lo scollamento).
Fatica dello stelo. Lo stelo lavora soprattutto a flessione: la forza sull’anca è spostata di circa 4 cm rispetto all’asse dello stelo e produce un momento. La tensione massima nella fibra più lontana è σ = M·c/I, con I momento d’inerzia della sezione (per un cilindro pieno π d⁴/64). Poiché c/I cresce come 1/d³, rimpicciolire il diametro del 10 % alza la tensione di circa il 37 %.
quotaosso = EoAo / (EoAo + EsAs)
Due barre in parallelo con la stessa deformazione.
σ = Mc / I, I = πd4/64
Flessione di una barra cilindrica: M momento, c = d/2, I momento d’inerzia.
osso con area doppia dello steloosso con area uguale allo stelo
Figura. Quota di carico portata dall’osso al variare della rigidezza dello stelo. Con E<sub>osso</sub> = 17 GPa. Più è rigido lo stelo, più l’osso viene scaricato; una sezione più piccola dello stelo aiuta quanto un materiale più morbido.
Esempio svolto. Quota di carico sull’osso con tre materiali
Osso: E = 17 GPa, area 3 cm². Stelo: area 1,5 cm². Prodotto osso: 17 × 3 = 51.
Si capisce l’interesse per il PEEK, e la sua debolezza: con un quarto di rigidezza dell’osso lo stelo porta quasi niente e lavora sotto tensioni alte.
Esempio svolto. Tensione di flessione in uno stelo cilindrico
Forza sull’anca 1875 N (2,5 P per P = 750 N), distanza dall’asse 40 mm: M = 75 000 N·mm. Diametro 14 mm.
I = π · 14⁴ / 64 = 1886 mm⁴; c = 7 mm.
σ = 75 000 × 7 / 1886 ≈ 278 MPa.
Diametro ridotto a 12,6 mm (−10 %): σ aumenta di (14/12,6)³ = 1,37, cioè a circa 381 MPa. Il limite di fatica del Ti-6Al-4V è di circa 500 MPa o più: il margine si assottiglia.
10Elementi finiti
Il metodo degli elementi finiti (FEM) divide un oggetto complesso in tanti elementi semplici (triangoli, tetraedri, mattoni) collegati nei punti chiamati nodi. Per ogni elemento si scrive una relazione fra forze e spostamenti dei nodi (la matrice di rigidezza dell’elemento); si assemblano tutte nel sistema globale e si risolve per gli spostamenti incogniti. Dagli spostamenti si ricavano deformazioni e tensioni.
L’equazione fondamentale è [K]{u} = {F}. Prima di risolvere si impongono i vincoli (nodi fissi): senza, il corpo potrebbe muoversi liberamente e il sistema non ha soluzione unica. Il caso più semplice è la barra: un elemento con rigidezza k = EA/L, come una molla.
Il flusso di lavoro in biomeccanica. (1) Geometria: dalla TC o dalla risonanza si ricostruisce la forma dell’osso. (2) Mesh: si divide in elementi (decine di migliaia o milioni). (3) Materiali: nell’osso il modulo cambia da punto a punto, in funzione della densità ricavata dalla TC (unità Hounsfield). (4) Carichi e vincoli: forze muscolari e articolari, di solito dalla dinamica inversa. (5) Soluzione e analisi dei risultati. (6) Verifica e validazione.
Convergenza della mesh. Una mesh troppo grossolana dà risultati falsi; infittendo gli elementi il risultato tende a un valore limite. Si fa uno studio di convergenza finché il cambiamento è sotto il 2–5 %. Attenzione alle singolarità: in un angolo con carico concentrato la tensione teorica è infinita e cresce all’infittire della mesh, senza convergere: si guardano tensioni lontane dal punto, o si cambia il modello.
Verifica e validazione. La verifica controlla che si risolva bene l’equazione (confronto con soluzioni note); la validazione controlla che il modello rappresenti la realtà (confronto con prove su ossa, con misure di deformazione, con casi clinici). Un modello non validato è un disegno colorato, non un risultato. Per i modelli costruiti sul singolo paziente si confrontano le deformazioni previste con quelle misurate su ossa di cadavere: in condizioni controllate l’errore può scendere intorno al 10 %.
[K] · {u} = {F}
Equazione di equilibrio del modello: matrice di rigidezza, spostamenti nodali, forze.
k = EA / L
Rigidezza di una barra: come una molla.
E(ρ) = a · ρb
Legge densità-modulo dell’osso (b fra 2 e 3), usata per assegnare i materiali dalla TC.
tensione massima
Figura. Convergenza di una mesh. Con pochi elementi la tensione è sottostimata; oltre un certo numero la curva si appiattisce e la mesh si può considerare adeguata. Se continuasse a crescere senza fermarsi sarebbe il segno di una singolarità.
Esempio svolto. Una barra di titanio con due elementi
Barra di 200 mm, area 100 mm², E = 110 000 MPa, fissa a sinistra, forza 1000 N all’estremità. Due elementi di 100 mm: k = EA/L = 110 000 × 100 / 100 = 110 000 N/mm.
Con il nodo 1 fisso, le equazioni per i nodi 2 e 3 sono: 2k·u₂ − k·u₃ = 0; −k·u₂ + k·u₃ = 1000.
Soluzione: u₂ = 1000/k = 0,00909 mm, u₃ = 2·1000/k = 0,01818 mm.
Controllo con la formula esatta: δ = FL/(EA) = 1000 × 200 / (110 000 × 100) = 0,01818 mm. Coincide (per la barra uniforme il FEM è esatto).
11Limiti dei modelli e errori tipici
Rumore e artefatti. Il rumore dei marcatori e il movimento della pelle sull’osso falsano posizioni e angoli; dopo la derivata seconda gli errori sulle accelerazioni diventano grandi. Rimedi: filtri, posizioni dei marcatori ripetibili, più marcatori e metodi di ottimizzazione globale.
Condizioni al contorno. Il risultato di un modello agli elementi finiti dipende dai carichi e dai vincoli: se si sbagliano, la precisione della mesh non serve. I vincoli troppo rigidi creano tensioni artificiali; i carichi muscolari sono incerti.
Proprietà dei materiali. Il modulo dell’osso varia molto da persona a persona e con l’età; usare un unico valore per tutti dà risultati che non rappresentano nessun paziente reale.
Confondere statico e dinamico. Il modello statico a due forze dà un ordine di grandezza; per decisioni di progetto si usano i carichi misurati o calcolati con la dinamica inversa.
Troppi gradi di libertà. I muscoli sono più delle equazioni: la scelta del criterio di ottimizzazione influenza i risultati. Il modello è utile per confrontare scenari (con e senza protesi, con e senza bastone), meno per prevedere un numero esatto.
Unità di misura. Un errore classico: mescolare N con kN o mm con m. Il controllo dimensionale di una formula è sempre il primo test.
Che cosa si vede
Possibile causa
Controllo
Accelerazioni enormi nei dati
rumore amplificato dalla derivata
filtrare prima, controllare la frequenza di taglio
Tensione che cresce senza fermarsi infittendo la mesh
singolarità (angolo, carico puntiforme)
cambiare il punto di lettura o il modello
Spostamenti enormi, calcolo che non converge
vincoli mancanti
controllare che il corpo sia bloccato
Momento al ginocchio troppo alto
peso o baricentro del segmento sbagliato
controllare le tabelle antropometriche
Risultati diversi in laboratori diversi
posizione dei marcatori, definizione degli assi
usare una convenzione condivisa
12Esercizi con soluzione
Esercizio 1. Un provino di acciaio (A₀ = 50 mm², L₀ = 50 mm) è caricato con 10 kN e si allunga di 0,05 mm. Calcola σ, ε ed E.
Esercizio 3. Una piastra con foro circolare ha tensione nominale 150 MPa e Kt = 3. Un materiale con snervamento 400 MPa regge?
Mostra la soluzione
σmax = 450 MPa > 400: snerva localmente sul bordo del foro. Serve una piastra più larga o più spessa, un foro raccordato, un materiale più resistente.
Esercizio 4. Una persona di 90 kg appoggia su una gamba: a = 5 cm (abduttore), b = 10 cm (peso 5/6 P). Calcola la forza sull’anca e la sua frazione del peso.
Mostra la soluzione
P = 883 N; 5/6 P = 736 N. Fm = 736 × 10/5 = 1472 N. F anca = 1472 + 736 = 2208 N ≈ 2,5 P.
Esercizio 5. Cammina a 1,2 m/s con 100 passi al minuto. Quanto è lungo il passo? E la falcata?
Mostra la soluzione
Cadenza 100/60 = 1,67 passi/s. Passo = 1,2/1,67 = 0,72 m; falcata = 1,44 m.
Esercizio 6. Con campionamento a 200 Hz (Δt = 5 ms) e rumore di 0,3 mm sulla posizione, stima il rumore sull’accelerazione ottenuta con la differenza seconda.
Esercizio 9. Perché si filtra il segnale prima di derivarlo e non dopo?
Mostra la soluzione
Derivare amplifica le alte frequenze, dove c’è soprattutto rumore. Se si filtra dopo, il rumore è già stato amplificato e i dati veri sono mescolati con esso; filtrando prima si riduce la parte inutile e si deriva il segnale pulito.
13Glossario
Anisotropo
con proprietà diverse in direzioni diverse.
Antropometria
dimensioni e masse dei segmenti del corpo.
Cerchio di Mohr
rappresentazione grafica delle tensioni su tutti i piani passanti per un punto.
Cinematica
descrizione del movimento senza le forze.
Dinamica inversa
calcolo delle forze e dei momenti dal movimento misurato.
Elemento finito
piccola parte di un corpo con comportamento semplice, collegata ad altre nei nodi.
Incrudimento
aumento della resistenza dei metalli con la deformazione plastica.
Limite di fatica
tensione sotto la quale non c’è rottura per fatica.
Mesh
suddivisione di un corpo in elementi finiti.
Modulo di Young
pendenza del tratto elastico: rigidezza del materiale.
Momento
forza per braccio di leva: tendenza a ruotare.
Newton-Eulero
equazioni di moto di un corpo rigido.
Pedana di forza
strumento che misura la forza di reazione a terra.
Snervamento
inizio della deformazione permanente.
Strizione
restringimento locale del provino prima della rottura.
Stress shielding
riduzione del carico sull’osso causata da un impianto più rigido.
Tensione di von Mises
tensione equivalente basata sull’energia di distorsione.
Tessuto molle (artefatto)
errore causato dal movimento della pelle rispetto all’osso.
Validazione
verifica che il modello rappresenti la realtà.
14Fonti
Le fonti sono elencate qui sotto con i collegamenti. I valori numerici sono ordini di grandezza da letteratura; per un progetto reale servono dati misurati sul caso specifico. Il testo non è un consiglio medico. Il testo è scritto da zero.
·Fonti e letture
G. Bergmann et al., Hip contact forces and gait patterns from routine activities — J Biomech 34 (2001) 859 — pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11410170/
F. Heller et al., Musculo-skeletal loading conditions at the hip during walking and stair climbing — J Biomech 34 (2001) 883 — pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11410172/
OrthoLoad, banca dati pubblica dei carichi misurati negli impianti — carichi in vivo — orthoload.com
R. Huiskes et al., The relationship between stress shielding and bone resorption around total hip stems — Clin Orthop Relat Res 274 (1992) 124 — pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/1728998/
J. Y. Rho et al., Mechanical properties and the hierarchical structure of bone — Med Eng Phys 20 (1998) 92 — pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/9679227/
D. R. Carter, W. C. Hayes, The compressive behavior of bone as a two-phase porous structure — J Bone Joint Surg Am 59 (1977) 954 — pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/561786/
G. Wu et al., ISB recommendation on definitions of joint coordinate system (ankle, hip, spine) — J Biomech 35 (2002) 543 — pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11934426/
A. Cappozzo et al., Position and orientation in space of bones during movement: experimental artefacts — Clin Biomech 11 (1996) 90 — pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11415604/
S. L. Delp et al., OpenSim: open-source software to create and analyze dynamic simulations of movement — IEEE Trans Biomed Eng 54 (2007) 1940 — pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/18018689/
D. A. Winter, Biomechanics and Motor Control of Human Movement, 4ª ed. — Wiley, 2009
ASTM F136 e F138 — proprietà del Ti-6Al-4V ELI e dell’acciaio 316L per impianti
Taccuino gratuito, scritto per capire e studiare: non serve a fare diagnosi né a usare apparecchi su persone. Scarica il PDF
04
Ingegneria tessutale: far ricrescere invece di sostituire
Invece di mettere un pezzo artificiale per sempre, si costruisce un'impalcatura temporanea, lo scaffold, la si popola di cellule e la si stimola con i segnali giusti. Le cellule producono il tessuto nuovo mentre lo scaffold si dissolve.
CELLULE
Del paziente stesso (nessun rigetto) o staminali, ad esempio mesenchimali dal midollo o dal grasso, capaci di diventare osso, cartilagine o tendine.
SCAFFOLD
La casa delle cellule: dà forma, sostegno e spazio. Si riassorbe a un ritmo simile a quello con cui il tessuto cresce.
SEGNALI
Fattori di crescita (per l'osso le BMP), stimoli meccanici e flusso di nutrienti nel bioreattore, una specie di incubatrice che muove il liquido.
Cosa deve avere un buono scaffold
Porosità alta (spesso oltre il 70–90 %) e pori collegati tra loro, perché nutrienti e cellule arrivino al centro.
Pori della misura giusta: per l'osso di solito 100–400 µm; più piccoli non lasciano entrare vasi sanguigni.
Superficie amica delle cellule, ruvida al micron, a volte con proteine adesive.
Rigidezza adatta: niente stress shielding, ma abbastanza forte da essere maneggiato e impiantato.
Degradazione controllata e prodotti non tossici (PLA e PLGA si trasformano in acido lattico e glicolico, che il corpo smaltisce).
La biostampa usa le idee della stampa 3D di tutti i giorni, ma l'«inchiostro» (bioinchiostro) è un gel con cellule vive. Strato dopo strato si costruisce la forma del tessuto. Se vuoi capire prima la stampa 3D normale, è tutto nella guida alla stampa 3D.
ESTRUSIONE
Un pistone o l'aria spingono il gel da un ugello, come una stampante a filamento. Gel densi, molte cellule, risoluzione di qualche centinaio di micron. È la più diffusa.
A GETTO
Gocce minuscole come in una stampante a getto d'inchiostro. Veloce e precisa, ma solo con gel molto fluidi.
CON LA LUCE
Un proiettore indurisce un gel fotosensibile strato per strato, come le stampanti a resina. La più precisa; serve una luce che non danneggi le cellule.
Il limite vero. Un tessuto più spesso di circa 0,2 mm ha bisogno di vasi sanguigni: l'ossigeno da solo non arriva oltre. Per questo oggi funzionano bene tessuti sottili o poveri di vasi (pelle, cartilagine), mentre un organo intero stampato resta ricerca.
Taccuino di ingegneria · Biomedica · Tessuti
Ingegneria tessutale
Il quaderno completo di come si fa crescere un tessuto: cellule, scaffold, segnali, porosità, diffusione dell’ossigeno, bioreattori, fabbricazione, biostampa 3D, formule ed esempi svolti, limiti ed esercizi.
Le protesi sostituiscono una parte con un oggetto artificiale che resta per sempre. L’ingegneria tessutale propone un’altra idea: costruire un’impalcatura temporanea (lo scaffold), popolarla di cellule vive e dare loro i segnali giusti, affinché formino tessuto nuovo che, a poco a poco, prende il posto dell’impalcatura. Alla fine rimane solo il tessuto del paziente.
Perché serve? Perché molti tessuti si rigenerano male o per niente (cartilagine, grandi pezzi di osso, nervi, cuore) e perché i trapianti d’organo sono troppo pochi rispetto alle persone in attesa. L’obiettivo di lungo periodo sono organi cresciuti su misura; oggi il risultato concreto sono tessuti sottili o semplici e modelli di laboratorio.
La domanda guida di questo taccuino è: che cosa serve alle cellule per diventare un tessuto? Se si capisce questo (spazio, nutrimento, segnali chimici e meccanici, tempo) si capisce anche perché è difficile, e perché molti esperimenti riusciti in laboratorio non arrivano in ospedale.
Dalle colture alle prime applicazioni
La parola «tissue engineering» si diffuse con un articolo di Langer e Vacanti su Science nel 1993, che definì il campo: cellule, materiali e fattori biochimici. Esperienze prima di allora avevano aperto la strada: negli anni Settanta e Ottanta le cellule della pelle coltivate in laboratorio permisero di coprire grandi ustioni; negli anni Novanta il trapianto di condrociti autologhi (ACI) fu il primo trattamento cellulare per la cartilagine del ginocchio; nel 2006 furono riportati i primi pazienti con una vescica ricostruita con cellule proprie su un’impalcatura.
Nel 2006 Yamanaka mostrò che cellule adulte possono essere «riprogrammate» a staminali (iPSC), aprendo la strada a fonti di cellule personalizzate. Negli anni Duemila la stampa 3D è entrata nel campo (biostampa) e dal 2009 gli organoidi hanno mostrato che le cellule staminali, nel gel giusto, si auto-organizzano in piccoli tessuti.
Tappe principali (date indicative)
Periodo
Novità
Che cosa ha cambiato
anni ’70–’80
epidermide coltivata per ustioni
primo tessuto cresciuto in laboratorio per curare
1993
definizione di tissue engineering
cellule + scaffold + segnali
1994
trapianto di condrociti autologhi
terapia cellulare per la cartilagine
2006
vescica ingegnerizzata; iPSC
organo cavo e nuove fonti di cellule
2000–2015
biostampa 3D
cellule e gel posizionati strato per strato
dal 2009
organoidi
auto-organizzazione di mini-tessuti
Che cosa troverai qui. Gli ingredienti, le cellule e la matrice, i requisiti e i materiali degli scaffold, le tecniche di produzione, la diffusione dell’ossigeno e il problema dei vasi, uno schema a blocchi del ciclo di produzione, i bioreattori, formule con esempi svolti, i grafici, limiti e insuccessi, esercizi, glossario e fonti.
2I tre ingredienti: cellule, scaffold, segnali
Le cellule. Sono il «cantiere vivo». Possono essere autologhe (del paziente, nessun rigetto, ma servono tempo e una biopsia), allogeniche (di un donatore, pronte all’uso ma con rischio immunitario) o staminali. Le staminali possono essere mesenchimali (MSC, da midollo osseo o tessuto adiposo: danno osso, cartilagine, grasso), embrionali (pluripotenti, ma con problemi etici e di controllo) o pluripotenti indotte (iPSC, da cellule adulte riprogrammate). Le cellule specializzate (condrociti, osteoblasti, fibroblasti) sono più facili da gestire ma si espandono poco e perdono carattere in coltura.
Lo scaffold. È l’impalcatura: un materiale poroso, biocompatibile e di solito biodegradabile che dà forma, spazio per le cellule e supporto meccanico mentre il tessuto cresce. Deve sparire «al momento giusto», con una velocità vicina a quella con cui il nuovo tessuto prende il suo posto.
I segnali. Le cellule rispondono a stimoli: chimici (fattori di crescita come BMP-2 per l’osso, TGF-β per la cartilagine, VEGF per i vasi), meccanici (compressione, stiramento, flusso di liquido che crea sforzi di taglio) ed elettrici (per cuore e nervi). Anche la rigidezza e la forma dello scaffold sono segnali: le staminali scelgono il tipo di cellula da diventare in base alla rigidezza del supporto, che sia morbido come il cervello, medio come il muscolo, rigido come l’osso.
Il quarto ingrediente è il tempo. I tessuti maturano in settimane o mesi, non in giorni. Una cultura che funziona a tre settimane può non reggere la fase successiva, quando lo scaffold perde resistenza e il tessuto non è ancora abbastanza forte.
Fonte di cellule
Vantaggio
Limite
Autologhe specializzate
nessun rigetto
poche cellule, perdono caratteristiche
Staminali mesenchimali
disponibili, danno più tessuti
qualità variabile, invecchiamento
Staminali embrionali
danno quasi ogni tipo di cellula
etica, rischio di tumori, immunità
iPSC
personalizzate, nessun embrione
costo, controllo, tempi lunghi
Allogeniche
pronte all’uso
risposta immunitaria
Idea chiave. Le cellule non «leggono» un progetto: reagiscono a ciò che trovano attorno. Il lavoro dell’ingegnere è creare un ambiente in cui il comportamento più probabile sia quello desiderato.
3Cellule, matrice e tessuti
I tessuti sono di quattro tipi: epiteliale (rivestimenti e ghiandole, strati di cellule vicine su una membrana), connettivo (osso, cartilagine, sangue, grasso: poche cellule in molta matrice), muscolare (scheletrico, cardiaco, liscio) e nervoso. L’ingegneria tessutale lavora oggi soprattutto con il connettivo (osso, cartilagine, pelle) e con piccoli pezzi di muscolo e vaso.
Un tessuto non è solo cellule: è cellule più matrice extracellulare (ECM), la rete di proteine e zuccheri che le circonda. L’ECM dà resistenza (collagene), elasticità (elastina), idratazione (proteoglicani) e segnali. Uno scaffold è in sostanza una ECM artificiale temporanea.
Osso. Tre tipi di cellule lavorano insieme: gli osteoblasti costruiscono osso nuovo, gli osteoclasti lo riassorbono, gli osteociti (osteoblasti intrappolati nella matrice) fanno da sensori del carico. L’osso è molto vascolarizzato e si rimodella di continuo: per questo è uno dei pochi tessuti che si rigenera davvero. Ma i grandi difetti (più di 2 cm di lunghezza, i «difetti critici») non guariscono da soli.
Cartilagine. È avascolare (nessun vaso, nutrimento per diffusione dal liquido articolare) e con poche cellule, i condrociti. Per questo guarisce malissimo, e per questo è un buon bersaglio per l’ingegneria tessutale: non richiede vasi. La difficoltà è ottenere cartilagine ialina, non fibrocartilagine più debole.
Pelle. L’epidermide si rigenera da sola, il derma no. Esistono sostituti di derma (matrici di collagene e glicosaminoglicani) e costrutti con cellule; per le grandi ustioni si coltiva l’epidermide del paziente.
Altri tessuti. Nervi periferici (tubi guida per colmare lacune di alcuni centimetri), vasi (piccolo diametro difficile), vescica e trachea (organi cavi), muscolo (soprattutto in modelli di laboratorio), fegato e rene (organoidi, ancora in ricerca).
Tessuto
Vasi
Capacità di rigenerarsi
Stato dell’ingegneria tessutale
Osso
molti
buona per i difetti piccoli
innesti sintetici in uso, grandi difetti in ricerca
Cartilagine
nessuno
molto scarsa
cellule e matrici in uso clinico limitato
Epidermide
derma sotto
ottima
colture per ustioni estese
Derma
sì
limitata
sostituti dermici in commercio
Nervo periferico
sì
lenta, difetti brevi
tubi guida per difetti corti
Cuore, fegato, rene
moltissimi
scarsa o nulla
ricerca: organoidi e cerotti cellulari
4Lo scaffold: requisiti e materiali
Uno scaffold ideale deve avere sei qualità: (1) essere biocompatibile e non lasciare residui tossici; (2) essere biodegradabile con velocità adatta; (3) avere porosità alta e pori collegati per far entrare cellule, liquidi e vasi; (4) avere una superficie adatta all’adesione delle cellule; (5) avere proprietà meccaniche adeguate al sito; (6) poter essere fabbricato nella forma del difetto e sterilizzato.
Per l’osso servono una porosità di circa 60–90 % e pori da 100 a oltre 300 µm: sotto 100 µm i vasi non entrano, e i pori più grandi (> 300 µm) favoriscono la formazione diretta di osso con i vasi. La resistenza però cala quando i pori aumentano: ecco il compromesso centrale del progetto.
Polimeri sintetici.PCL (lento, facile da stampare), PLA, PGA e PLGA (più veloci, con acidi che possono irritare), poliuretani. Pro: controllo di forma, resistenza e velocità; contro: poca bioattività, assenza di segnali.
Polimeri naturali.Collagene, gelatina, fibrina, chitosano, alginato, acido ialuronico, seta. Pro: riconosciuti dalle cellule, bioattivi; contro: deboli, variabili da lotto a lotto, rischio immunitario. Spesso si usano come idrogeli, reti piene d’acqua con consistenza simile ai tessuti molli.
Ceramiche.Idrossiapatite, β-TCP, vetri bioattivi: per l’osso, perché sono simili al minerale osseo e si legano; sono fragili.
Compositi. Polimero + ceramica (PCL con idrossiapatite, PLGA con vetro bioattivo) uniscono la lavorabilità del primo con la bioattività della seconda.
Matrici decellularizzate. Un organo di donatore o animale viene «lavato» con detergenti che tolgono le cellule e lasciano la matrice con la sua struttura e i suoi vasi; poi si ripopola con cellule del paziente. Pro: struttura perfetta; contro: difficile da ripopolare, rischio di resti di DNA e di risposta immunitaria.
P = 1 − ρapp / ρmat
Porosità da densità apparente e densità del materiale pieno.
E/Es ≈ (1 − P)2, σ/σs ≈ 0,3 (1 − P)1,5
Gibson-Ashby per una schiuma a celle aperte: rigidezza e resistenza relative (densità relativa = 1 − P).
Materiale
Densità (g/cm³)
Degradazione
Note
PCL
1,15
2–3 anni
facile da stampare, idrofobo
PLA
1,25
mesi – anni
rigido, acido in degradazione
PLGA 50:50
1,3
1–2 mesi
velocità regolabile con il rapporto
Collagene
1,3
settimane
segnali per le cellule, debole
Alginato (gel)
≈ 1
regolabile
si gelifica con calcio
Idrossiapatite
3,16
molto lenta
bioattiva, fragile
β-TCP
3,07
mesi – anni
riassorbibile
Vetro 45S5
2,7
settimane – mesi
si lega all’osso
rigidezza relativa E/Eₛresistenza relativa σ/σₛ
Figura. Rigidezza e resistenza di uno scaffold al crescere della porosità. A porosità 80 % la rigidezza è il 4 % di quella del materiale pieno. Si può avere molto spazio per le cellule o molta resistenza, mai tutte e due al massimo.
Un’altra regola. Lo scaffold deve perdere resistenza a mano a mano che il tessuto la guadagna. Se si degrada troppo in fretta cede prima che il tessuto sia pronto; se troppo lentamente blocca la crescita e lascia tessuto «ingabbiato».
5Come si fabbrica uno scaffold
Lisciviazione di particelle. Si mescolano grani di sale (di dimensione scelta) con una soluzione di polimero; evaporato il solvente, si scioglie il sale in acqua e restano pori della forma dei grani. Semplice e a basso costo; pori collegati solo ad alta frazione di sale; residui di solvente da eliminare.
Schiume di gas. Un gas ad alta pressione si scioglie nel polimero e, riducendo la pressione, forma bolle che lasciano pori. Senza solventi, ma pori spesso chiusi.
Separazione di fase e liofilizzazione. Una soluzione polimerica si raffredda e si divide in zone ricche e povere di polimero; il solvente si sublima sotto vuoto e lascia una struttura porosa. Si usa per collagene e chitosano; la dimensione dei pori dipende dalla velocità di raffreddamento.
Electrospinning. Un getto di soluzione di polimero esce da un ago ad alta tensione (10–30 kV), si allunga e si solidifica in fibre di diametro da decine di nanometri a pochi micron che si raccolgono su un collettore, formando un feltro simile alla matrice naturale. Pro: fibre simili al collagene; contro: pori troppo piccoli per l’entrata delle cellule, spessori limitati.
Stampa 3D. Estrusione di filamento (FDM, di solito PCL), sinterizzazione laser di polveri (SLS), fotopolimerizzazione di resina (SLA, DLP): permettono di fabbricare uno scaffold su misura, ricavando la forma da una TC, con porosità e canali controllati. Limite: i pori da meno di 100–200 µm sono difficili.
Biostampa. Il «bioinchiostro» è un idrogel con cellule vive. Con la estrusione si depositano gel densi con molte cellule, risoluzione di centinaia di micron; con il getto (inkjet) gocce piccole e veloci, ma solo gel fluidi; con la stereolitografia si indurisce la luce in strati, con risoluzione alta; con il laser (LIFT) si sparano gocce da un nastro. Il bioinchiostro ideale deve essere stampabile (scorre sotto pressione e poi mantiene la forma), cellulo-compatibile (le cellule sopravvivono alla pressione e al taglio) e funzionale.
Tecnica
Dimensione dei pori
Vantaggi
Limiti
Lisciviazione di sale
50–500 µm
semplice, economica
solventi, pori poco collegati
Schiume di gas
100–500 µm
senza solventi
pori chiusi
Liofilizzazione
10–200 µm
collagene e chitosano
poco controllo di forma
Electrospinning
fibre 0,05–5 µm
simile alla matrice naturale
pori troppo piccoli
Estrusione 3D (FDM)
200–800 µm
forma su misura, controllo dei pori
risoluzione limitata
Biostampa a estrusione
≥ 100–200 µm
contiene cellule vive
resistenza minima, sopravvivenza
Stampa a luce (SLA)
50–300 µm
risoluzione alta
fotoiniziatori, materiali limitati
Un ponte con il resto del sito. Le basi della stampa 3D di tutti i giorni (estrusione, resina, strati) sono le stesse: sono spiegate nella guida /stampa-3d/ del sito. In ingegneria tessutale cambiano i materiali (biocompatibili e sterili) e il fatto che nel materiale ci sono cellule vive.
6L’ossigeno e il problema dei vasi
Una cellula ha bisogno di ossigeno e nutrienti ogni secondo. Nei tessuti normali nessuna cellula è a più di 100–200 µm da un capillare. In un costrutto senza vasi l’ossigeno arriva solo per diffusione dalla superficie, mentre le cellule lo consumano lungo la strada: perciò oltre una profondità di circa 0,1–0,3 mm le cellule muoiono per mancanza di ossigeno (nucleo necrotico). È il limite numero uno dell’ingegneria tessutale.
Il modello più semplice è quello di una lastra con consumo costante, alimentata da un lato: l’ossigeno cala con una parabola dalla superficie verso l’interno. La profondità massima utile dipende dalla diffusività dell’ossigeno D, dalla concentrazione in superficie C0 e dal consumo per unità di volume q; più le cellule sono fitte, meno si penetra.
Strategie. (1) Costrutti sottili (pelle, cartilagine, tessuti di meno di 0,5 mm). (2) Perfusione: un bioreattore fa scorrere il terreno attraverso i pori, portando ossigeno all’interno. (3) Canali stampati che fanno da «strade» per il liquido. (4) Prevascolarizzazione: si seminano insieme cellule dei vasi (endoteliali) e di sostegno (periciti, fibroblasti) che si organizzano in reti di capillari. (5) Fattori angiogenetici come il VEGF rilasciati dallo scaffold. (6) Ossigeno rilasciato da materiali che producono ossigeno. (7) Impianto in un sito ben vascolarizzato (per esempio avvolto in un lembo muscolare) e collegamento chirurgico dei vasi.
Anche con queste strategie i costrutti spessi non sono ancora risolti: i capillari si formano in giorni, ma devono collegarsi con quelli dell’ospite e mantenere il flusso. Una soluzione parziale sono le reti stampate di canali che possono essere collegate a un circuito di perfusione.
tdiff ≈ L² / (2D)
Tempo caratteristico di diffusione su una distanza L.
C(x) = C0 − (q/D)(Lx − x²/2)
Profilo di ossigeno in una lastra di spessore L alimentata dal lato x = 0, senza flusso in x = L.
hmax = √( 2DC0 / q )
Spessore massimo che si può alimentare per sola diffusione.
spessore 0,2 mmspessore 0,28 mm (limite)spessore 0,4 mm (cellule che muoiono)
Figura. Ossigeno dentro un costrutto di cellule alimentato da un lato. Modello di diffusione con consumo costante (q = 10⁻² mol/m³·s, D = 2·10⁻⁹ m²/s, C₀ = 0,2 mol/m³). Nel costrutto da 0,4 mm l’ossigeno va a zero prima del fondo: la parte interna è senza ossigeno.
Esempio svolto. Spessore massimo alimentabile per diffusione
Diffusività dell’ossigeno nel tessuto D = 2·10−9 m²/s; concentrazione in superficie C0 = 0,2 mol/m³ (terreno in equilibrio con l’aria); consumo di un tessuto fitto q = 10−2 mol/(m³·s) (circa 1014 cellule per m³ che consumano 10−16 mol/s ciascuna).
h = √(2 · 2·10−9 · 0,2 / 10−2) = √(8·10−8) = 2,8·10−4 m = 0,28 mm.
Se le cellule consumano dieci volte meno (tessuto meno denso) lo spessore sale di √10 = 3,2 volte: circa 0,9 mm. È il motivo per cui la densità cellulare è un parametro di progetto.
7Schema a blocchi: il ciclo di produzione di un tessuto
Schema. Dal paziente al paziente: ciclo di un tessuto ingegnerizzato. Il percorso dura settimane o mesi. In arancio il bioreattore, che alimenta e stimola il costrutto: è il punto in cui un esperimento diventa un processo ripetibile.
Biopsia ed espansione. Si prelevano poche cellule (da una piccola biopsia di cartilagine, midollo o tessuto adiposo) e si moltiplicano in coltura: da migliaia a milioni. Ogni raddoppio richiede un giorno circa (il tempo varia con il tipo di cellula); le cellule specializzate perdono caratteristiche dopo troppi passaggi.
Differenziazione. Le staminali ricevono i segnali (per esempio dessametasone, acido ascorbico e β-glicerofosfato per l’osso) che le spingono verso il tipo di cellula voluto. Si controlla con marcatori.
Semina. Le cellule vengono introdotte nello scaffold. Una semina statica (goccia) lascia molte cellule vicino alla superficie; una semina dinamica (agitata o perfusa) le distribuisce meglio. Si controlla l’efficienza (quante cellule restano attaccate).
Maturazione in bioreattore. Il costrutto cresce in un contenitore che controlla temperatura (37 °C), pH, ossigeno, composizione del terreno, flusso e stimoli meccanici. È la fase più lunga e più costosa.
Controlli di qualità. Vitalità, distribuzione delle cellule, quantità di matrice, resistenza meccanica, sterilità. I tessuti vivi non si possono sterilizzare alla fine: la produzione si fa in condizioni asettiche in sale pulite (GMP), ed è per questo che il costo è alto.
Impianto e follow-up. Dopo l’impianto si osservano integrazione, vascolarizzazione, funzione e possibili reazioni immunitarie. Questi dispositivi sono, per la normativa europea, medicinali per terapie avanzate (ATMP) se contengono cellule, con requisiti molto severi.
8Bioreattori e stimoli
Una coltura statica in piastra va bene per cellule in monostrato, ma un costrutto 3D spesso più di 1 mm ha bisogno di movimento del liquido. Un bioreattore è un contenitore che lo ottiene e controlla le condizioni.
Spinner flask. Un’ancora magnetica mescola il terreno attorno ai costrutti appesi: semplice ed economico, migliora gli scambi sulla superficie ma poco all’interno.
Rotating wall. Un cilindro che ruota lentamente tiene i costrutti sospesi in caduta libera con basso sforzo di taglio: va bene per costrutti delicati e piccoli.
Perfusione diretta. Il terreno è pompato attraverso i pori dello scaffold: porta ossigeno e nutrienti all’interno e produce uno sforzo di taglio sulle cellule. Per le cellule ossee uno sforzo di taglio dell’ordine di 0,1–1 Pa stimola la formazione di matrice; valori troppo alti staccano le cellule.
Stimolazione meccanica. Per la cartilagine si usa una compressione ciclica (qualche percento di deformazione, circa 1 Hz) che aumenta la sintesi di matrice; per tendini e legamenti uno stiramento ciclico; per i vasi un flusso pulsatile e una pressione; per il cuore la stimolazione elettrica (impulsi di qualche V/cm) che sincronizza la contrazione.
Monitoraggio. Ossigeno e pH con sensori; glucosio e lattato nel terreno come indice di attività; quantità di DNA e di collagene; imaging non distruttivo con micro-TC o ottica. L’obiettivo è controllare il processo senza distruggere il costrutto.
τ = 6μQ / (wh²)
Sforzo di taglio alla parete di un canale rettangolare largo e basso (placche piane): viscosità μ, portata Q, larghezza w, altezza h.
Q = πr4ΔP / (8μL), τp = ΔPr / (2L)
Hagen-Poiseuille per un tubo: portata e sforzo di taglio alla parete (fluido newtoniano).
Bioreattore
Come agisce
Tessuto tipico
Limite
Spinner flask
agitazione magnetica
osso, cartilagine in prova
poco scambio all’interno
Rotating wall
caduta libera lenta
costrutti piccoli, organoidi
costrutti grandi cadono
Perfusione diretta
flusso attraverso i pori
osso, fegato
sforzo di taglio da controllare
Compressione ciclica
carichi ripetuti
cartilagine
attrezzatura più complessa
Stiramento ciclico
allungamenti ripetuti
tendine, muscolo, vaso
ancoraggio dei costrutti
Stimolazione elettrica
impulsi nel terreno
cuore, muscolo, nervo
elettrodi e prodotti elettrolitici
Esempio svolto. Sforzo di taglio in una camera di perfusione
Terreno con viscosità μ = 0,78 mPa·s a 37 °C. Canale largo w = 10 mm, alto h = 0,5 mm. Portata Q = 10 mL/min = 1,67·10−7 m³/s.
È nell’intervallo che stimola le cellule ossee (0,1–1 Pa). Raddoppiando la portata si raddoppia τ; dimezzando l’altezza si quadruplica.
9Formule ed esempi svolti
N(t) = N0 · 2t/Td
Crescita esponenziale delle cellule: Td è il tempo di raddoppio.
n = log2(N/N0)
Numero di raddoppi per passare da N₀ a N.
Ncellule = ρc · Vscaffold · (1 − P)
Cellule necessarie per riempire il tessuto: densità cellulare per volume di tessuto (la parte di volume non porosa conta poco).
t½ = ln 2 / k
Dimezzamento della massa o della resistenza dello scaffold.
raddoppio ogni 24 hraddoppio ogni 36 h
Figura. Espansione di cellule da una biopsia. Dopo una breve fase di adattamento la crescita è una retta in scala logaritmica. Con raddoppio ogni 24 h il numero di cellule passa da 10⁵ a 10⁷ in circa una settimana.
scaffold lento (PCL)scaffold veloce (PLGA)tessuto nuovo
Figura. Il passaggio di consegne: scaffold che si degrada e tessuto che cresce. Curve schematiche. Lo scaffold veloce perde la resistenza prima che il tessuto l’abbia acquistata (buco di resistenza fra le due curve); quello lento tiene fino al passaggio.
Esempio svolto. Quanto tempo per espandere le cellule?
Da una biopsia si ottengono N₀ = 10⁵ cellule; ne servono 10⁷. Tempo di raddoppio 24 ore.
Numero di raddoppi: n = log₂(10⁷/10⁵) = log₂ 100 = 6,64.
Tempo: 6,64 × 24 h = 159 ore ≈ 6,6 giorni. In pratica più lungo: le cellule rallentano e servono passaggi di coltura (e una fase di partenza).
Esempio svolto. Quante cellule per riempire uno scaffold?
Scaffold cilindrico di 1 cm³ con porosità 90 %: 0,9 cm³ di spazio vuoto.
La densità tipica di molti tessuti è dell’ordine di 10⁸ cellule/cm³ (osso e cartilagine ne hanno meno, fegato di più).
Per riempire a metà lo spazio vuoto (0,45 cm³) con 10⁸ cellule/cm³: N = 0,45 × 10⁸ = 4,5·10⁷ cellule.
Con un’efficienza di semina del 50 % ne servono il doppio: 9·10⁷, cioè quasi 10 raddoppi a partire dalle 10⁵ cellule di una biopsia (105·29,8).
Esempio svolto. Tempo di diffusione a diverse distanze
D = 2·10−9 m²/s. L = 200 µm: t = (2·10−4)² / (2·2·10−9) = 4·10−8/4·10−9 = 10 s.
L = 1 mm: t = 10−6 / 4·10−9 = 250 s (circa 4 minuti).
L = 1 cm: t = 10−4 / 4·10−9 = 25 000 s ≈ 7 ore. Il tempo cresce con il quadrato della distanza: ecco perché i pezzi spessi hanno bisogno dei vasi.
Esempio svolto. Pressione per spingere il bioinchiostro in un ago
Bioinchiostro con viscosità 10 Pa·s (modello newtoniano semplice), ago con raggio 100 µm e lunghezza 10 mm, portata di 2 mm³/min = 3,3·10−11 m³/s.
Sforzo di taglio alla parete: τ = ΔP·r/(2L) = 85 000 × 10−4 / 0,02 ≈ 425 Pa: valori che le cellule in genere tollerano. Se si dimezza il diametro dell’ago, a parità di portata la pressione sale di 16 volte.
Esempio svolto. Passaggio di consegne fra scaffold e tessuto
Lo scaffold perde resistenza con tempo di dimezzamento di 8 settimane; il tessuto raggiunge metà della resistenza finale in 5 settimane.
A 8 settimane lo scaffold conserva il 50 % della resistenza e il tessuto ha raggiunto 1 − 2−8/5 ≈ 67 % di quella finale: la somma supera il 100 %, il passaggio è sicuro.
Se il tessuto fosse più lento (metà della resistenza a 12 settimane), a 8 settimane sarebbe a 1 − 2−8/12 ≈ 37 %: la somma con lo scaffold (50 %) è 87 %, sotto il 100 %, cioè c’è un «buco» di resistenza. Da qui la scelta di un polimero più lento (PCL invece di PLGA).
10Limiti, insuccessi e questioni aperte
Vascolarizzazione. È il limite principale: oltre circa 0,2–0,3 mm l’ossigeno non arriva per sola diffusione. Funzionano oggi tessuti sottili o poco vascolarizzati (pelle, cartilagine); gli organi interi restano un obiettivo lontano.
Ripetibilità. I tessuti vivi sono variabili: cellule di donatori diversi, lotti di materiali diversi, condizioni leggermente diverse danno risultati diversi. I processi industriali richiedono controlli molto più severi di una ricerca di laboratorio.
Costo e regole. Un prodotto con cellule vive è un medicinale avanzato, con produzione in sale pulite e controlli lunghi e costosi: i prodotti commerciali sono pochi, e alcuni sono stati ritirati dal mercato perché poco vantaggiosi in rapporto al costo.
Il caso dei trapianti di trachea e dei fallimenti clinici. Alcuni interventi pionieristici su organi complessi, senza solide prove precliniche, hanno avuto esiti drammatici e hanno insegnato che il passo dal laboratorio all’uomo richiede prove su animali, dati completi e controllo etico.
Integrazione. Un tessuto che funziona in coltura può non integrarsi: manca il collegamento nervoso, vascolare o meccanico con il tessuto vicino, oppure il sistema immunitario reagisce.
Sicurezza. Le cellule staminali, se non ben controllate, possono dare tumori. Il tracciamento a lungo termine dei pazienti è un obbligo.
Problema
Che cosa succede
Possibile risposta
Nucleo necrotico
cellule morte al centro del costrutto
perfusione, canali, costrutti sottili
Pochi vasi dopo l’impianto
tessuto che muore per mancanza di ossigeno
prevascolarizzazione, VEGF
Scaffold che cede troppo presto
costrutto che collassa
polimeri più lenti, compositi
Tessuto debole
fibrocartilagine invece di cartilagine
stimoli meccanici, tempi più lunghi
Variabilità fra lotti
risultati non ripetibili
controllo dei processi, standard
Risposta immunitaria
infiammazione, rigetto
cellule autologhe, matrici trattate
11Norme e prospettive
Come sono regolati. Un prodotto con cellule vive o tessuti ingegnerizzati è, nell’Unione Europea, un medicinale per terapie avanzate (ATMP) secondo il Regolamento (CE) n. 1394/2007, valutato dall’Agenzia europea dei medicinali. Uno scaffold senza cellule, invece, è di solito un dispositivo medico secondo il Regolamento (UE) 2017/745, di classe alta. Negli Stati Uniti la FDA ha categorie analoghe. La produzione richiede le buone pratiche di fabbricazione (GMP).
Prospettive. (1) Organoidi e organi su chip: mini-tessuti per provare farmaci con meno animali. (2) Biostampa con vasi: reti di canali stampati. (3) Cellule riprogrammate specifiche per il paziente. (4) Materiali intelligenti che rilasciano segnali nel tempo. (5) Intelligenza artificiale per progettare scaffold e controllare i bioreattori. (6) Meno cellule, più segnali: scaffold che reclutano le cellule del paziente senza coltura previa (rigenerazione «in situ»), più semplice da regolare.
Il campo è passato dall’entusiasmo degli anni Novanta a una visione più realistica: pochi prodotti in commercio, ma strumenti di laboratorio molto utili e un’intera industria di materiali e di biostampanti.
12Esercizi con soluzione
Esercizio 1. Uno scaffold ha densità apparente 0,40 g/cm³ ed è fatto di PLA (1,25 g/cm³). Calcola la porosità.
Mostra la soluzione
P = 1 − 0,40/1,25 = 0,68 = 68 %.
Esercizio 2. Per una schiuma a celle aperte con P = 0,85, calcola rigidezza relativa e resistenza relativa (Gibson-Ashby).
Esercizio 7. Perché la cartilagine è un buon bersaglio iniziale e il fegato no?
Mostra la soluzione
La cartilagine non ha vasi, quindi non c’è il problema di portare ossigeno in profondità: basta un costrutto sottile alimentato per diffusione. Il fegato è denso di cellule che consumano molto ossigeno e ha bisogno di vasi in ogni millimetro.
Esercizio 8. Uno scaffold di PLGA 50:50 si degrada in 6–8 settimane, ma l’osso nuovo ne richiede 16. Che cosa può non funzionare e che cosa cambieresti?
Mostra la soluzione
Lo scaffold perde resistenza prima che l’osso la raggiunga: il costrutto può cedere. Si può scegliere un polimero più lento (PLLA o PCL), un composito con ceramica, oppure proteggere il sito con una fissazione esterna.
Esercizio 9. Perché con un ago più stretto serve molta più pressione a parità di portata?
Mostra la soluzione
Nella legge di Hagen-Poiseuille la portata è proporzionale a r⁴: dimezzare il raggio riduce la portata di 16 volte a parità di pressione; per mantenere la stessa portata la pressione deve crescere di 16 volte. Cresce anche lo sforzo di taglio sulle cellule.
13Glossario
Angiogenesi
formazione di nuovi capillari da vasi esistenti.
Avascolare
senza vasi sanguigni (come la cartilagine).
Bioinchiostro
idrogel con cellule vive usato per la biostampa.
Bioreattore
contenitore che alimenta e stimola un tessuto in crescita.
Difetto critico
lesione ossea troppo grande per guarire da sola.
Diffusione
movimento di molecole dalle zone più concentrate a quelle meno concentrate.
ECM
matrice extracellulare: rete di proteine e zuccheri attorno alle cellule.
Electrospinning
produzione di fibre sottilissime con un getto in campo elettrico.
GMP
buone pratiche di fabbricazione.
Idrogel
rete di polimero piena d’acqua.
iPSC
cellule staminali pluripotenti indotte da cellule adulte.
MSC
cellule staminali mesenchimali.
Organoide
mini-tessuto che si auto-organizza da cellule staminali.
Osteoblasto, osteoclasto, osteocita
cellule che costruiscono, riassorbono e controllano l’osso.
Perfusione
passaggio di liquido attraverso un costrutto.
Porosità
frazione di volume vuoto.
Scaffold
impalcatura temporanea per le cellule.
Sforzo di taglio
forza per unità di superficie parallela alla parete, creata dal flusso.
VEGF
fattore di crescita che stimola la formazione dei vasi.
14Fonti
Le fonti sono elencate qui sotto con i collegamenti. I valori numerici sono ordini di grandezza da letteratura e modelli semplici; per un progetto reale servono dati misurati sul tipo di cellule e sul materiale scelto. Il testo non è un consiglio medico. Il testo è scritto da zero.
L. G. Griffith, G. Naughton, Tissue engineering: current challenges and expanding opportunities — Science 295 (2002) 1009 — pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11834815/
V. Karageorgiou, D. Kaplan, Porosity of 3D biomaterial scaffolds and osteogenesis — Biomaterials 26 (2005) 5474 — pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/15860204/
Q. L. Loh, C. Choong, Three-dimensional scaffolds for tissue engineering: role of porosity and pore size — Tissue Eng Part B 19 (2013) 485 — pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/23672709/
S. V. Murphy, A. Atala, 3D bioprinting of tissues and organs — Nature Biotechnology 32 (2014) 773 — pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/25093879/
A. Greiner, J. H. Wendorff, Electrospinning: a fascinating method for the preparation of ultrathin fibers — Angew Chem 46 (2007) 5670 — pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/17585397/
Taccuino gratuito, scritto per capire e studiare: non serve a fare diagnosi né a usare apparecchi su persone. Scarica il PDF
Immagini mediche reali 3
Sono immagini vere di pazienti anonimi (volti, nomi e date non si vedono), tutte con licenza libera e attribuite. Sono oscurate di base perché possono impressionare: tocca per vedere. La scelta resta ricordata su questo dispositivo e puoi oscurarle di nuovo. Contenuto divulgativo, non è un consiglio medico: in caso di emergenza chiama il 112.
Fibroblasti su uno scaffold di nanofibre elettrofilate, al microscopio elettronico (1500 ingrandimenti).Judyta Dulnik, «Fibroblasts 1», CC BY-SA 4.0 · Fonte: Wikimedia Commons · Modificata: ridimensionata a 1600 px e convertita in WebP. La versione modificata resta con la stessa licenza (CC BY-SA 4.0).
Sezione di un tubo elettrofilato di acido poliglicolico con pori di due misure, al microscopio elettronico (barra: 200 µm).B. Wulkersdorfer et al., «SEM images: cross-sectional view of electrospun tubes», CC BY 3.0 · Fonte: Wikimedia Commons · Modificata: ridimensionata e convertita in WebP.
Cellule staminali della polpa dentaria su uno scaffold di Biocoral, al microscopio elettronico (pannelli A-H).Mangano C et al., «Human Dental Pulp Stem Cells Hook into Biocoral Scaffold», CC BY 4.0 · Fonte: Wikimedia Commons · Modificata: ridimensionata a 1600 px e convertita in WebP.
05
Che cos’è la bioingegneria: dal bisogno clinico alla marcatura CE
Ambiti, storia, figure professionali e il percorso di un dispositivo medico. Una mappa per orientarsi prima di entrare nel dettaglio dei materiali, delle protesi e delle regole.
● = scheda che riprende argomenti dei miei appunti universitari. Le altre sono appunti presi da fonti.
1Che cos’è, in parole semplici
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
La bioingegneria (in inglese bioengineering o biomedical engineering) usa il metodo dell’ingegneria, cioè misurare, modellare, progettare e collaudare, per risolvere problemi di biologia e di medicina. L’istituto statunitense NIH ne ha dato nel 1997 una definizione ampia: integra scienze fisiche, chimiche, matematiche e informatiche con i principi dell’ingegneria per studiare biologia, medicina e salute.
Il risultato più visibile sono i dispositivi medici: dalla siringa alla risonanza magnetica, dal cerotto per il glucosio alla protesi d’anca. Ma la bioingegneria è anche modelli matematici del corpo (come scorre il sangue in un’arteria), elaborazione di segnali (un elettrocardiogramma), materiali che convivono con i tessuti, organizzazione della tecnologia in ospedale.
Si sente parlare di tre nomi vicini: la bioingegneria è il campo più largo, anche con la biologia e l’agricoltura; l’ingegneria biomedica si occupa di salute umana; l’ingegneria clinica è la parte che gestisce la tecnologia dentro gli ospedali (acquisti, sicurezza, manutenzione, collaudi).
Tutto parte da una domanda: a chi serve, e che cosa gli serve davvero? Un buon dispositivo non nasce da una tecnologia in cerca di un uso, ma da un bisogno clinico ben capito. Quasi ogni capitolo di questa sezione riprende questa idea.
Le due regole del mestiere. 1) Non si fa mai male al paziente: la sicurezza viene prima delle prestazioni. 2) Ogni affermazione si dimostra con una misura: «funziona» vuol dire «ho un numero, un metodo e un criterio per dirlo».
2Un po’ di storia
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
La bioingegneria moderna non ha un inventore: è un incontro fra medici curiosi e ingegneri o fisici, spesso nati per rispondere a una guerra o a un’epidemia. Le tappe sotto sono quelle più citate nei manuali; le date sono quelle dell’evento di partenza, non della diffusione.
Tappe fondamentali
Anno
Evento
Perché è importante
1895
Röntgen scopre i raggi X
si vede dentro il corpo senza aprirlo
1903
Einthoven misura l’ECG con il galvanometro a corda
il cuore parla in volt (Nobel 1924)
1943
Kolff costruisce il rene artificiale
un organo sostituito da una macchina
1953
Gibbon: primo intervento con circolazione extracorporea
si può fermare il cuore per operarlo
1958
Primo pacemaker impiantato (Elmqvist, Senning)
l’elettronica entra nel corpo
1960
Valvola a palla di Starr-Edwards
una valvola cardiaca meccanica
1962
Charnley: protesi d’anca a basso attrito
la protesi articolare moderna
1971-72
Hounsfield: tomografia computerizzata (TAC)
immagini in sezione; Nobel 1979 con Cormack
1973
Lauterbur e Mansfield: basi della risonanza magnetica
immagini senza radiazioni ionizzanti; Nobel 2003
1978
Primo impianto cocleare multicanale (Clark, Melbourne)
un senso restituito all’uomo
1986
Primo stent coronarico impiantato nell’uomo (Sigwart)
un’arteria si tiene aperta da dentro
1993
Langer e Vacanti: «tissue engineering» su Science
far ricrescere invece di sostituire
2002
Primo stent a rilascio di farmaco in Europa; Cribier esegue la prima TAVI (valvola aortica per catetere) su un uomo
meno restenosi; operare senza aprire il torace
2017
Regolamento europeo 2017/745 sui dispositivi medici
regole più severe per tutti
Le prime associazioni professionali sono nate negli anni Cinquanta-Sessanta: l’IEEE per l’ingegneria in medicina e biologia (EMBS), e negli Stati Uniti la Biomedical Engineering Society (1968). In Italia i corsi di laurea in ingegneria biomedica sono diffusi dagli anni Novanta e la comunità scientifica si riunisce nel Gruppo Nazionale di Bioingegneria.
3Gli ambiti della bioingegneria
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Il campo è vastissimo; i manuali (Enderle e Bronzino, Bronzino e Peterson) lo dividono in aree che si sovrappongono. Ecco le principali, con un esempio per ciascuna.
Le grandi aree
Area
Che cosa studia
Esempi
Biomateriali
materiali che stanno in contatto con tessuti
titanio per steli, polietilene, cemento osseo, idrogel
Biomeccanica
forze e movimento nel corpo
carichi sull’anca, analisi del cammino, simulazione con elementi finiti
Strumentazione e bioelettronica
sensori, amplificatori, strumenti di misura
ECG, pulsossimetro, EEG, pompa a infusione
Bioimmagini
formare immagini del corpo
raggi X, TAC, risonanza, ecografia, PET
Segnali e dati
estrarre informazioni da segnali e numeri
riconoscimento delle aritmie, intelligenza artificiale in radiologia
sicurezza elettrica, manutenzione, valutazione prima di comprare
Biologia dei sistemi e modellistica
modelli di organi e di processi
modello del flusso sanguigno, farmacocinetica
Come studiare. Servono matematica (analisi, algebra lineare, probabilità), fisica, elettronica, meccanica e biologia di base. Strumenti tipici: un linguaggio di calcolo (MATLAB o Python), un programma CAD, un programma di calcolo agli elementi finiti, il laboratorio.
4Le figure professionali
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
«Fare il bioingegnere» non è un lavoro solo. Sotto le principali figure che ruotano attorno a un dispositivo, dalla fabbrica all’ospedale.
Chi fa che cosa
Figura
Compito
Dove lavora
Ingegnere di ricerca e sviluppo
progetta e prova il dispositivo
azienda, centro di ricerca
Ingegnere della qualità
tiene in regola processi e documenti (ISO 13485)
azienda
Responsabile della conformità normativa
segue le norme, prepara il fascicolo tecnico, parla con l’ente notificato
azienda, studi di consulenza
Ingegnere clinico
sceglie, collauda e mantiene le tecnologie dell’ospedale
ospedale, azienda sanitaria
Fisico medico
dose e qualità delle immagini in radiologia e radioterapia
ospedale
Specialista di applicazioni cliniche
forma i medici all’uso e li assiste in sala
azienda
Revisore di ente notificato
esamina la documentazione e controlla le fabbriche
organismo notificato
Ricercatore
studia nuovi materiali, metodi e modelli
università, istituti
Chirurgo, clinico, infermiere
indica il bisogno e prova il dispositivo sul paziente
ospedale
Un dato utile per chi sceglie la strada: il Regolamento europeo (art. 15) obbliga ogni fabbricante ad avere almeno una persona responsabile del rispetto della normativa (in inglese PRRC), con competenze documentate. È una figura nuova, richiesta da quando le regole sono diventate più severe.
5Il corpo con gli occhi di un ingegnere
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Prima di progettare serve sapere di che ordini di grandezza si parla. Una tabella di numeri tipici è il primo strumento: permette di capire subito se un requisito ha senso (per esempio se un amplificatore deve vedere microvolt o volt).
Come sono verificati i dati. Le date storiche sono confrontate con almeno due fonti (manuali e articoli originali). I valori fisiologici e dei materiali sono ordini di grandezza (indicativi): variano molto da persona a persona e da misura a misura.
Numeri da ricordare (ordini di grandezza, indicativi)
Grandezza
Valore tipico
Note
Pressione arteriosa
120/80 mmHg ≈ 16/10,7 kPa
1 mmHg = 133,3 Pa
Gittata cardiaca a riposo
≈ 5 L/min
cuore: circa 70 battiti al minuto
Segnale ECG in superficie
≈ 1 mV
larghezza di banda 0,05–150 Hz
Segnale EEG
10–100 µV
bande 0,5–40 Hz
Segnale EMG
0,1–5 mV
fino a circa 500 Hz
Temperatura corporea
36,5–37,5 °C
regola anche i limiti di calore degli impianti
Modulo elastico osso corticale
≈ 17–20 GPa
osso spugnoso: da 0,1 a 2 GPa
Modulo elastico tendine
≈ 1 GPa
cartilagine: circa 1 MPa (compressione)
Titanio / Co-Cr / acciaio
110 / 210 / 200 GPa
molto più rigidi dell’osso
Forza sull’anca camminando
≈ 2,4 volte il peso del corpo
Bergmann 2001
Resistività del tessuto
da 1 a 10 Ω·m
determina come passa la corrente di uno stimolatore
Questo vale anche per le dimensioni: una cellula misura 10–20 µm, un’arteria coronaria 3–4 mm, il femore 45 cm, una persona 1,7 m. Sono otto-nove decadi di scala, e a ogni scala le leggi dominanti cambiano (chimica, fluidi, meccanica).
6Il percorso di un dispositivo: dal bisogno alla marcatura CE
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Schema. Dall’idea al paziente, passo dopo passo. La valutazione del rischio non è una fase: accompagna tutto il percorso. Dopo la marcatura il fabbricante continua a raccogliere dati (sorveglianza post-commercializzazione) e aggiorna rischio e fascicolo.
Un dispositivo medico non si «inventa e si vende»: attraversa fasi con controlli precisi. Lo schema sotto è semplificato ma riflette quello che chiedono la norma ISO 13485 (sistema qualità), il regolamento europeo 2017/745 e, negli Stati Uniti, la regola sui «design controls» della FDA. Il metodo si chiama anche modello a V: ogni requisito a sinistra ha un collaudo a destra.
Le parole che contano
Requisiti (design input): la lista di ciò che il dispositivo deve fare e rispettare, scritta in modo misurabile («forza radiale di almeno 30 kPa», non «forte»).
Risultati del progetto (design output): disegni, specifiche, software, istruzioni: tutto ciò che permette di fabbricarlo.
Verifica: «ho costruito la cosa giusta nel modo giusto?» cioè le uscite rispettano i requisiti (prove sul banco, calcoli).
Validazione: «ho costruito la cosa giusta per l’utente?» cioè il dispositivo soddisfa il bisogno nelle condizioni d’uso reali (simulazioni d’uso, prove cliniche).
Trasferimento in produzione: il progetto diventa un processo ripetibile, con controlli e tolleranze.
Fascicolo tecnico: la raccolta di tutta questa documentazione, che l’ente notificato esamina.
7Dai bisogni ai requisiti: un esempio
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Il passaggio più delicato è trasformare un bisogno vago in numeri. Il metodo è sempre lo stesso: partire dal bisogno, chiedere «quanto?», «in quali condizioni?», «come lo misuro?».
Esempio svolto. Dalla frase «la batteria deve durare molti anni» a un requisito
Bisogno clinico: i pazienti non vogliono subire un nuovo intervento per cambiare il generatore troppo spesso.
Requisito: durata utile di almeno 10 anni con corrente media di 10 µA.
Margine di sicurezza del 30 % per le tolleranze e la fine vita: 0,877 × 1,3 ≈ 1,14 Ah.
Verifica: misurare il consumo medio in laboratorio con segnali realistici e confrontare la capacità certificata della cella.
Esempio svolto. La risoluzione di un convertitore per un ECG
Segnale tipico 1 mV; si vuole distinguere un’onda che varia di 10 µV.
Con ingresso ±5 mV (10 mV totali) e un convertitore a 12 bit: passo = 10 mV / 4096 ≈ 2,4 µV.
Ci sono circa 4 livelli dentro i 10 µV: basta per vedere l’onda, anche se è poco in presenza di rumore.
Con 16 bit il passo scende a 0,15 µV: più margine per l’elaborazione digitale.
8Scegliere un materiale con una matrice pesata
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Quando più soluzioni sono possibili si usa una matrice di decisione: si elencano i criteri, si dà a ciascuno un peso (importanza) e un punteggio da 1 a 5 per ogni soluzione, e si calcola la somma dei prodotti. Non è una verità matematica, ma obbliga a dichiarare le ragioni e permette di discuterle.
Vince il titanio per questo uso. Se il peso della fatica salisse a 8 (per uno stelo sottile), Co-Cr passerebbe a 83 e il titanio a 87: ancora titanio. Se salisse a 12, il Co-Cr (103) supererebbe il titanio (99): la scelta cambia solo con un cambio di requisiti molto netto.
9Sistema qualità e documentazione
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
ISO 13485:2016 è la norma sul sistema di gestione della qualità per i dispositivi medici. Non garantisce che un prodotto sia buono: garantisce che l’azienda lavori con un metodo ripetibile e dimostrabile. Chiede procedure scritte per progettazione, acquisti, produzione, sterilizzazione, controllo dei fornitori, azioni correttive e preventive (CAPA), gestione dei reclami e tracciabilità.
Il principio da ricordare è «se non è scritto, non è stato fatto». Ogni prova ha un protocollo approvato prima, un rapporto firmato, una data e uno strumento calibrato. Il fascicolo storico del progetto (in inglese design history file) conserva tutto: serve all’ente notificato e, anni dopo, a capire perché una scelta è stata fatta.
Alcune norme che incontrerai spesso
Norma
Di che cosa tratta
ISO 13485:2016
sistema di gestione della qualità
ISO 14971:2019
gestione del rischio
ISO 10993 (serie)
valutazione biologica
IEC 60601-1
sicurezza elettrica degli apparecchi
IEC 62304
ciclo di vita del software medicale
IEC 62366-1
ingegneria dell’usabilità
ISO 14155:2020
sperimentazione clinica dei dispositivi
ISO 11607
confezioni per dispositivi sterili
ISO 11135, 11137, 17665
sterilizzazione (ossido di etilene, radiazioni, vapore)
10Etica e responsabilità
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Un dispositivo medico viene provato su persone. Per questo le regole etiche sono parte del lavoro: la Dichiarazione di Helsinki (World Medical Association, dal 1964, rivista più volte) fissa i principi della ricerca sull’uomo: consenso informato, bilancio fra rischi e benefici, approvazione di un comitato etico indipendente. Le norme ISO 14155 (buona pratica clinica per dispositivi) e le GCP traducono questi principi in procedure.
Ci sono anche temi più recenti: i dati sanitari (GDPR), la sicurezza informatica di dispositivi connessi, la trasparenza degli algoritmi di intelligenza artificiale, l’equità dell’accesso alle cure e i bias (un pulsossimetro tarato su pelli chiare può sovrastimare l’ossigeno in persone con pelle scura: è un problema documentato). Un ingegnere deve imparare a farsi queste domande prima che qualcuno si faccia male.
Un caso che insegna. Gli elettrocateteri per defibrillatori Sprint Fidelis (richiamati nel 2007) e Riata (avviso nel 2010) mostrano che anche un dispositivo ben provato può avere un difetto di lungo periodo, scoperto solo da registri e sorveglianza: ecco perché il controllo continua dopo la vendita.
11Tendenze: medicina digitale e intelligenza artificiale
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Il software può essere un dispositivo medico (software as a medical device, SaMD): per il Regolamento europeo, un programma pensato per diagnosi o supporto alle decisioni cliniche rientra di norma tra i dispositivi di classe IIa o superiore (regola 11). Algoritmi di intelligenza artificiale per immagini radiologiche, elettrocardiogrammi o retina sono già autorizzati; l’agenzia americana FDA pubblica un elenco aggiornato.
Altre direzioni attive: gemelli digitali (modelli del singolo paziente per pianificare un intervento), stampa 3D su misura, dispositivi indossabili per il monitoraggio continuo, interfacce cervello-computer, robotica chirurgica e riabilitativa, materiali intelligenti. Ognuna porta nuove domande di sicurezza e di prova: ecco perché il metodo, più delle tecnologie, è ciò che si impara.
12Esercizi
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Esercizio 1. Distingui verifica e validazione con un esempio per un catetere che deve passare in una guida da 0,014 pollici.
Mostra la soluzione
Verifica: misuro che il diametro interno del catetere sia, per esempio, almeno 0,016 pollici (0,41 mm): la specifica è rispettata. Validazione: faccio provare il catetere a un operatore su un modello vascolare, per vedere se nelle condizioni reali la guida scorre davvero e il catetere si può guidare.
Esercizio 2. Un dispositivo deve funzionare 12 anni con corrente media di 8 µA e un margine del 25 %. Che capacità serve?
Esercizio 4. Perché un requisito come «la protesi deve essere resistente» è inutilizzabile? Riscrivilo.
Mostra la soluzione
Non è misurabile né verificabile. Riscrittura: «lo stelo deve sopportare 10 milioni di cicli tra 300 e 2300 N senza rompersi, secondo ISO 7206-4».
Esercizio 5. In una matrice pesata con tre criteri di pesi 3, 2 e 1, la soluzione A prende 5, 2 e 3 e la B prende 3, 4 e 4. Quale vince?
Mostra la soluzione
A: 15 + 4 + 3 = 22. B: 9 + 8 + 4 = 21. Vince di poco A: conviene controllare se la scelta resiste a una piccola modifica dei pesi.
Esercizio 6. Perché il rischio non è una fase ma accompagna tutto il progetto?
Mostra la soluzione
Ogni scelta (materiale, forma, software, istruzioni) può introdurre nuovi pericoli o ridurne altri; il rischio va riesaminato a ogni modifica e dopo la vendita, quando arrivano dati reali.
13Glossario
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
CAPA
azione correttiva e preventiva dopo un problema.
CE
marcatura che indica la conformità alle norme europee applicabili.
Dispositivo medico
strumento, apparecchio, impianto o software destinato dal fabbricante a scopi medici (art. 2 del Regolamento).
Ente notificato
organismo indipendente designato dagli Stati per valutare i dispositivi.
Fascicolo tecnico
documentazione che dimostra la conformità del dispositivo.
GCP
buona pratica clinica per le sperimentazioni.
Ingegneria clinica
gestione della tecnologia in ospedale.
PRRC
persona responsabile del rispetto della normativa.
SaMD
software come dispositivo medico.
Validazione
dimostrare che il dispositivo risponde al bisogno dell’utente.
Verifica
dimostrare che il progetto rispetta i requisiti.
·Fonti e letture
J. D. Enderle, J. D. Bronzino (a cura di), Introduction to Biomedical Engineering — 3ª ed., Academic Press 2012
J. D. Bronzino, D. R. Peterson (a cura di), The Biomedical Engineering Handbook — CRC Press
P. G. Yock et al., Biodesign: The Process of Innovating Medical Technologies — 2ª ed., Cambridge University Press 2015
J. F. Dyro (a cura di), Clinical Engineering Handbook — Academic Press 2004
J. G. Webster (a cura di), Medical Instrumentation: Application and Design — 4ª ed., Wiley 2009
ISO 13485:2016 e ISO 14971:2019 — sistema qualità e gestione del rischio — iso.org
FDA, Design Control Guidance for Medical Device Manufacturers — 1997 (21 CFR 820.30) — fda.gov
World Medical Association, Dichiarazione di Helsinki — principi etici per la ricerca sull’uomo — wma.net
B. D. Ratner, A history of biomaterials — in Biomaterials Science, 4ª ed., 2020
R. Langer, J. P. Vacanti, Tissue engineering — Science 260 (1993) 920
A. Sjoding et al., Racial bias in pulse oximetry measurement — New England Journal of Medicine 383 (2020) 2477
Pagina per studiare e capire, a scopo divulgativo: non è un consiglio medico. Per una protesi, un impianto o un intervento decide il medico; per un dispositivo reale fanno fede le norme e le istruzioni del fabbricante.
06
Protesi in dettaglio: dai registri al progetto
Anca, ginocchio, spalla, colonna, impianti dentali, valvole, stent, pompe cardiache, neuroprotesi e arti: materiali, fissaggio, usura e durata, con i numeri dei registri nazionali.
● = scheda che riprende argomenti dei miei appunti universitari. Le altre sono appunti presi da fonti.
1Che cosa vuol dire «dura»: i registri
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Chiedere quanto dura una protesi è come chiedere quanto vive una persona: la risposta è una distribuzione. Si misura con i registri, banche dati nazionali che raccolgono ogni intervento e ogni revisione (nuova operazione per sostituire o togliere componenti). Il primo registro al mondo è lo svedese per le protesi d’anca (1979); poi quello norvegese (1987), l’australiano AOANJRR (dal 1999), il registro inglese NJR (dal 2003) e il RIAP italiano, gestito dall’Istituto Superiore di Sanità (dal 2006-2007) e inserito fra i sistemi di sorveglianza nazionali dal DPCM del 3 marzo 2017.
Per l’anca e il ginocchio l’AOANJRR a fine 2024 contava oltre 690 000 protesi d’anca primarie, oltre 950 000 di ginocchio e circa 79 000 di spalla (valori AOANJRR, indicativi). In Italia si impiantano ogni anno decine di migliaia di protesi d’anca e di ginocchio, in totale oltre 100 000 secondo i rapporti RIAP e le schede di dimissione (indicativo: per il numero esatto serve l’ultimo rapporto).
Il numero chiave è la sopravvivenza dell’impianto: la percentuale di protesi ancora in sede dopo un certo tempo, calcolata con il metodo di Kaplan-Meier o con la percentuale cumulativa di revisioni (CPR), che tiene conto dei pazienti seguiti per tempi diversi e dei decessi. «Revisione» è il punto d’arrivo, ma la protesi può essere dolorosa o poco funzionale molto prima: per questo si guardano anche i questionari dei pazienti (PROMs).
Come sono verificati i dati. I dati importanti qui riportati sono stati confrontati con almeno due fonti indipendenti (libri di testo, rassegne, norme, registri); dove la conferma è mancante o parziale il valore è segnato «indicativo» e va considerato un ordine di grandezza. Per decisioni cliniche o progettuali fanno fede la norma o il rapporto originale.
ginocchio totaleanca totale
Figura. Sopravvivenza di anca e ginocchio da dati di registro. Curva schematica che passa per i valori puntuali pubblicati da Evans e colleghi (The Lancet 2019) nelle analisi dei registri. I dati a 20-25 anni dell’anca vengono da impianti più vecchi (registro finlandese) e non rappresentano le protesi di oggi.
Come leggere un numero di registro. Chiediti sempre: a quanti anni? di quale modello? in quali pazienti? Un valore del 5 % di revisioni a 10 anni è il traguardo che il registro inglese usa come soglia di qualità per le componenti di anca; i dati più vecchi non dicono come andranno le protesi impiantate ora.
2Anca: com’è fatta e perché
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
La protesi d’anca totale sostituisce due superfici: la testa del femore e la cavità del bacino (acetabolo). Ha quattro componenti: stelo, testa (sfera da 22 a 40 mm e oltre), inserto e coppa. La testa si incastra sul collo dello stelo con un cono (taper 12/14) senza viti, e la coppa è un guscio metallico emisferico, che si fissa per incastro nell’osso con una leggera sotto-fresatura di 1-2 mm (press-fit) e a volte con viti.
Gli steli si dividono in poche famiglie. Steli cementati a cono lucido (tipo Exeter): scivolano di poco nel cemento e lo comprimono, caricandolo come un cuneo; non vanno incollati. Steli cementati compositi (tipo Müller/Charnley): aderiscono al cemento. Steli non cementati a cuneo (tipo Corail, Accolade): si incastrano nella parte alta del femore. Steli a riempimento completo e steli corti: conservano più osso.
Offset e lunghezza. L’offset è la distanza orizzontale fra il centro della testa e l’asse del femore. Se l’offset cresce, il braccio del muscolo abduttore (il grande gluteo medio) cresce rispetto al braccio del peso: i muscoli lavorano con meno forza e la forza sull’articolazione diminuisce. Ma troppo offset tende i tessuti e allunga il dolore laterale. Per questo i sistemi hanno molte combinazioni (collo 127°-135°, offset standard e alto).
La posizione della coppa. Per anni si è insegnata la «zona sicura» di Lewinnek (inclinazione 40° ± 10°, anteversione 15° ± 10°) per evitare lussazioni; studi recenti mostrano che molte lussazioni avvengono anche dentro quella zona, perché conta la posizione del bacino mentre ci si siede e ci si alza. Oggi si ragiona su zone personalizzate e sulla navigazione.
R = Wb · (1 + a / b)
Modello semplice dell’appoggio su una gamba: R forza sull’anca, Wb peso che grava sull’anca (circa 5/6 del peso), a braccio del peso, b braccio dell’abduttore.
persona di 75 kg (750 N)
Figura. Forza sull’anca in funzione del braccio dell’abduttore. Con a = 0,12 m. Alzare l’offset di 10 mm (b da 5 a 6 cm) riduce il carico di circa il 12 %. Il modello trascura l’inclinazione dei muscoli: dà un ordine di grandezza (2-3 volte il peso).
Esempio svolto. Che cosa cambia con 1 cm di offset in più
Persona di 750 N; Wb = 5/6 · 750 = 625 N; a = 0,12 m.
Con b = 0,05 m: R = 625 × (1 + 0,12/0,05) = 625 × 3,4 = 2125 N.
Con b = 0,06 m: R = 625 × (1 + 2) = 1875 N.
Differenza: 250 N, cioè −11,8 %. A ogni passo il carico cala; in un anno (circa un milione di passi) l’usura cala in proporzione. Il prezzo: una gamba che può sembrare più larga e tessuti più tesi.
Schema. Le quattro parti della protesi (coppa, inserto, testa, stelo) e l’offset, cioè la distanza orizzontale fra il centro della testa e l’asse del femore.Componenti di una protesi d’anca: coppa, inserto, testa e stelo
3Anca: materiali, fissaggio e accoppiamenti
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Cemento o no? Nel fissaggio con cemento PMMA, il cemento (mantello di 2-5 mm) trasferisce il carico all’osso ed è fatto per resistere per decenni; permette di caricare subito ed è l’opzione più sicura nell’osso fragile. Nei registri di Svezia, Norvegia e Inghilterra gli steli cementati hanno risultati pari o migliori negli anziani, e una frattura intorno alla protesi meno frequente. Nel fissaggio biologico (senza cemento) lo stelo si incastra e l’osso cresce sulla superficie: serve buon osso, ed è più usato nei pazienti giovani e in Australia e Stati Uniti.
Rivestimenti. Le superfici non cementate sono sabbiate, coperte con perline sinterizzate, con fibre metalliche, con titanio poroso stampato in 3D o con tantalio trabecolare (porosità fino all’80 %). Il rivestimento di idrossiapatite, spruzzato in uno strato di 50-155 µm, accelera la crescita ossea nei primi mesi. I pori efficaci sono 100-400 µm.
Accoppiamenti. L’usura è il cuore del problema. Il polietilene a peso molecolare altissimo (UHMWPE) convenzionale irradiato con raggi gamma consuma 0,1-0,2 mm l’anno in coppia con testa metallica; l’UHMWPE altamente reticolato (dose 50-100 kGy, poi rifuso o stabilizzato con vitamina E) scende a 0,01-0,05 mm l’anno. Sopra la soglia di circa 0,1 mm l’anno l’osteolisi diventa frequente. Ceramica su ceramica (allumina rinforzata con zirconia, Biolox delta) ha usura minima, ma può cigolare e, in rarissimi casi, rompersi; metallo su metallo è stato quasi abbandonato (vedi sotto). La dual mobility mette una piccola testa dentro una grande sfera di polietilene che si muove nella coppa: riduce le lussazioni.
Accoppiamenti d’anca: dati indicativi da letteratura
Accoppiamento
Usura lineare (mm/anno)
Pro
Contro
Co-Cr / UHMWPE convenzionale
0,1-0,2
storico, economico
osteolisi a lungo termine
Co-Cr / UHMWPE reticolato
0,01-0,05
riduzione dell’80-90 % dell’usura
resistenza a frattura più bassa del PE convenzionale
Ceramica / UHMWPE reticolato
0,01-0,04
testa liscia e dura
costo; frattura della testa molto rara (indicativo)
Ceramica / ceramica
0,001-0,005
usura minima, particelle inerti
cigolio, frattura (indicativo: ordine di 1 caso su 10 000)
Co-Cr / Co-Cr
0,005-0,02
teste grandi stabili
ioni di cobalto e cromo, reazioni dei tessuti
Dual mobility
poco diversa dal PE reticolato
meno lussazioni
usura sull’altra interfaccia, intrappolamento
volume consumato (mm³)penetrazione (µm)
Figura. Usura e diametro della testa (polietilene convenzionale, 1 milione di cicli). Con la legge di Archard e K = 10⁻⁶ mm³/(N·m), F = 1000 N, 30 mm di scorrimento per ciclo con testa 28 mm. Una testa più grande scorre di più (più volume) ma distribuisce su un’area maggiore (meno profondità).
4Anca: cosa può andare male
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Le cause di revisione dell’anca, nei grandi registri, sono sempre le stesse e si possono ordinare per periodo: nei primi anni prevalgono lussazione, infezione e frattura intorno alla protesi; dopo 10 anni l’allentamento asettico (con osteolisi) e l’usura. La frazione varia con il paziente (anziani con osso debole, giovani molto attivi, obesità), con la tecnica e con il modello.
Il caso dei metalli su metallo. Negli anni Duemila le teste grandi di Co-Cr su coppa Co-Cr (e le «protesi di rivestimento») furono promosse perché stabili. I registri mostrarono tassi di revisione molto più alti; nell’agosto 2010 il sistema ASR di DePuy fu ritirato dal mercato dopo che i registri avevano mostrato revisioni a cinque anni di circa il 12 % (rivestimento) e il 13 % (coppa per protesi totale). I frammenti nanometrici e gli ioni di cobalto-cromo generavano reazioni dei tessuti molli (pseudotumori). Fu uno dei casi che portò al Regolamento 2017/745.
La corrosione del collo. La giunzione conica testa-stelo può corrodersi per micromovimenti e liquidi nella fessura (corrosione da fessura assistita meccanicamente): il rilascio di ioni e detriti dà dolore e reazioni locali. Si riduce con coni più lunghi, rugosità controllata e teste di ceramica.
Infezione. Si forma un biofilm sulla protesi, difficile da attaccare con antibiotici: l’infezione periprotesica interessa circa l’1 % delle protesi e richiede quasi sempre di togliere o cambiare l’impianto. Profilassi antibiotica, sala operatoria pulita e cemento con antibiotico la riducono.
Il ginocchio non è una cerniera: i condili del femore ruotano e scivolano sul piatto della tibia (il rollback femorale in flessione) e la rotula agisce da puleggia sul tendine del quadricipite. Per questo la protesi è più complessa e più sensibile alla tecnica di montaggio.
La protesi totale ha tre parti: componente femorale (Co-Cr-Mo fuso, con la forma dei condili), piatto tibiale (Ti o Co-Cr) e inserto di polietilene; la rotula può essere ricoperta con una cupola di polietilene. Le due filosofie principali sono: conservare il legamento crociato posteriore (CR) o sostituirlo con un perno-camma (PS, posterior stabilized). Esistono anche inserti molto conformi (UC), «medial pivot» e protesi a ginocchio fisso o con inserto mobile.
Allineamento: per decenni si è cercato l’asse meccanico, cioè l’angolo fra femore e tibia vicino a 180° (±3°). Oggi si discute dell’allineamento cinematico, che segue la forma originale del ginocchio di ciascuno; non è ancora chiaro quale dia risultati migliori a 15 anni.
Usura. Il contatto è poco conforme: la pressione di contatto nel polietilene può superare 20 MPa (indicativo), e l’usura avviene per delaminazione e fatica superficiale, oltre che per abrasione. Si usano polietileni reticolati o con vitamina E, e inserti sempre più spessi (almeno 8 mm sono consigliati dai produttori).
Dati. A 25 anni l’82 % delle protesi totali di ginocchio è ancora in sede nei registri (Evans 2019); le protesi mono-compartimentali (solo una parte del ginocchio) raggiungono circa il 70 %, con un tasso di revisione circa doppio a 10 anni, ma con un recupero più rapido e con un ginocchio che «sembra più naturale». Le cause principali di revisione sono infezione, allentamento, dolore, instabilità e disallineamento.
Famiglie di protesi di ginocchio
Tipo
Idea
Quando
Nota
CR (crociato conservato)
il legamento crociato posteriore stabilizza
legamento sano
comporta equilibrio tensioni delicato
PS (posteriore stabilizzata)
camma sul femore + perno sulla tibia
ginocchi molto deformi o con legamento mancante
usura del perno possibile
UC (ultracongruente)
inserto molto profondo davanti e dietro
sostituisce il perno in certi casi
meno asportazione di osso
Mono-compartimentale
si cambia solo medialmente o lateralmente
danno limitato, legamenti sani
revisioni più frequenti, recupero più veloce
Cerniera/vincolata
cerniera meccanica
revisioni, legamenti persi
carichi trasmessi all’osso più alti
Protesi totale di ginocchio: componente femorale, inserto e piatto tibiale
6Spalla
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
La spalla è l’articolazione più mobile e la meno stabile: una grossa testa (humerus) poggia su una piccola cavità (glenoide). La stabilità è data dai muscoli della cuffia dei rotatori.
Protesi anatomica. Una testa di Co-Cr o titanio (diametro 40-52 mm) su stelo omerale, e una cavità di polietilene sulla scapola. Funziona se la cuffia è integra. Il punto debole è l’allentamento della glenoide (la parte sulla scapola, con poco osso a disposizione).
Protesi inversa. L’idea è del francese Paul Grammont (1985): si mette una sfera sulla scapola e una coppa sull’omero, invertendo l’anatomia. Il centro di rotazione si sposta in basso e verso la scapola, e il muscolo deltoide, che prima faceva solo da supporto, può sollevare il braccio anche se la cuffia è rotta. La protesi inversa è stata autorizzata negli Stati Uniti nel 2003; oggi è la scelta più frequente in molti registri (Australia, Stati Uniti, Nuova Zelanda).
I problemi della protesi inversa sono la tacca scapolare (usura dell’osso sotto la sfera), l’instabilità, la frattura dell’acromion e l’infezione; con steli più corti, sfere più grandi e geometrie meno mediali si cerca di ridurli. Spesso si usano soluzioni «convertibili» (da anatomica a inversa senza togliere lo stelo).
Spalla: anatomica contro inversa
Anatomica
Inversa
Superficie sulla scapola
cavità di polietilene
sfera (glenosfera) di Co-Cr o titanio, 36-42 mm
Superficie sull’omero
testa sferica
coppa di polietilene
Muscolo che muove
cuffia dei rotatori
deltoide
Quando
artrosi con cuffia sana
cuffia rotta, artropatia da cuffia, fratture complesse
Punto debole
allentamento della glenoide
tacca scapolare, instabilità
Protesi di spalla, anatomica e inversa
7Colonna vertebrale
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
La colonna deve sostenere carichi (la forza sul disco lombare in piedi supera il peso del corpo e arriva a 1-2 kN in sollevamento) e allo stesso tempo muoversi. Gli impianti si dividono in due famiglie: quelli che fondono due vertebre e quelli che conservano il movimento.
Gabbie intersomatiche (cage). Si inseriscono al posto del disco asportato, fra due vertebre, per ristabilire l’altezza e dare spazio all’osso innestato. Materiali: PEEK (rigidezza ≈ 3-4 GPa, vicina all’osso, trasparente ai raggi X, con marker di tantalio per vederlo), titanio (anche poroso stampato in 3D, più rigido ma con crescita ossea migliore) e carbonio-PEEK. Il rischio principale è lo sprofondamento (subsidence) dell’impianto nel piatto vertebrale se è troppo rigido o con superficie troppo piccola.
Viti e barre. Le viti peduncolari (diametro 5-7,5 mm, lunghe 30-55 mm) in Ti-6Al-4V si avvitano nelle vertebre e vengono collegate da barre di 5,5 mm (titanio, Co-Cr o acciaio). Il sistema deve sostenere carichi flessionali per milioni di cicli finché l’osso non si fonde: la rottura delle barre o delle viti è la complicanza meccanica classica nelle fusioni senza fusione ossea (pseudoartrosi). Le prove si fanno con ASTM F1717.
Protesi di disco. Un nucleo di polietilene fra due piastre in Co-Cr o titanio (modelli come Charité e ProDisc-L, autorizzati dalla FDA nel 2004 e nel 2006) vuole ridurre la degenerazione dei dischi vicini. Gli studi randomizzati danno risultati simili alla fusione per il dolore, con vantaggi di movimento mantenuto; il vantaggio sul lungo periodo resta discusso e la selezione dei pazienti è stretta. Le prove d’usura seguono ISO 18192-1.
Materiali delle gabbie
Materiale
Modulo (GPa)
Pro
Contro
PEEK
3-4
rigidezza simile all’osso, radiotrasparente
non si integra con l’osso: serve il marker, a volte rivestimento
Titanio pieno
≈ 110
si integra con l’osso
artefatti in TAC/RM, rischio di sprofondamento
Titanio poroso 3D
1-15 secondo la porosità
osso che cresce nel reticolo, rigidezza regolabile
costo, pulizia da residui di polvere
Carbonio-PEEK
≈ 18-20
resistenza maggiore
meno diffuso
8Impianti dentaliMiei appunti
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Un impianto dentale è una radice artificiale: una vite che si inserisce nella mascella o nella mandibola e, dopo un periodo di guarigione, si lega all’osso. Ha tre parti: la fixture (la vite nell’osso), il pilastro (abutment) che esce dalla gengiva e la corona in ceramica o resina.
Materiali. Titanio commercialmente puro di grado 4 (resistenza a trazione ≥ 550 MPa) o la lega Ti-6Al-4V (≈ 900 MPa); esiste una lega titanio-zirconio più resistente per impianti sottili. La zirconia è un’alternativa bianca, più fragile. Le superfici sono ruvide (sabbiate e mordenzate con acido, o ossidate per anodizzazione) per aumentare il contatto con l’osso; l’idrossiapatite è meno usata per il rischio di distacco.
Collegamento. Il collegamento fra impianto e pilastro è il punto meccanico più delicato: esagono esterno, esagono interno, cono Morse (si incastra per attrito). Nel mercato si impone la platform switching (pilastro più stretto della piattaforma) che riduce l’assorbimento dell’osso intorno al collo.
Quanto resiste. La masticazione carica l’impianto con 100-300 N in media (picchi sopra i 500 N) a circa 1 Hz, con centinaia di migliaia di cicli l’anno. La rottura per fatica interessa il collo dell’impianto, dove la sezione è più piccola per via della filettatura interna. La norma ISO 14801 prova gli impianti a flessione: forza inclinata di 30° rispetto all’asse, braccio di 11 mm sopra il livello dell’osso, 5 milioni di cicli a 15 Hz al massimo.
Sopravvivenza. Una rassegna di Howe e colleghi (2019) trova circa il 95 % degli impianti ancora in funzione dopo 10 anni. Il rischio principale a lungo termine è la perimplantite, un’infiammazione batterica dei tessuti intorno, che riguarda circa un paziente su cinque (≈ 20 %) e circa un impianto su otto (≈ 12 %) secondo le meta-analisi; la prevenzione è l’igiene e i controlli regolari.
Esempio svolto. Tensione di flessione nel collo di un impianto (prova ISO 14801)
Forza 200 N inclinata di 30° rispetto all’asse; braccio 11 mm sopra l’osso.
Componente trasversale: 200 × sen 30° = 100 N. Momento: M = 100 × 11 = 1100 N·mm.
Il collo ha una sezione resistente equivalente di diametro 3,0 mm (per via della filettatura interna): σ = 32 M / (π d³) = 32 × 1100 / (π × 27) ≈ 415 MPa.
È un valore sopra o vicino al limite di fatica del titanio di grado 4 (circa 300-400 MPa): spiega perché gli impianti sottili hanno un margine ridotto e usano leghe più resistenti.
Collegamenti implanto-pilastro
Tipo
Come funziona
Pro
Contro
Esagono esterno
esagono sopra la testa dell’impianto
semplice, storico
la vite si può allentare
Esagono interno
esagono dentro l’impianto
più stabile
parete sottile nei diametri piccoli
Cono Morse
cono autobloccante per attrito
molto stabile, buon sigillo
difficile da togliere
Platform switching
pilastro più stretto
meno perdita ossea
richiede progetto dedicato
Impianto dentale in titanio con pilastro e corona
9Cementi osseiMiei appunti
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Il cemento osseo acrilico (PMMA, polimetilmetacrilato) si prepara in sala operatoria mescolando una polvere (perline di PMMA, un iniziatore come il perossido di benzoile e un radiopacizzante come il solfato di bario o l’ossido di zirconio) e un liquido (monomero MMA, un attivatore come la dimetil-p-toluidina e un inibitore, l’idrochinone, che evita l’indurimento in magazzino). Le catene si formano per polimerizzazione radicalica e il cemento passa da pasta a solido in 10-15 minuti.
La reazione sviluppa calore (il monomero rilascia circa 57 kJ/mol): in un provino spesso la temperatura supera i 70 °C, ma nell’osso, con un mantello sottile, i valori misurati sono 40-50 °C (indicativo). Il cemento si ritira del 5-7 % in volume. Contiene vuoti e porosità, che si riducono con la miscelazione sottovuoto. La norma ISO 5833 chiede una resistenza a compressione di almeno 70 MPa, a flessione di almeno 50 MPa e un modulo di flessione di almeno 1800 MPa.
Il cemento si aggiunge di additivi: l’antibiotico (gentamicina, tobramicina) viene rilasciato lentamente dai pori; i rinforzanti aumentano la resistenza; gli agenti schiumogeni creano pori più grandi per favorire la crescita dell’osso; i polisaccaridi (come l’alginato) migliorano la lavorabilità. La rete di alginato si lega con gli ioni calcio in un modello detto «a scatola di uova».
Cementi di calcio fosfato. Sono polveri che, mescolate con acqua, si trasformano in idrossiapatite o brushite. Non sviluppano calore, sono riassorbibili e osteoconduttivi ma più fragili del PMMA: si usano in zone con poco carico (fratture del radio, difetti ossei). Il tempo di presa si misura con gli aghi di Gillmore.
Complicanza nota: la sindrome da impianto di cemento (calo di pressione e di ossigeno, raramente arresto cardiaco) nei pazienti fragili, causata dalla pressione nel canale e dal rilascio di grasso e monomero. Si riduce lavando il canale e con tappi di cemento.
Cementi a confronto
PMMA
Calcio fosfato
Resistenza a compressione
70-100 MPa
10-60 MPa
Tempo di lavoro
5-8 minuti
3-10 minuti, indurisce per ore
Calore
sì (fino a 40-50 °C nei tessuti)
quasi nullo
Riassorbimento
no
parziale o totale
Uso
fissare protesi, vertebroplastica
riempire difetti ossei, fratture
10Valvole cardiache
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Il cuore ha quattro valvole; le più colpite sono l’aortica (stenosi calcifica negli anziani) e la mitrale. Le protesi sono di due tipi. Meccaniche: due emidischi (bileaflet) di carbonio pirolitico su un anello di titanio rivestito, che durano tutta la vita ma richiedono anticoagulanti per sempre; con il modello On-X, fatto per ridurre la trombosi, nello studio PROACT si è potuto abbassare il bersaglio dell’INR a 1,5-2,0. Biologiche: pericardio bovino o valvola suina trattati con glutaraldeide, cuciti su un telaio; non richiedono anticoagulanti a lungo, ma si degenerano (calcificazione, rottura dei lembi) in 10-15 anni, più in fretta nei giovani.
TAVI (sostituzione transcatetere della valvola aortica). Una valvola biologica è montata su una gabbia di nitinol (autoespandibile) o di Co-Cr (con palloncino), compressa in un catetere e portata nel punto giusto dall’arteria femorale. Il primo uomo trattato è del 2002 (Cribier). Gli studi PARTNER e altri hanno mostrato risultati pari o migliori della chirurgia nei pazienti anziani ad alto rischio, poi anche a rischio intermedio e basso. Restano dati sulla durata oltre i 10 anni, il rischio di perdite intorno alla valvola e di blocchi del sistema di conduzione (pacemaker).
Come si valutano. Le prove sono definite dalla norma ISO 5840 (parte 1 requisiti generali, parte 2 valvole chirurgiche, parte 3 valvole transcatetere). Si misurano in un «simulatore di polso» il gradiente di pressione, l’area efficace d’orifizio (EOA), il rigurgito (volume che torna indietro) e, in prove accelerate, la durata: 200 milioni di cicli (circa 5 anni) come minimo per le valvole biologiche, più per le meccaniche. Prove di fatica, corrosione, emodinamica e distacco completano il quadro.
ΔP ≈ (CO / EOA)²
Formula di Hakki (semplificata): gradiente medio ΔP in mmHg, gittata CO in L/min, area efficace EOA in cm².
EOA = (ALVOT · VTILVOT) / VTIAV
Equazione di continuità: area efficace dall’ecografia (area del tratto di efflusso e integrali velocità-tempo).
ΔP = 4 v²
Bernoulli semplificata: gradiente in mmHg dalla velocità in m/s.
gittata 5 L/mingittata 7 L/min (sforzo)
Figura. Gradiente di pressione e area efficace. Una valvola piccola in una persona grande o con gittata alta ha gradienti più alti: è il «disadattamento paziente-protesi», che si valuta con l’EOA divisa per la superficie corporea (indicato con valori sotto 0,85 cm²/m²).
Esempio svolto. Area efficace con l’equazione di continuità
Diametro del tratto di efflusso 2,0 cm: area = π × 1,0² = 3,14 cm².
Integrale velocità-tempo nel tratto: 20 cm; nella valvola: 70 cm.
EOA = 3,14 × 20 / 70 = 0,90 cm².
Con velocità di picco 4,0 m/s il gradiente di picco è 4 × 16 = 64 mmHg: valvola nativa gravemente stenotica.
Valvole cardiache protesiche, meccanica e biologica
11Stent
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Lo stent è una rete cilindrica che tiene aperto un vaso. Il primo uso coronarico è del 1986 (Sigwart, Puel). Gli stent in metallo nudo (BMS, acciaio 316L, poi Co-Cr e Pt-Cr) riducevano la chiusura improvvisa ma causavano restenosi, cioè crescita di tessuto dentro lo stent, in circa 20-30 casi su 100 nei casi complessi (indicativo). Gli stent a rilascio di farmaco (DES, in uso dal 2002) portano un polimero con un farmaco (sirolimus, everolimus) che frena la proliferazione delle cellule: la restenosi cade a poche unità percentuali. Le maglie sono passate da circa 130-140 µm a 60-80 µm (indicativo) per ridurre trombosi e restenosi.
Ci sono due principi di espansione: a palloncino (la gabbia si deforma plasticamente) e autoespandibile (nitinol, superelastico). I punti di progetto sono la forza radiale (per tenere aperto il vaso senza sfondarlo), la flessibilità (per percorrere le curve), il ritorno elastico (recoil), l’accorciamento in espansione, la visibilità ai raggi X (marker radiopachi) e la fatica: un vaso pulsa circa 40 milioni di volte l’anno, e la norma richiede prove di 400 milioni di cicli (10 anni) in vitro (ASTM F2477).
Stent riassorbibili. L’Absorb (polimero di acido polilattico con everolimus): dopo i dati a due e tre anni dello studio ABSORB III, che mostravano più eventi (a tre anni 13,4 % contro 10,4 % con lo stent metallico, per lo più infarti da trombosi dello scaffold) e un avviso della FDA nel marzo 2017, fu tolto dal mercato a settembre 2017 (il produttore ha indicato ragioni commerciali); stent in lega di magnesio sono in studio. Un’altra novità sono i palloni medicati (senza lasciare impianto) per piccoli vasi.
Esempio svolto. Tensione sulla parete e pressione di apertura
Un’arteria coronaria ha raggio interno 1,5 mm e spessore 0,3 mm, pressione 100 mmHg = 13,3 kPa.
Lo stent non deve resistere alla pressione del sangue (che spinge dall’interno), ma al ritorno elastico della parete e della placca, che lo comprime dall’esterno: la sua resistenza al collasso va misurata (ASTM F2079) e confrontata con quella del vaso.
Per questo si parla di forza radiale e non di tensione: conta quanta pressione esterna serve per schiacciarlo, un dato che il produttore deve dichiarare e che si confronta fra modelli.
Stent metallico a maglia
12Pompe cardiache (LVAD)
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Un dispositivo di assistenza ventricolare sinistra (LVAD) è una pompa che sostituisce in parte il lavoro del ventricolo nello scompenso avanzato; serve come ponte al trapianto o come terapia definitiva. I modelli moderni sono pompe a flusso continuo: una girante a 3000-9000 giri al minuto spinge 4-6 L/min di sangue dal ventricolo all’aorta.
Il HeartMate 3 (Abbott) usa una girante sospesa magneticamente, senza cuscinetti a contatto, con spazi larghi (circa 0,5 mm) fra rotore e carcassa per ridurre l’emolisi, e un cambiamento periodico di velocità che crea una pulsazione artificiale per far lavare la pompa. Nello studio MOMENTUM 3 (New England Journal of Medicine) la sopravvivenza a due anni libera da ictus invalidante o da nuova operazione fu più alta del modello precedente HeartMate II (76,9 % contro 64,8 % nell’analisi finale su 1028 pazienti, NEJM 2019; nell’analisi intermedia su 366 pazienti, NEJM 2018, 79,5 % contro 60,2 %). Il HVAD (Medtronic) è stato ritirato dal mercato nel 2021 per un rischio più alto di ictus e di malfunzionamento.
I problemi sono: trombosi della pompa, ictus, sanguinamenti (da anticoagulanti e da una sindrome di von Willebrand acquisita causata dal taglio del sangue), infezione della linea di alimentazione che esce dalla pelle, e insufficienza del ventricolo destro. La batteria è esterna e collegata con un cavo percutaneo; si cercano sistemi con energia trasmessa attraverso la pelle.
Esempio svolto. Autonomia della batteria di una pompa
Potenza elettrica media 5 W; due batterie da 14,4 V e 3,4 Ah (circa 49 Wh ciascuna) in linea.
Energia disponibile con una batteria: 14,4 V × 3,4 Ah ≈ 49 Wh.
Durata con una batteria: 49 Wh / 5 W ≈ 9,8 ore.
Con due batterie in serie di sicurezza, circa 20 ore, ma i produttori indicano per prudenza 6-10 ore per batteria, perché la potenza cresce con lo sforzo e con la temperatura.
13Neuroprotesi: orecchio, cervello, occhio
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Impianto cocleare. Sostituisce le cellule ciliate della coclea con una fila di elettrodi (12-24 contatti di platino-iridio in una guaina di silicone) inserita nella spirale. Un processore esterno scompone il suono in bande di frequenza, ne ricava l’inviluppo e lo converte in impulsi di corrente (ad ampiezza modulata, circa 900-3000 impulsi al secondo per canale) con strategie come la CIS (continuous interleaved sampling, Wilson 1991). Il contenitore impiantato è in titanio o ceramica, sigillato; la comunicazione avviene per radiofrequenza attraverso la pelle. Centinaia di migliaia di persone nel mondo lo portano, e i risultati migliorano per mesi, perché il cervello impara a interpretare il segnale.
Stimolazione cerebrale profonda (DBS). Elettrodi con quattro contatti cilindrici (diametro 1,27 mm, lunghezza di 1,5 mm) sono impiantati in una zona precisa (nucleo subtalamico, globo pallido, talamo) e collegati a un generatore sotto la clavicola. Gli impulsi sono di 60-90 µs, 130 Hz, 1-5 V. Benabid mostrò nel 1987 che la stimolazione a alta frequenza ferma il tremore; l’autorizzazione FDA per il tremore è del 1997 e per il Parkinson del 2002. Oggi si usano anche per distonia, epilessia, disturbo ossessivo-compulsivo, e sistemi «a ciclo chiuso» che regolano la stimolazione dal segnale cerebrale registrato.
Protesi retiniche. Per persone cieche con retinite pigmentosa (ma con il nervo ottico intatto). Argus II (60 elettrodi, 2011 in Europa e 2013 negli Stati Uniti) stimolava la superficie della retina; la produzione fu interrotta nel 2020. Alpha-AMS è un chip sotto la retina con fotodiodi; il sistema PRIMA (pixel da 100 µm, impiantato sotto la retina, alimentato da luce infrarossa di occhiali speciali) è stato valutato in pazienti con atrofia geografica da degenerazione maculare, con miglioramenti dell’acuità in una parte dei partecipanti pubblicati nel 2025. L’acuità raggiungibile è limitata dalla distanza fra gli elettrodi.
Esempio svolto. Carica e densità di carica in uno stimolatore cerebrale
Tensione 3,0 V su un carico di 1 kΩ: corrente I = 3 mA. Durata di fase 60 µs.
Carica per fase: Q = I × t = 3 mA × 60 µs = 180 nC (0,18 µC).
Area del contatto: π × 1,27 × 1,5 = 5,98 mm² = 0,0598 cm². Densità di carica: 0,18 / 0,0598 ≈ 3,0 µC/cm² per fase.
Il criterio di Shannon dice che il danno ai tessuti è improbabile se log(D) + log(Q) ≤ k, con k tra 1,5 e 2. Qui log 3,0 + log 0,18 = 0,48 − 0,74 = −0,27: ben sotto il limite.
Esempio svolto. Quanto vede una protesi retinica
Sulla retina 1° di campo visivo corrisponde a circa 288 µm.
Argus II: passo fra elettrodi ≈ 575 µm → 575 / 288 ≈ 2,0°, cioè 120 minuti d’arco.
PRIMA: pixel da 100 µm → 100 / 288 ≈ 0,35° = 21 minuti d’arco: sei volte meglio.
Acuità decimale al limite ≈ 1 / (minuti d’arco): 0,008 per Argus II (20/2400 circa) e 0,05 per PRIMA (20/420 circa). I risultati misurati nei pazienti sono dello stesso ordine di grandezza.
Impianto cocleare: elettrodi, ricevitore e processore esterno
14Lenti intraoculari
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
La cataratta è l’opacizzazione del cristallino. L’intervento (facoemulsificazione) rompe il cristallino con ultrasuoni e lo aspira da un taglio di 2-3 mm, lasciando la capsula in cui si inserisce la lente intraoculare (IOL). L’idea è di Harold Ridley, che nel 1949 impiantò la prima lente in PMMA, dopo aver osservato che i frammenti di plexiglas delle cabine degli aerei, rimasti nell’occhio dei piloti feriti, non davano reazioni. Oggi si impiantano lenti pieghevoli in acrilico idrofobo (più resistente all’opacizzazione della capsula, ma può formare minuscole bollicine dette glistenings), acrilico idrofilo (più morbido; rischio di calcificazioni in certi casi) o silicone.
La lente ha un’ottica di circa 6 mm di diametro e due aptiche (braccetti) che la centrano nella capsula, per una lunghezza totale di 12-13 mm. Il bordo squadrato dell’ottica forma una barriera contro la migrazione delle cellule che opacizzano la capsula (opacizzazione della capsula posteriore), complicanza frequente che si risolve con un colpo di laser YAG. Esistono lenti toriche (correggono l’astigmatismo), multifocali e a profondità di campo estesa (a costo di aloni e di minore contrasto), con filtri per la luce blu.
Il potere della lente (in diottrie) si calcola prima dell’intervento in base alla lunghezza dell’occhio (biometria ottica) e alla curvatura della cornea (cheratometria). Le prime formule sono empiriche, come la SRK; quelle moderne usano modelli ottici e statistici (Barrett, Haigis, Hoffer Q). Le prove di laboratorio seguono la serie ISO 11979 (impianti oftalmici: lenti intraoculari).
P = A − 2,5 L − 0,9 K
Formula SRK: potere P (diottrie), costante A della lente (circa 118-119), lunghezza assiale L (mm), curvatura media K (diottrie).
P = 1336 / (L − ELP) − 1336 / (1336/K − ELP)
Formula ottica semplificata: ELP è la posizione efficace della lente dietro la cornea (mm).
Esempio svolto. Potere di una lente con due formule
Occhio con lunghezza assiale L = 23,5 mm, K = 43,5 D, costante A = 118,4.
Formula ottica con ELP = 5,0 mm: 1336/(23,5 − 5,0) = 72,2; 1336/43,5 = 30,7; 1336/(30,7 − 5,0) = 52,0; P = 72,2 − 52,0 = 20,3 D.
Le due formule differiscono di 0,2 D: nei casi comuni sono vicine; negli occhi molto lunghi, corti o operati con il laser sulla cornea le formule moderne sono molto più precise. Un errore di 1 D lascia circa 1 D di difetto visivo.
Lente intraoculare pieghevole con aptiche
15Arti protesici e osteointegrazione
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Una protesi d’arto classica è formata da un’invasatura (la parte che avvolge il moncone, su misura, in carbonio e resina), da un ginocchio o una mano, e da un piede in carbonio che immagazzina energia elastica. I ginocchi a microprocessore regolano l’ammortizzazione in tempo reale con sensori di angolo e di carico. Il progetto è provato con la norma ISO 10328: carichi di fatica per 3 milioni di cicli, più prove statiche di sovraccarico.
Mani e braccia mioelettriche. Elettrodi sulla pelle del moncone leggono i segnali elettrici dei muscoli (EMG, 0,1-5 mV, frequenze fino a 500 Hz). Nel controllo diretto due muscoli aprono e chiudono la mano; nel riconoscimento di schemi un algoritmo (classificatore) distingue più movimenti. La rivascolarizzazione muscolare mirata (TMR, Kuiken) sposta i nervi dell’arto amputato su muscoli del petto per ottenere più segnali.
Osteointegrazione per amputati. Un perno di titanio (fixture) viene inserito nell’osso del moncone e attraversa la pelle; la protesi si aggancia e sgancia in pochi secondi. Il sistema, nato in Svezia (Brånemark, OPRA) e sviluppato in Australia e Germania, elimina l’invasatura, che spesso causa piaghe e sudorazione, e trasmette il carico direttamente all’osso (percezione migliore dei terreni, la cosiddetta osseopercezione). Il rischio principale è l’infezione al punto in cui il perno esce dalla pelle (le infezioni lievi della pelle sono frequenti, quelle profonde che richiedono la rimozione sono meno comuni). Nel 2020 Ortiz-Catalan e colleghi hanno descritto in una persona un braccio protesico con elettrodi impiantati nei muscoli e nei nervi, collegato a un perno osteointegrato, usato per anni nella vita di tutti i giorni.
Nel 2024 un gruppo del MIT (Song e colleghi, Nature Medicine) ha mostrato che con un intervento che collega chirurgicamente muscoli antagonisti si ottiene un controllo e una sensazione migliori in una protesi di caviglia e piede.
Livelli di controllo in una protesi di mano
Sistema
Segnali
Movimenti
Limite
A forza (cinematico)
nessun segnale elettrico
apertura e chiusura
poco naturale
Mioelettrico diretto
2 canali EMG
aprire/chiudere, 1-2 gradi di libertà
pochi movimenti, cambio modalità
Riconoscimento di schemi
4-8 canali EMG
4-8 gesti
serve addestramento e ricalibrazione
Elettrodi impiantati
segnali stabili dal muscolo
più movimenti simultanei
chirurgia, infezione, conservazione dei fili
Protesi di arto con mano mioelettrica
16Formule ed esempi riassuntivi
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
V = K · F · s
Archard: volume d’usura.
σ = Mc / I
Tensione di flessione in una trave (stelo, barra, collo di impianto).
I = π d⁴ / 64
Momento d’inerzia di una sezione circolare piena.
σθ = Pr / t
Tensione circonferenziale in un tubo a parete sottile.
λ = −ln S(t) / t
Rischio costante equivalente da una sopravvivenza S(t).
Esempio svolto. Flessione di uno stelo femorale
Carico 2300 N applicato con braccio di leva 40 mm rispetto all’asse nella sezione critica; stelo cilindrico equivalente di diametro 12 mm.
Momento: M = 2300 × 40 = 92 000 N·mm.
Inerzia: I = π × 12⁴ / 64 = π × 20 736 / 64 ≈ 1018 mm⁴; c = 6 mm.
Tensione: σ = 92 000 × 6 / 1018 ≈ 542 MPa.
Per Ti-6Al-4V lavorato la fatica a 10 milioni di cicli è di circa 500-600 MPa: lo stelo è al limite; per questo si prova con ISO 7206-4 e si progetta con raccordi e spessori generosi.
Esempio svolto. Rischio costante equivalente a 25 anni
S(25) = 0,579 per l’anca (Evans 2019).
λ = −ln 0,579 / 25 = 0,5465 / 25 ≈ 0,0219 per anno (2,2 % l’anno).
Se il rischio fosse costante, a 10 anni resterebbe e^(−0,219) = 0,80. I dati reali dicono più del 92 %: il rischio non è costante, è basso all’inizio e cresce con l’età dell’impianto.
17Esercizi
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Esercizio 1. Quanto vale la forza sull’anca (modello a una gamba) di una persona di 90 kg (883 N) con a = 0,12 m e b = 0,06 m?
Mostra la soluzione
Wb = 5/6 × 883 = 736 N; R = 736 × (1 + 2) = 2208 N, cioè 2,5 volte il peso.
Esercizio 2. Un’anca con testa da 32 mm, polietilene convenzionale (K = 10⁻⁶ mm³/(N·m)), F = 1000 N, 1 milione di cicli l’anno. Quanto volume si consuma in 5 anni? Con lo stesso rapporto di scala per la distanza (30 mm per testa da 28 mm).
Mostra la soluzione
Distanza per ciclo: 30 × 32/28 = 34,3 mm. In 5 anni: 0,0343 m × 5·10⁶ = 1,71·10⁵ m. V = 10⁻⁶ × 1000 × 1,71·10⁵ ≈ 171 mm³.
Esercizio 3. Una valvola con EOA di 1,2 cm² con gittata 6 L/min: quanto vale il gradiente medio con la formula di Hakki?
Mostra la soluzione
ΔP = (6/1,2)² = 25 mmHg.
Esercizio 4. Quanti cicli compie uno stent coronarico in 10 anni a 72 battiti al minuto? Confronta con la prova di 400 milioni di cicli.
Mostra la soluzione
72 × 60 × 24 × 365 × 10 = 3,78·10⁸ cicli ≈ 378 milioni: la prova da 400 milioni copre i 10 anni con un piccolo margine.
Esercizio 5. Una batteria da 1,5 Ah alimenta un neurostimolatore che assorbe 40 µA in media. Quanto dura?
Mostra la soluzione
t = 1,5 / 40·10⁻⁶ = 37 500 h = 4,3 anni.
Esercizio 6. Perché il cemento con antibiotico si usa soprattutto nei pazienti anziani e nelle revisioni per infezione?
Mostra la soluzione
Nell’anziano il cemento dà stabilità immediata (osso debole) e l’antibiotico locale dà alte concentrazioni sul sito; nelle revisioni da infezione serve rilasciare l’antibiotico dove sta il biofilm.
Esercizio 7. Perché la protesi inversa funziona anche con la cuffia dei rotatori rotta?
Mostra la soluzione
Sposta il centro di rotazione verso la scapola e in basso: il deltoide ha un braccio di leva maggiore e può sollevare il braccio da solo.
18Glossario
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Abutment
pilastro che collega l’impianto dentale alla corona.
Acetabolo
cavità del bacino che ospita la testa del femore.
BMS / DES
stent in metallo nudo / a rilascio di farmaco.
Cage
gabbia intersomatica fra due vertebre.
CPR
percentuale cumulativa di revisioni.
DBS
stimolazione cerebrale profonda.
EOA
area efficace d’orifizio di una valvola.
LVAD
dispositivo di assistenza del ventricolo sinistro.
Offset
distanza orizzontale fra testa e asse del femore.
Perimplantite
infiammazione batterica attorno a un impianto dentale.
PMMA
polimetilmetacrilato: il cemento osseo acrilico.
PROMs
questionari compilati dal paziente sui risultati.
Restenosi
nuovo restringimento di un vaso.
TAVI
sostituzione della valvola aortica con catetere.
UHMWPE
polietilene ad altissimo peso molecolare.
·Fonti e letture
J. T. Evans et al., How long does a hip replacement last? A systematic review and meta-analysis of case series and national registry reports — The Lancet 393 (2019) 647-654 — pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/30782340/
J. T. Evans et al., How long does a knee replacement last? — The Lancet 393 (2019) 655-663
Australian Orthopaedic Association National Joint Replacement Registry (AOANJRR), Annual Report — rapporti annuali e supplementi — aoanjrr.sahmri.com
National Joint Registry (NJR), Annual Report — Inghilterra, Galles, Irlanda del Nord, Isola di Man — njrcentre.org.uk
Registro Italiano ArtroProtesi (RIAP), Istituto Superiore di Sanità — rapporti annuali — riap.iss.it
G. Bergmann et al., Hip contact forces and gait patterns from routine activities — J Biomech 34 (2001) 859-871
S. M. Kurtz (a cura di), UHMWPE Biomaterials Handbook — 3ª ed., Elsevier 2016
ISO 7206, 14242, 14243, 14801, 5833, 5840, 10328, 18192 — norme di prova — iso.org
M. R. Mehra et al., A fully magnetically levitated left ventricular assist device (MOMENTUM 3) — N Engl J Med 380 (2019) 1618
M. Ortiz-Catalan et al., Self-contained neuromusculoskeletal arm prostheses — N Engl J Med 382 (2020) 1732
D. B. Shannon, A model of safe levels for electrical stimulation — IEEE Trans Biomed Eng 39 (1992) 424
A. L. Benabid et al., Combined thalamotomy and stimulation — Appl Neurophysiol 50 (1987) 344
B. S. Wilson et al., Better speech recognition with cochlear implants — Nature 352 (1991) 236
B. D. Ratner et al. (a cura di), Biomaterials Science, 4ª ed. — Academic Press 2020
Pagina per studiare e capire, a scopo divulgativo: non è un consiglio medico. Per una protesi, un impianto o un intervento decide il medico; per un dispositivo reale fanno fede le norme e le istruzioni del fabbricante.
07
Dispositivi impiantabili attivi e sicurezza
Pacemaker, defibrillatori e neurostimolatori: circuiti, batterie, elettrocateteri, compatibilità con la risonanza magnetica, interferenze, sicurezza informatica e sorveglianza.
● = scheda che riprende argomenti dei miei appunti universitari. Le altre sono appunti presi da fonti.
1Che cosa sono i dispositivi attivi
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Schema. Blocchi di un generatore impiantabile. La cassa è saldata in titanio. Tutto il resto deve consumare pochissimo: i pacemaker lavorano con correnti medie di pochi microampere.
Un dispositivo impiantabile attivo è un apparecchio, introdotto in tutto o in parte nel corpo, che per funzionare dipende da una fonte di energia diversa da quella del corpo o della gravità: una batteria, o energia ricevuta per radiofrequenza. La definizione è nel Regolamento (UE) 2017/745, che ha preso il posto della direttiva europea 90/385/CEE dedicata a questi dispositivi. Per il Regolamento sono quasi sempre di classe III, la più alta.
La famiglia è numerosa: i pacemaker e i defibrillatori impiantabili (ICD) del cuore, i neurostimolatori (midollo spinale, cervello, nervo vago, nervi sacrali), gli impianti cocleari, le pompe per infusione di farmaci (per esempio baclofene o insulina), i registratori cardiaci sottocutanei, i sistemi di assistenza ventricolare. Le norme specifiche sono la ISO 14708 (parte 1 requisiti generali, 2 pacemaker, 3 neurostimolatori, 4 pompe, 5 assistenza circolatoria, 6 tachiaritmie, 7 impianti cocleari).
Il problema di progetto è unico: costruire un circuito elettronico e una sorgente di energia che funzionino per anni senza intervento, dentro un ambiente caldo, umido e salato, con un tessuto vivo che reagisce e con un paziente che vive la vita di tutti i giorni (telefoni, metal detector, risonanze, elettrobisturi). La sicurezza qui è un obbligo, non un pregio.
Come sono verificati i dati. I dati importanti qui riportati sono stati confrontati con almeno due fonti indipendenti (libri di testo, rassegne, norme, registri); dove la conferma è mancante o parziale il valore è segnato «indicativo» e va considerato un ordine di grandezza. Per decisioni cliniche o progettuali fanno fede la norma o il rapporto originale.
2Il pacemaker: sentire e stimolare
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Un pacemaker fa due cose: rileva l’attività elettrica spontanea del cuore (sensing) e, se manca, stimola (pacing) con un impulso. L’ingresso è un amplificatore con filtro per tagliare onde T e rumore e prendere solo il segnale dell’onda R (alcuni mV); la soglia di rilevazione è regolabile (tipicamente 1-3 mV, indicativo).
Il comportamento è descritto da un codice di lettere (NBG, a cinque posizioni, le prime tre usate di solito): camera stimolata (A atrio, V ventricolo, D entrambe), camera rilevata, risposta (I inibisce, T innesca, D doppia). VVI è un pacemaker a un filo nel ventricolo che sta zitto se sente un battito; DDD segue l’atrio e stimola il ventricolo dopo il giusto ritardo; la lettera R indica la risposta in frequenza, che alza il ritmo con l’attività (sensore di accelerazione).
Soglia di stimolazione. Per attivare il tessuto serve una certa carica: la relazione fra ampiezza e durata dell’impulso è descritta da Lapicque: V = Vrh (1 + tc/t), dove Vrh è la reobase (tensione minima per un impulso molto lungo) e tc la cronassia (la durata che corrisponde a 2 reobasi), di solito 0,3-0,5 ms. L’energia dell’impulso, proporzionale a V²·t, ha un minimo quando la durata è circa uguale alla cronassia: ecco perché gli impulsi sono lunghi 0,4 ms circa.
Si aggiunge un margine di sicurezza (almeno il doppio della tensione di soglia, oppure il doppio della durata) e, nei dispositivi moderni, una verifica automatica della cattura che regola l’uscita battito dopo battito per risparmiare batteria.
V = 0,5 (1 + 0,4/t)
Figura. Curva forza-durata di Lapicque. Con reobase 0,5 V e cronassia 0,4 ms. Impulsi molto brevi richiedono tensioni alte; oltre il millisecondo la soglia si avvicina alla reobase e si spreca durata.
energia relativa (1 alla cronassia)
Figura. Energia dell’impulso e durata. La parabola ha un minimo vicino alla cronassia. Il risparmio rispetto a impulsi molto più brevi o più lunghi è del 15-50 %.
Esempio svolto. Soglia e margine: tre durate
Vrh = 0,5 V, tc = 0,4 ms.
A 0,4 ms: V = 0,5 × (1 + 1) = 1,0 V. A 1,0 ms: V = 0,5 × 1,4 = 0,70 V. A 0,2 ms: V = 0,5 × 3 = 1,5 V.
Energia (V² t, in V²·ms): 0,4 ms → 0,40; 1,0 ms → 0,49; 0,2 ms → 0,45. Il minimo è vicino a 0,4 ms.
Con un margine di 2 volte la soglia a 0,4 ms l’uscita è di 2,0 V (di solito si arrotonda a 2,5 V di impostazione di fabbrica).
3Il bilancio energetico di un pacemaker
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Il consumo di un pacemaker è la somma di tre voci: l’energia degli impulsi, l’alimentazione della logica e del sensing (sempre accesa) e le perdite della batteria. La batteria è una cella al litio-iodio (Li/I2-PVP) da 2,8 V, che ha una scarica molto regolare e quasi nessuna autoscarica, con capacità tipiche di 0,8-2 Ah (indicativo). Un moltiplicatore di tensione porta la tensione d’uscita sopra quella della cella, perché l’impulso (per esempio 2,5-5 V) richiede più della tensione disponibile.
Le moderne celle al litio-fluoruro di carbonio o litio-ossido di manganese si usano nei dispositivi più piccoli. Quando la carica residua scende, il dispositivo segnala l’indicatore di sostituzione elettiva (ERI), che lascia tipicamente tre mesi o più per programmare la sostituzione prima della fine vita (EOL).
Esempio svolto. Corrente media e durata di un pacemaker
Corrente d’impulso: I = V/R = 5 mA. Carica per impulso: 5 mA × 0,4 ms = 2 µC.
Stimolazione continua a 70 battiti/min: 70/60 = 1,17 impulsi al secondo. Corrente media in uscita = 2 µC × 1,17 = 2,3 µA.
Con il moltiplicatore di tensione (×2) la batteria fornisce il doppio della carica: 4,7 µA. Si aggiungono 5 µA per il circuito: totale ≈ 9,7 µA.
Con una cella da 1,0 Ah: t = 1,0 / 9,7·10⁻⁶ ≈ 103 000 h ≈ 11,8 anni (al lordo di un 20 % di perdite e margine, circa 9-10 anni reali).
1,0 Ah0,6 Ah
Figura. Durata della batteria e corrente media. Senza perdite e autoscarica. Ogni microampere risparmiato vale mesi di vita: per questo si studiano algoritmi che stimolano solo quando serve.
4Defibrillatore impiantabile (ICD)
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
L’ICD riconosce una tachicardia o fibrillazione ventricolare e la interrompe con una terapia: stimolazione antitachicardica (ATP, a basso costo energetico) o shock da 30-40 J. Contiene i circuiti del pacemaker più un trasformatore elevatore e due condensatori che accumulano l’energia in alcuni secondi. L’energia accumulata è E = ½ C V².
La batteria è diversa: servono correnti d’impulso di ampere, quindi si usano celle al litio-argento vanadio ossido (Li/SVO) con 3,2 V e bassa resistenza interna, che hanno capacità di circa 1,5-2 Ah. Lo shock richiede 5-15 secondi di carica; il numero di shock che si possono erogare è limitato dalla batteria.
Le versioni più recenti sono l’S-ICD (elettrodo sotto la pelle, fuori dal cuore: evita i fili nei vasi) e i pacemaker senza fili (Micra, Aveir), cilindri di 1,5-2 g, fissati nel ventricolo con un catetere, senza tasca né cavi. Il vantaggio è evitare infezioni della tasca e rotture dei fili; il limite è la stimolazione di una sola camera (o due, nei modelli più recenti).
Esempio svolto. Energia di uno shock e batteria
Condensatori in serie con capacità equivalente 140 µF caricati a 750 V.
Energia accumulata: E = ½ × 140·10⁻⁶ × 750² = 0,5 × 140·10⁻⁶ × 562 500 = 39,4 J. Erogabili circa 35 J (efficienza ~ 90 %).
Per caricarli in 10 s serve una potenza di 4 W al convertitore, circa 5 W prelevati dalla batteria con efficienza dell’80 %: con 3,2 V sono 1,6 A.
Energia della batteria: 3,2 V × 1,6 Ah = 5,1 Wh = 18 400 J. Uno shock costa 50 J: lo 0,27 % della carica. In teoria 370 shock, in pratica molti meno perché serve la riserva per il pacing e le perdite.
5Batterie e fonti di energia
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
La batteria è spesso il componente più grande di un impianto (da metà a due terzi del volume) e quello che decide la vita del dispositivo. Le chimiche si scelgono in base alla corrente richiesta e alla sicurezza: l’impianto non deve mai perdere elettrolito né surriscaldarsi.
Per i neurostimolatori che usano molta energia (stimolazione midollare, cerebrale) si usano batterie ricaricabili agli ioni di litio, ricaricate per induzione attraverso la pelle. La norma ISO 14708-1 limita l’aumento della temperatura sulla superficie dell’impianto a 2 °C oltre la temperatura del corpo, per evitare danni ai tessuti durante la ricarica. Altre strade: celle a biocombustibile, recupero di energia dal movimento, radiofrequenza, ultrasuoni, ma nessuna è ancora diffusa.
Batterie per impianti
Chimica
Tensione
Dove
Pro
Contro
Litio-iodio (Li/I₂)
2,8 V
pacemaker (storico)
molto affidabile, quasi nessuna autoscarica
resistenza interna cresce, poche correnti alte
Litio-fluoruro di carbonio (Li/CFx)
≈ 3 V
pacemaker, neurostimolatori
alta densità di energia
curva di tensione piatta, indicatore di fine vita più difficile
Litio-argento vanadio ossido (Li/SVO)
3,2 V
ICD
alte correnti d’impulso
più grande
Litio-ossido di manganese (Li/MnO₂)
3 V
pacemaker, dispositivi piccoli
bassa autoscarica
meno energia per volume
Ioni di litio ricaricabile
3,0-4,2 V
neurostimolatori, LVAD
si ricarica
cicli limitati, serve controllo termico
Sicurezza della cella. Una cella impiantabile ha separatore e contenitore saldato ermeticamente; le prove includono cortocircuito, sovraccarica, temperatura e controllo di perdite di elio. I difetti di batteria hanno provocato avvisi di sicurezza anche gravi (cortocircuiti interni in alcuni ICD).
6Elettrocateteri: il filo debole
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Il cavo che porta l’impulso al cuore o al cervello è la parte meccanicamente più sollecitata dell’impianto: si piega a ogni battito (circa 37 milioni di volte l’anno nel cuore; 370 milioni in 10 anni), si torce, si schiaccia fra clavicola e costola. Il conduttore è una molla elicoidale in lega nichel-cobalto-cromo-molibdeno (MP35N) rivestita di argento, oppure fili intrecciati; l’isolante è silicone, poliuretano o fluoropolimero (ETFE, PTFE).
La punta si fissa con aletta passiva (che si impiglia nelle trabecole) o con una vite elicoidale attiva; contiene un anello di platino-iridio poroso e un rilascio di steroide (desametasone) per ridurre l’infiammazione, che altrimenti alzerebbe la soglia. Gli elettrocateteri per RM hanno schermature per ridurre il riscaldamento.
Guasti tipici: rottura del conduttore per fatica, usura dell’isolante (per sfregamento contro la cassa o un altro cavo), corrosione, stritolamento nel punto fra clavicola e prima costola. Casi noti: i cavi Sprint Fidelis (Medtronic, ritirati nel 2007, frattura del conduttore) e Riata (St. Jude, avviso nel 2010, cavi usciti dal rivestimento): hanno contribuito a cambiare le norme (ISO 27186 sulle prove dei cavi) e la sorveglianza. Un cavo si può estrarre con laser o dilatatori, intervento a rischio che richiede un centro esperto.
Materiali di un elettrocatetere
Parte
Materiale
Funzione
Conduttore
MP35N (Ni-Co-Cr-Mo) con anima di argento
trasporta la corrente, resiste a piegature
Isolante
silicone, poliuretano 55D/80A, ETFE
impedisce dispersioni; poliuretano più sottile, silicone più morbido
Elettrodo
platino-iridio, titanio nitrurato
inietta la carica senza corrodersi
Fissaggio
elica in Pt-Ir o alette in silicone
tiene la punta in sede
Rilascio di farmaco
desametasone acetato in matrice
riduce l’infiammazione
7Risonanza magnetica: tre campi, tre rischi
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
La risonanza magnetica (RM) usa tre campi: un campo statico molto intenso (1,5 o 3 tesla, circa 30 000-60 000 volte il campo terrestre), gradienti di campo che cambiano rapidamente e un campo a radiofrequenza (RF) che eccita i protoni. Ognuno interagisce con l’impianto in modo diverso, ed è la base della classificazione dei dispositivi.
Campo statico. Genera una forza di attrazione sui materiali ferromagnetici (massima dove il campo cambia di più, cioè all’ingresso del magnete) e una coppia di rotazione che tende ad allineare l’oggetto al campo. Altri effetti: un interruttore magnetico (reed) dei vecchi pacemaker può commutare in modalità asincrona. Le prove sono definite da ASTM F2052 (forza) e ASTM F2213 (coppia).
Gradienti. Cambiano nel tempo (fino a 200 T/m/s, slew rate): per la legge di Faraday inducono tensioni nei circuiti e nei conduttori e correnti nei tessuti (stimolazione dei nervi periferici); producono anche vibrazione nei conduttori. Valori limite di slew rate sono parte delle condizioni.
Radiofrequenza. Riscalda i tessuti (si misura come SAR, potenza assorbita per chilogrammo, in W/kg) e soprattutto riscalda i conduttori lunghi, che fanno da antenna: la corrente indotta si concentra sulla punta dell’elettrocatetere e può alzare la temperatura di molti gradi, bruciando il tessuto. La frequenza è quella di Larmor: 42,58 MHz per tesla, cioè 63,9 MHz a 1,5 T e 127,7 MHz a 3 T. Prove: ASTM F2182.
Artefatti. I metalli distorcono il campo e deformano l’immagine intorno (ASTM F2119). Il titanio ne dà poco; l’acciaio e il Co-Cr molto di più.
Esempio svolto. Lunghezza d’onda e antenna: perché 1,5 T e 3 T non sono uguali
Frequenza di Larmor: 42,58 MHz/T × 1,5 T = 63,9 MHz; × 3 T = 127,7 MHz.
Nel tessuto (costante dielettrica relativa ≈ 80, velocità ridotta di √80 ≈ 8,9): λ = c / (f √εr) = 3·10⁸ / (63,9·10⁶ × 8,94) ≈ 0,53 m a 1,5 T; a 3 T: 0,26 m.
Un filo risuona quando la sua lunghezza è circa metà lunghezza d’onda (λ/2): 26 cm a 1,5 T, 13 cm a 3 T. Un elettrocatetere di 40-60 cm si avvicina alla risonanza a 1,5 T: per questo le condizioni di sicurezza sono spesso diverse per 1,5 T e 3 T.
Esempio svolto. Riscaldamento globale del tessuto
SAR al corpo intero 2 W/kg per 15 minuti (limite normale della RM).
Energia per chilogrammo: 2 × 900 s = 1800 J/kg. Calore specifico del tessuto ≈ 3500 J/(kg·K).
Aumento senza dispersione di calore: 1800 / 3500 ≈ 0,5 °C. Con la circolazione del sangue è anche minore.
Il rischio non è questo, ma il riscaldamento locale di una punta metallica, che può essere di 10 °C o più: ecco perché ogni impianto con cavi ha limiti e prove proprie.
8MR Safe, MR Conditional, MR Unsafe
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
La norma ASTM F2503 definisce tre etichette, con simboli standard: MR Safe (sicuro in ogni condizione: oggetto non conduttore, non metallico, non magnetico: per esempio una plastica), MR Conditional (sicuro solo nelle condizioni di prova) e MR Unsafe (pericoloso in RM). Quasi tutti gli impianti metallici sono MR Conditional.
Le condizioni tipiche riguardano: campo statico (1,5 T, a volte 3 T), gradiente spaziale massimo, slew rate (per esempio 200 T/m/s), SAR (spesso ≤ 2 W/kg al corpo intero o 3,2 W/kg alla testa), regione da scansionare (con limite di distanza dall’impianto), tempo di scansione continua, e per i cavi il sistema completo (generatore più elettrocatetere certificati insieme). Vale la regola: mai dedurre da un marchio, controllare le condizioni del modello preciso.
Nel 2008 il primo pacemaker MR Conditional ha ottenuto il marchio CE (Medtronic EnRhythm MRI SureScan); ora la maggior parte dei pacemaker e di molti ICD lo è. Per le RM con impianti non compatibili esistono protocolli ospedalieri con controllo del ritmo, specialista presente e riprogrammazione del dispositivo prima e dopo. La norma tecnica per i dispositivi attivi è la ISO/TS 10974 (valutazione della sicurezza RM dei dispositivi attivi).
Prove di sicurezza in RM
Rischio
Norma di prova
Che cosa si misura
Forza di attrazione
ASTM F2052
deviazione di un impianto appeso a un filo nel campo
Coppia
ASTM F2213
momento per ruotare l’impianto
Riscaldamento RF
ASTM F2182
temperatura in un fantoccio di gel
Artefatto d’immagine
ASTM F2119
zona di segnale perso intorno all’oggetto
Dispositivi attivi
ISO/TS 10974
riscaldamento dei cavi, tensioni indotte, vibrazione, stimolazione involontaria
9Interferenze elettromagnetiche e sicurezza informatica
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Interferenze. Gli impianti devono sopportare l’ambiente elettromagnetico quotidiano: la norma ISO 14117 definisce i livelli di immunità. I telefoni cellulari non sono un problema se tenuti a più di circa 15 cm dall’impianto (indicativo: vale la distanza indicata dal fabbricante); i varchi antitaccheggio e i metal detector vanno attraversati senza sostare; il bisturi elettrico in sala operatoria richiede di programmare il dispositivo e usare il bisturi bipolare. I campi molto forti (saldatura ad arco, motori di grandi dimensioni, trasformatori) vanno evitati nelle vicinanze.
Telemetria e connessione. Il programmatore parla con l’impianto a corta distanza, di solito nella banda MICS a 402-405 MHz, oggi sempre più con Bluetooth a bassa energia verso uno smartphone e un servizio nel cloud (monitoraggio remoto). Questo comodo vantaggio (ricoveri evitati) apre la porta ai rischi informatici: nel 2008 un gruppo di ricerca (Halperin e colleghi) dimostrò di poter leggere e riprogrammare un ICD con una radio; nel 2017 la FDA richiamò il firmware di circa 465 000 pacemaker (comunicazione FDA, agosto 2017) perché vulnerabili ad accessi non autorizzati.
Cosa si fa. Autenticazione e cifratura, aggiornamenti firmati, corto raggio, valutazione dei rischi di sicurezza informatica nel fascicolo tecnico (allegato I del Regolamento 2017/745, requisiti 17.2 e 17.4), guida del gruppo di coordinamento europeo MDCG 2019-16 sulla cybersicurezza, e la norma IEC 81001-5-1. Il principio è lo stesso della sicurezza classica: accettare solo ciò che è autorizzato.
Un equilibrio difficile. Nelle emergenze un medico deve poter accedere a un impianto senza password. Alcuni sistemi usano la prossimità (bobina a pochi centimetri) o dati scritti nella carta di identificazione del paziente per autorizzare. Più sicurezza in rete può costare più batteria: ogni cifratura è un calcolo.
10Sorveglianza dopo la vendita e fine vita
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
I difetti di lungo periodo si scoprono dopo anni. Per questo il Regolamento 2017/745 impone al fabbricante un sistema di sorveglianza post-commercializzazione e di vigilanza: gli incidenti gravi vanno notificati alle autorità entro 15 giorni (10 giorni se c’è stato un decesso o un peggioramento grave imprevisto, 2 giorni per una minaccia grave alla salute pubblica). Se si trova un problema, il fabbricante emette un avviso di sicurezza (field safety notice) e può richiamare i dispositivi.
Ogni paziente riceve una tessera dell’impianto (art. 18) con il nome del dispositivo, il codice di identificazione (UDI), il fabbricante e le avvertenze. I registri di impianti attivi e i dati dei controlli (follow-up) sono fonti essenziali per scoprire problemi: i casi Fidelis e Riata sono emersi proprio così.
Fine vita. Quando la batteria raggiunge l’ERI si sostituisce il generatore (non i cavi, se funzionano). I dispositivi espiantati vanno smaltiti secondo norme speciali; in caso di cremazione l’impianto va tolto perché la batteria potrebbe esplodere. In molti paesi i pacemaker espiantati, se integri, sono rigenerati e donati a programmi umanitari (esperienze in studio).
11Esercizi
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Esercizio 1. Un pacemaker eroga impulsi di 3,0 V, 0,5 ms, su 600 Ω a 60 battiti al minuto. Qual è la corrente media in uscita?
Mostra la soluzione
I = 5 mA; carica = 5 mA × 0,5 ms = 2,5 µC; a 1 Hz: 2,5 µA.
Esercizio 2. Con reobase 0,4 V e cronassia 0,5 ms, quanto vale la soglia a 0,25 ms?
Mostra la soluzione
V = 0,4 × (1 + 0,5/0,25) = 0,4 × 3 = 1,2 V.
Esercizio 3. Quanta energia si accumula in un condensatore da 120 µF a 800 V?
Mostra la soluzione
E = ½ × 120·10⁻⁶ × 640 000 = 38,4 J.
Esercizio 4. Calcola la frequenza di Larmor a 7 tesla (RM per la ricerca) e la lunghezza d’onda in tessuto (εr = 80).
Mostra la soluzione
f = 42,58 × 7 = 298 MHz; λ = 3·10⁸ / (298·10⁶ × 8,94) = 0,113 m. I cavi di 6 cm risuonano: ecco perché a 7 T quasi tutti gli impianti attivi non sono ammessi.
Esercizio 5. Quanti piegamenti subisce un elettrocatetere in 10 anni a 70 battiti al minuto?
Mostra la soluzione
70 × 60 × 24 × 365 × 10 = 3,68·10⁸, cioè circa 368 milioni.
Esercizio 6. Uno stimolatore ricaricabile ha batteria da 250 mAh, consumo medio 1 mA. Quanto dura una carica?
Mostra la soluzione
t = 250 mAh / 1 mA = 250 ore ≈ 10,4 giorni. Con una ricarica ogni 7-10 giorni la batteria compie circa 40-50 cicli l’anno.
Esercizio 7. Perché una punta metallica lunga si scalda in RM più di un impianto compatto, anche con lo stesso SAR?
Mostra la soluzione
Un conduttore lungo, vicino alla lunghezza di mezza onda, si comporta come un’antenna e concentra le correnti indotte sulla punta; un oggetto compatto non risuona e assorbe solo in proporzione alla sua massa.
12Glossario
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
ATP
stimolazione antitachicardica: serie di impulsi veloci che interrompe una tachicardia.
Cronassia
durata dell’impulso alla quale la soglia vale il doppio della reobase.
EOL / ERI
fine vita / indicatore di sostituzione elettiva della batteria.
ICD
defibrillatore cardiaco impiantabile.
MR Conditional
sicuro in RM solo alle condizioni dichiarate.
Reobase
tensione minima efficace con impulsi molto lunghi.
SAR
potenza a radiofrequenza assorbita per chilogrammo di tessuto.
ISO 14708-1 e -2, -3, -4, -5, -6, -7 — dispositivi impiantabili attivi — iso.org
ISO/TS 10974:2018, Valutazione della sicurezza in RM dei dispositivi medici impiantabili attivi — norma tecnica — iso.org
ASTM F2503, F2052, F2213, F2182, F2119 — etichette e prove di sicurezza in RM — astm.org
K. A. Ellenbogen, K. Kaszala, Cardiac Pacing and ICDs — 7ª ed., Wiley 2020
S. S. Barold, B. Herweg (a cura di), Cardiac Pacing for the Clinician — Springer
D. Reynolds et al., A leadless intracardiac transcatheter pacing system — N Engl J Med 374 (2016) 533-541
D. Halperin et al., Pacemakers and implantable cardiac defibrillators: software radio attacks — IEEE Symposium on Security and Privacy 2008
FDA, Firmware update to address cybersecurity vulnerabilities identified in Abbott pacemakers — comunicazione 2017 — fda.gov
MDCG 2019-16, Guidance on cybersecurity for medical devices — Gruppo di coordinamento dei dispositivi medici — health.ec.europa.eu
A. Gupta, R. Wanderley et al., Lithium batteries for medical implants — rassegne in J. Power Sources
F. G. Shellock, Reference Manual for Magnetic Resonance Safety, Implants and Devices — Biomedical Research Publishing Group — mrisafety.com
Pagina per studiare e capire, a scopo divulgativo: non è un consiglio medico. Per una protesi, un impianto o un intervento decide il medico; per un dispositivo reale fanno fede le norme e le istruzioni del fabbricante.
08
Normativa: come si dimostra che un dispositivo è sicuro
Regolamento (UE) 2017/745, classi di rischio, valutazione clinica, serie ISO 10993, gestione del rischio ISO 14971 e sistema qualità ISO 13485, con un confronto con la FDA.
● = scheda che riprende argomenti dei miei appunti universitari. Le altre sono appunti presi da fonti.
1Perché esistono le regole
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Le regole sui dispositivi medici sono quasi sempre nate dopo un danno. Alcuni casi spiegano la direzione: lo scudo intrauterino Dalkon Shield (anni Settanta negli Stati Uniti) portò alle Medical Device Amendments del 1976; le protesi mammarie PIP, riempite con silicone industriale non autorizzato (scoperte nel 2010), mostrarono i limiti di un controllo basato solo sui documenti; le protesi d’anca metallo-metallo (ritirate dal 2010) mostrarono che anche un dispositivo certificato può avere tassi di fallimento alti.
In Europa, dagli anni Novanta, la regola era fatta da tre direttive: 90/385/CEE per i dispositivi impiantabili attivi, 93/42/CEE per i dispositivi medici e 98/79/CE per quelli diagnostici in vitro. Dopo gli scandali, il Parlamento e il Consiglio europeo hanno approvato due nuovi regolamenti: il Regolamento (UE) 2017/745 (MDR) per i dispositivi medici, e il Regolamento (UE) 2017/746 (IVDR) per i diagnostici in vitro. Un regolamento, a differenza di una direttiva, vale direttamente in tutti gli Stati.
Il principio rimane quello del «nuovo approccio»: la legge fissa i requisiti essenziali e il fabbricante dimostra di rispettarli, di solito seguendo norme tecniche armonizzate (EN ISO) che danno «presunzione di conformità». Per i dispositivi di rischio più alto interviene un ente indipendente, l’organismo notificato. Il risultato è la marcatura CE. Non è un marchio di qualità o di origine: dice che il fabbricante, e se serve un ente terzo, ha verificato la conformità ai requisiti.
Come sono verificati i dati. Le date e gli articoli del Regolamento sono stati confrontati con il testo ufficiale e con almeno un’altra fonte (autorità o linee guida); dove la conferma è parziale è segnato «indicativo». Il testo spiega le regole in generale: non sostituisce la norma né una consulenza regolatoria.
Tappe del quadro normativo
Anno
Fatto
Effetto
1976
Medical Device Amendments (USA)
classi di rischio, approvazione preventiva per i dispositivi più rischiosi
1990-1998
Direttive europee 90/385, 93/42, 98/79
marcatura CE, organismi notificati
2007
Direttiva 2005/50/CE
anca, ginocchio e spalla passano in classe III
2010
Ritiro delle protesi ASR e scandalo PIP
richiesta di riforma
2017
Regolamenti 2017/745 e 2017/746
regole più severe, dati clinici, tracciabilità
26 maggio 2021
MDR diventa applicabile
periodo di transizione per i certificati vecchi
2023
Regolamento (UE) 2023/607
proroga della transizione: fino al 31/12/2027 per classe III e IIb impiantabili, al 31/12/2028 per gli altri, con condizioni
2MDR: come è fatto e chi sono i soggetti
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Il Regolamento 2017/745 ha 123 articoli e 17 allegati. I capi sono: I ambito e definizioni; II messa a disposizione sul mercato; III identificazione e tracciabilità, registrazione, EUDAMED; IV organismi notificati; V classificazione e valutazione della conformità; VI valutazione clinica e indagini cliniche; VII sorveglianza post-commercializzazione, vigilanza e sorveglianza del mercato; VIII cooperazione tra gli Stati; IX riservatezza e sanzioni; X disposizioni finali.
Gli operatori economici sono: il fabbricante (chi progetta e mette in commercio con il proprio nome, responsabile di tutto); il mandatario (se il fabbricante è fuori dall’Unione, art. 11); l’importatore (art. 13) e il distributore (art. 14), che verificano marcatura, istruzioni, etichetta. Obblighi del fabbricante (art. 10): sistema di gestione del rischio e della qualità, valutazione clinica, documentazione tecnica, dichiarazione di conformità, UDI, sorveglianza post-vendita, assicurazione per responsabilità, persona responsabile della conformità normativa (art. 15).
Gli organismi notificati (artt. 35-50) sono enti privati designati dagli Stati dopo una valutazione severa; in Italia l’autorità competente è il Ministero della Salute. Il Gruppo di coordinamento sui dispositivi medici (MDCG) della Commissione europea pubblica linee guida non vincolanti ma molto seguite. EUDAMED è la banca dati europea di dispositivi, operatori, certificati, indagini cliniche e vigilanza; i suoi moduli diventano obbligatori in modo progressivo.
Il campo di applicazione (art. 1-2): dispositivi medici e accessori; alcuni prodotti senza scopo medico ma con funzioni simili (allegato XVI: lenti a contatto estetiche, apparecchi per liposuzione, laser per tatuaggi); prodotti combinati. Restano fuori medicinali, cosmetici, sangue e tessuti umani. Un dispositivo è definito in base allo scopo previsto dal fabbricante (diagnosi, prevenzione, monitoraggio, trattamento, attenuazione di malattia o lesione, studio dell’anatomia, controllo del concepimento) e al fatto che la sua azione principale non è farmacologica, immunologica o metabolica.
Gli allegati principali del Regolamento 2017/745
Allegato
Contenuto
I
requisiti generali di sicurezza e prestazione
II
documentazione tecnica
III
documentazione tecnica di sorveglianza post-commercializzazione
IV
dichiarazione di conformità UE
V
marcatura CE
VI
registrazione e UDI
VII
requisiti degli organismi notificati
VIII
regole di classificazione
IX
valutazione della conformità basata sul sistema di gestione della qualità e sulla valutazione della documentazione tecnica
X
esame del tipo
XI
verifica della conformità del prodotto
XIV
valutazione clinica e follow-up clinico post-commercializzazione
XV
indagini cliniche
XVI
prodotti senza scopo medico previsto
3Le classi di rischio
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Schema. Percorso di valutazione della conformità per classe. Le vie dell’allegato IX (sistema qualità + documentazione) e, per alcuni casi, X-XI (esame del tipo e verifica del prodotto). I certificati valgono al massimo cinque anni (art. 56).
Ogni dispositivo è assegnato a una di quattro classi — I, IIa, IIb, III — in base al rischio legato a scopo, durata del contatto, invasività e organo interessato. La classificazione segue le 22 regole dell’allegato VIII, divise in quattro gruppi: dispositivi non invasivi (regole 1-4), invasivi (5-8), attivi (9-13) e regole speciali (14-22). Se più regole si applicano, vale la più severa.
Alcune regole contano molto per gli impianti. Regola 8: i dispositivi impiantabili e invasivi a lungo termine sono di norma IIb, ma diventano III se a contatto diretto con cuore, sistema circolatorio centrale o sistema nervoso centrale, se hanno effetto biologico o sono assorbiti, se subiscono modifiche chimiche, se somministrano farmaci; inoltre le protesi totali o parziali di anca, ginocchio e spalla (esclusi viti, cunei, placche e strumenti) e i dischi vertebrali e gli impianti a contatto con la colonna sono III. Sono IIa gli impianti dentali. Regola 11: software per decisioni cliniche, di norma IIa, IIb o III secondo la gravità del danno possibile. Regola 22: dispositivi terapeutici attivi con funzione diagnostica integrata che guida la terapia (circuito chiuso, per esempio pancreas artificiale): classe III. Gli impianti attivi sono quasi tutti III.
La classe decide il percorso: per la classe I il fabbricante si auto-certifica (salvo i casi sterili Is, con funzione di misura Im o strumenti chirurgici riutilizzabili Ir, dove interviene l’ente per quella parte). Dalla IIa in su serve l’organismo notificato, con un esame sempre più approfondito.
Esempi di classificazione (indicativi: dipende dall’uso previsto)
Dispositivo
Classe
Regola e motivo
Garza, stampelle
I
non invasivi, contatto con cute integra
Siringa senza ago, guanto chirurgico
I-IIa
dipende da uso e sterilità
Lenti a contatto morbide
IIa-IIb
contatto con cornea
Apparecchio a ultrasuoni diagnostico
IIa
regola 10, energia emessa non pericolosa
Viti, placche, chiodi ossei
IIb
regola 8, impianto a lungo termine
Impianto dentale
IIa
regola 8, impianti dentali
Protesi di anca, ginocchio, spalla
III
regola 8, sostituzione articolare
Stent coronarico, valvola cardiaca
III
regola 8, contatto con sistema circolatorio centrale
Pacemaker, defibrillatore, stimolatore cerebrale
III
regola 8, attivi impiantabili
Programma di analisi di ECG per diagnosi
IIa-III
regola 11, secondo il danno possibile
Pompa di insulina a circuito chiuso
III
regola 22
4Requisiti generali di sicurezza e prestazione (allegato I)
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
L’allegato I è il cuore del Regolamento: 23 requisiti, in tre capi. Il capo I (requisiti generali) dice che il dispositivo deve raggiungere le prestazioni previste dal fabbricante e deve essere progettato in modo da essere sicuro e da avere un rapporto beneficio-rischio accettabile, con i rischi ridotti «nella misura del possibile» (as far as possible) senza compromettere il rapporto beneficio-rischio. Il fabbricante deve avere un sistema di gestione dei rischi, prevedere informazioni di sicurezza e addestramento, e tenere conto dello stato dell’arte.
Il capo II riguarda la progettazione e la fabbricazione: proprietà chimiche, fisiche e biologiche (resistenza, tossicità, sostanze CMR e interferenti endocrini sopra lo 0,1 % peso/peso da giustificare), infezione e contaminazione microbica (sterilizzazione, confezione), dispositivi con sostanze medicinali o tessuti, proprietà diagnostiche e di misura, protezione dalle radiazioni, software e dispositivi elettronici (ciclo di vita, sicurezza informatica), dispositivi attivi e quelli collegati a una fonte di energia, protezione da rischi meccanici e termici, protezione dei pazienti in caso di uso da persone non esperte.
Il capo III riguarda le informazioni fornite con il dispositivo: etichetta, istruzioni per l’uso, simboli (ISO 15223-1), controindicazioni, avvertenze, residui, compatibilità con la risonanza. Per ogni requisito il fabbricante compila una tabella di conformità che indica come lo ha soddisfatto: norma applicata, prova, valutazione clinica, riferimento nel fascicolo.
Un confronto utile. La norma ISO 14971 parla di rischio «accettabile» e confronta costi e benefici; il Regolamento chiede di ridurre i rischi «nella misura del possibile» senza compromettere il beneficio. Le due formule non sono identiche: per questo l’edizione europea della norma (EN ISO 14971:2019+A11:2021) ha un allegato che spiega le differenze.
5Documentazione tecnica e riepilogo per il pubblico
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
La documentazione tecnica (allegato II) è il fascicolo che dimostra la conformità. Contiene: descrizione e specifica del dispositivo (compresi varianti e accessori, versioni precedenti), informazioni da fornire (etichetta, istruzioni), informazioni sulla progettazione e sulla fabbricazione (disegni, processi, fornitori), requisiti generali di sicurezza e prestazione con la tabella di conformità, analisi dei benefici e dei rischi e gestione del rischio, e le prove di verifica e validazione: dati preclinici e clinici (prove sul banco, biocompatibilità, sterilità, prove su animali, software, ritiro, durata), valutazione clinica e piano di follow-up.
Per i dispositivi impiantabili e di classe III il fabbricante pubblica anche un riepilogo della sicurezza e della prestazione clinica (SSCP, art. 32), validato dall’organismo notificato e consultabile nella banca dati europea: una sintesi comprensibile per il paziente e il medico, con indicazioni, rischi residui, alternative e dati clinici. È la prima volta che questo tipo di informazione è pubblica.
6Valutazione clinica
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
La valutazione clinica (art. 61 e allegato XIV) è un processo continuo con il quale si raccolgono e si analizzano i dati clinici per confermare la sicurezza, la prestazione e il rapporto beneficio-rischio. I passi sono: piano di valutazione; identificazione dei dati (indagini cliniche sul dispositivo, letteratura, dati di dispositivi equivalenti, dati di sorveglianza); valutazione di qualità e rilevanza di ciascun dato; analisi e conclusioni; rapporto di valutazione clinica (CER), aggiornato nel tempo.
Il Regolamento è più severo del passato: per i dispositivi impiantabili e di classe III servono indagini cliniche sul dispositivo (art. 61 comma 4), con tre eccezioni: modifiche di un dispositivo già in commercio dello stesso fabbricante con equivalenza dimostrata; equivalenza con un dispositivo di un altro fabbricante, a patto di avere un contratto di accesso alla sua documentazione; dispositivi di tecnologia consolidata (suture, graffette, otturazioni dentali, apparecchi ortodontici, corone, viti, cunei, placche, fili, chiodi, clip, connettori) per cui basta la letteratura.
L’equivalenza richiede tre aspetti: tecnico (progetto, condizioni d’uso, specifiche, proprietà, principio di funzionamento), biologico (stessi materiali a contatto con gli stessi tessuti) e clinico (stesso uso, stessa popolazione, stesso rischio). Poiché è difficile dimostrare tutto, si guarda con sospetto a chi dichiara equivalenza senza dati propri.
Per alcuni dispositivi la valutazione è controllata da un panel di esperti indipendenti: la consultazione sulla valutazione clinica (CECP, art. 54) riguarda gli impianti di classe III e i dispositivi IIb attivi che somministrano o asportano farmaci, tranne i casi di rinnovo, modifica o tecnologia consolidata.
Dopo la vendita si prosegue con il follow-up clinico post-commercializzazione (PMCF): registri, studi osservazionali, questionari ai pazienti. I risultati confluiscono nel rapporto periodico di aggiornamento sulla sicurezza (PSUR, art. 86): ogni anno per le classi IIb e III, almeno ogni due anni per la IIa, quando serve per la classe I.
Livelli di evidenza clinica (dal più forte al più debole)
Livello
Esempio
Nota
Indagine clinica randomizzata
confronto fra due stent
riduce i bias, costosa
Indagine clinica prospettica non randomizzata
studio su 200 pazienti con la nuova protesi
approvazione tipica per impianti nuovi
Dati di registro
RIAP, NJR, AOANJRR
migliaia di pazienti, lungo periodo, senza gruppo di controllo
Dati di sorveglianza e reclami
segnalazioni di incidenti
segnalano problemi, non misurano frequenze
Letteratura su dispositivi equivalenti
articoli
richiede equivalenza dimostrata
Opinione di esperti, casi isolati
rapporto di caso
solo supporto
7Tracciabilità, UDI e vigilanza
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
L’UDI (identificazione unica del dispositivo, art. 27) è un codice composto da UDI-DI (identifica il modello e il fabbricante) e UDI-PI (lotto, numero di serie, data di scadenza), leggibile a occhio e a macchina (codice a barre, QR, RFID). Il fabbricante lo assegna e lo registra in EUDAMED con il Basic UDI-DI (famiglia di dispositivi). Permette di sapere, anni dopo, quale protesi è stata impiantata a chi.
La tessera dell’impianto (art. 18) è la scheda per il paziente. La vigilanza (art. 87) prevede la segnalazione di incidenti gravi alle autorità entro 15 giorni (10 giorni per decesso o grave peggioramento imprevisto; 2 giorni per una grave minaccia alla salute pubblica), le azioni correttive di sicurezza e le informazioni di sicurezza; l’art. 88 chiede di segnalare gli aumenti significativi di eventi non gravi. La sorveglianza post-commercializzazione (artt. 83-86) è un sistema sistematico di raccolta e analisi dei dati, con un piano e rapporti.
Strumenti di sorveglianza
Strumento
Che cosa è
Chi lo legge
PMS
sistema di sorveglianza post-commercializzazione
fabbricante, ente notificato
PMCF
follow-up clinico mirato
fabbricante, ente
PSUR
rapporto periodico di sicurezza
ente notificato (classe III e impiantabili)
SSCP
riepilogo pubblico di sicurezza e prestazione
pubblico, medici
FSCA / FSN
azione correttiva di campo / avviso di sicurezza
ospedali, autorità
Registri
banche dati di impianti
società scientifiche, autorità
8Biocompatibilità: la serie ISO 10993
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
La serie ISO 10993 («Valutazione biologica dei dispositivi medici») è il riferimento per dimostrare che i materiali non danneggiano il paziente. La parte 1 (edizione 2018) inserisce la valutazione biologica dentro un processo di gestione del rischio secondo ISO 14971. Si parte dalla caratterizzazione dei materiali e dal loro uso: se un materiale è già usato per lo stesso scopo e con la stessa lavorazione, basta spesso il confronto con la storia clinica, senza nuove prove.
Il punto di partenza è la categoria: il tipo di contatto (superficie, comunicante con l’esterno come cateteri e collegamenti sangue, o impianto) e la sua durata: limitata (fino a 24 ore), prolungata (da 24 ore a 30 giorni), permanente (oltre 30 giorni). Da lì una matrice indica gli effetti biologici da valutare: citotossicità, sensibilizzazione, irritazione o reattività intracutanea, tossicità sistemica (acuta, subcronica, cronica), pirogenicità (febbre), emocompatibilità, effetti dell’impianto, genotossicità, cancerogenicità, tossicità sulla riproduzione, degradazione.
Un esempio: per un impianto permanente a contatto con osso (protesi) la matrice chiede citotossicità, sensibilizzazione, irritazione, tossicità sistemica acuta, subcronica e cronica, genotossicità, impianto, e cancerogenicità se i materiali lo suggeriscono; l’emocompatibilità solo se il sangue è coinvolto. La caratterizzazione chimica (ISO 10993-18:2020) e la valutazione tossicologica (ISO 10993-17) permettono di sostituire alcune prove sugli animali con calcoli sui rilasci di sostanze.
Alcune parti della serie ISO 10993
Parte
Contenuto
1
valutazione e prove all’interno di un processo di gestione del rischio
2
requisiti sul benessere degli animali
3
genotossicità, cancerogenicità, tossicità sulla riproduzione
4
interazione con il sangue (emolisi, coagulazione, piastrine, complemento)
5
citotossicità in vitro (vitalità sotto il 70 % = effetto citotossico)
6
effetti locali dopo impianto
7
residui di sterilizzazione con ossido di etilene
9, 13, 14, 15
degradazione: quadro generale, polimeri, ceramiche, metalli e leghe
10, 23
sensibilizzazione cutanea, irritazione
11
tossicità sistemica
12
preparazione dei campioni ed estratti (per esempio 6 cm² di superficie per mL, 3 cm²/mL se più spessi)
16, 17, 18
tossicocinetica; limiti ammissibili di sostanze rilasciate; caratterizzazione chimica
19, 20
proprietà fisico-chimiche e morfologiche; immunotossicità
Esempio svolto. Margine di sicurezza per una sostanza rilasciata
Una sostanza ha un NOAEL (livello senza effetto avverso osservato) di 10 mg/kg al giorno in un animale.
Fattori di incertezza: 10 per le differenze fra specie, 10 per le differenze fra individui, 1 per gli altri: totale 100.
Assunzione tollerabile: TI = 10 / 100 = 0,1 mg/kg al giorno. Per una persona di 70 kg: 0,1 × 70 = 7 mg al giorno.
Il dispositivo rilascia al massimo 0,5 mg al giorno. Margine di sicurezza: 7 / 0,5 = 14. Maggiore di 1: la sostanza è accettabile (da valutare con le altre sostanze rilasciate).
Soglia di preoccupazione tossicologica. Per sostanze di cui non si hanno dati e che potrebbero essere cancerogene si usa un limite precauzionale dell’ordine di 1,5 µg al giorno (valore usato anche nei farmaci per le impurezze genotossiche). Per rilasci più bassi non servono prove specifiche.
9Sterilità: la dose che serve
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Un impianto deve arrivare sterile. La sterilità si misura come probabilità: il livello di garanzia di sterilità (SAL) richiesto per i dispositivi che toccano tessuti sterili è di 10−6, cioè al massimo un dispositivo su un milione può contenere un microrganismo vitale. La riduzione del numero di microbi segue una legge esponenziale: una dose D10 (di radiazioni, di tempo o di concentrazione) riduce la popolazione di un fattore 10.
I metodi sono tre. Vapore in autoclave (121 °C per 15 minuti o 134 °C per 3 minuti, ISO 17665): metalli e ceramiche. Ossido di etilene (ISO 11135): polimeri e sistemi complessi, con aerazione per eliminare i residui (ISO 10993-7). Radiazioni gamma o a fascio di elettroni (ISO 11137): penetrano nelle confezioni, ma alterano alcuni polimeri (per esempio il polietilene, vedi il capitolo sui biomateriali). Il vapore di perossido di idrogeno è il metodo per strumenti delicati. La confezione sterile e la sua validazione sono nella ISO 11607.
Esempio svolto. Dose di radiazione per raggiungere il SAL 10⁻⁶
Carico microbico iniziale (bioburden): 1000 unità formanti colonia per dispositivo. Il microrganismo più resistente ha D10 = 2 kGy.
Dose: 9 × 2 kGy = 18 kGy. La prassi (ISO 11137) è di scegliere un valore standard di 25 kGy, che copre la maggior parte dei casi.
Verifica: a 25 kGy N = 1000 × 10−12,5 = 3·10−10 per dispositivo, molto sotto 10−6.
10Gestione del rischio: ISO 14971
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Schema. Il ciclo della gestione del rischio (ISO 14971:2019). Il processo non si chiude con la vendita: i dati reali tornano all’analisi.
La norma ISO 14971:2019 (con la guida ISO/TR 24971:2020) definisce il processo di gestione del rischio per i dispositivi medici. Parole base: pericolo (fonte potenziale di danno), situazione pericolosa (esposizione di persone a un pericolo), danno (lesione o danno alla salute), rischio (combinazione della probabilità del danno e della sua gravità). La sequenza è: piano di gestione del rischio, analisi (uso previsto, pericoli, stima), valutazione (accettabile o no, secondo criteri decisi prima), controllo del rischio, valutazione del rischio residuo, rapporto e revisione, e infine l’attività di produzione e post-produzione, che alimenta il processo.
Le misure di controllo seguono un ordine di priorità obbligatorio: 1) sicurezza intrinseca per progetto (eliminare il pericolo); 2) misure di protezione nel dispositivo o nel processo (allarmi, limiti); 3) informazioni per la sicurezza (avvertenze, istruzioni, formazione). L’etichetta «attenzione» è l’ultima risorsa, non la prima.
Gli strumenti più comuni sono l’analisi dei modi di guasto e dei loro effetti (FMEA), l’analisi dell’albero dei guasti (FTA), l’analisi dei pericoli preliminare (PHA) e la matrice di accettabilità. Ogni rischio ha una gravità (da trascurabile a catastrofica) e una probabilità (da improbabile a frequente), che nella matrice dà tre zone: accettabile, accettabile solo se ridotto quanto possibile con beneficio dimostrato, inaccettabile.
Matrice di rischio (esempio con 5 livelli di gravità e 5 di probabilità)
Gravità \ Probabilità
Improbabile
Remota
Occasionale
Probabile
Frequente
Catastrofica (morte)
ALARP
inaccettabile
inaccettabile
inaccettabile
inaccettabile
Critica (lesione grave)
accettabile
ALARP
inaccettabile
inaccettabile
inaccettabile
Seria (lesione che richiede cure)
accettabile
accettabile
ALARP
inaccettabile
inaccettabile
Minore (disturbo temporaneo)
accettabile
accettabile
accettabile
ALARP
ALARP
Trascurabile
accettabile
accettabile
accettabile
accettabile
accettabile
Esempio svolto. Un FMEA in numeri: frattura del conduttore di un elettrocatetere
Gravità S (1-10): perdita di stimolazione in un paziente dipendente dal pacemaker: S = 9.
Probabilità O (1-10): rottura per fatica rara con il progetto attuale, circa 1 su 1000 in 10 anni: O = 3.
Rilevabilità D (1-10): il controllo ambulatoriale (impedenza) la rivela quasi sempre in anticipo: D = 2.
Indice di priorità del rischio: RPN = S × O × D = 9 × 3 × 2 = 54. Sotto la soglia di azione (per esempio 100), ma con S molto alta: si interviene lo stesso con prove di fatica e controllo dell’impedenza. Il solo RPN può nascondere rischi gravi ma rari: la gravità conta.
11Qualità, software, usabilità e prove elettriche
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
ISO 13485:2016 definisce il sistema di gestione della qualità specifico per i dispositivi medici, ed è la base di tutti gli audit (si dimostra la conformità con una certificazione e con un audit dell’organismo notificato). Richiede il controllo dei documenti, la gestione dei rischi in tutte le fasi, la progettazione controllata, la qualifica dei fornitori, la validazione dei processi speciali (saldatura, sterilizzazione, pulizia), la tracciabilità e le azioni correttive.
IEC 62304 definisce il ciclo di vita del software medicale e classifica il software in tre classi di sicurezza (A nessun danno, B lesioni non gravi, C morte o lesioni gravi) che determinano la quantità di documentazione e test. IEC 62366-1 guida lo studio dell’usabilità: analisi dei compiti, errori d’uso prevedibili, prove con utenti reali (validazione sommativa). IEC 60601-1 e le sue parti collaterali e particolari regolano la sicurezza elettrica, la compatibilità elettromagnetica (60601-1-2) e le prestazioni essenziali degli apparecchi elettromedicali.
Alla fine il fabbricante emette la dichiarazione di conformità UE (allegato IV), appone la marcatura CE (allegato V; con il numero dell’organismo notificato quando coinvolto) e registra il dispositivo.
Norme armonizzate e di riferimento più comuni
Norma
Argomento
EN ISO 13485:2016
sistema qualità
EN ISO 14971:2019 + A11:2021
gestione del rischio
EN ISO 10993-1:2020 e parti
biocompatibilità
EN 62304:2006 + A1:2015
software
EN 62366-1:2015
usabilità
EN 60601-1
apparecchi elettromedicali
EN ISO 11607-1/-2
imballaggio sterile
EN ISO 14155:2020
indagini cliniche
EN ISO 15223-1
simboli e etichette
EN ISO 20417
informazioni fornite dal fabbricante
12Fuori dall’Europa
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Negli Stati Uniti la FDA regola i dispositivi con un sistema a tre classi (I, II, III). Le strade principali sono la notifica 510(k) (si dimostra l’equivalenza sostanziale con un dispositivo già in commercio, classe II), l’approvazione pre-commercializzazione (PMA, per i dispositivi di rischio alto, con dati clinici propri e ispezioni) e la richiesta De Novo (nuovi dispositivi a rischio basso o moderato senza predecessore). Dal 2 febbraio 2026 la regola sul sistema di qualità (QMSR) richiama direttamente la ISO 13485. In Europa un dispositivo con CE può essere venduto in tutti gli Stati; negli Stati Uniti serve l’autorizzazione, senza cui è vietato.
Gli altri paesi si allineano in modo parziale: il Regno Unito ha il marchio UKCA (e accetta ancora il CE per un periodo), il Giappone la PMDA, la Cina la NMPA, il Canada e l’Australia il programma di audit unico MDSAP. Il Forum internazionale dei regolatori (IMDRF) lavora ad armonizzare definizioni e documenti. Questa varietà è un costo notevole per i fabbricanti.
UE e Stati Uniti a confronto (semplificato)
Unione europea (MDR)
Stati Uniti (FDA)
Chi decide
organismo notificato (privato) + autorità nazionale
FDA (agenzia pubblica)
Classi
I, IIa, IIb, III (22 regole)
I, II, III (classificazione per tipo di dispositivo)
Via per impianti nuovi
classe III: esame completo + indagini cliniche
PMA con dati clinici
Via per dispositivi simili
equivalenza + dati clinici
510(k), equivalenza sostanziale
Sistema qualità
ISO 13485
QMSR (richiama ISO 13485) dal 2026
Dopo la vendita
PMS, PMCF, PSUR, vigilanza
segnalazione MDR, sorveglianza post-market, ordini di studio
13Esercizi
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Esercizio 1. A quale classe appartengono: (a) una vite per osso in titanio, (b) un impianto dentale, (c) una protesi di spalla, (d) un pacemaker? Indica la regola.
Mostra la soluzione
(a) IIb, regola 8 (impianto a lungo termine); (b) IIa, regola 8 (denti); (c) III, regola 8 (sostituzione articolare); (d) III, regola 8 (attivo impiantabile).
Esercizio 2. Un fabbricante vuole usare dati clinici di un dispositivo di un concorrente come «equivalente». Che cosa serve per un impianto di classe III?
Mostra la soluzione
Dimostrare equivalenza tecnica, biologica e clinica, e avere un contratto che dia accesso alla documentazione tecnica completa del concorrente (art. 61 comma 5). Senza contratto non si può usare.
Esercizio 3. Con bioburden 10⁴ e D₁₀ = 1,5 kGy, che dose serve per arrivare a SAL 10⁻⁶?
Esercizio 5. Il rischio «frattura della vite» ha S = 7, O = 4, D = 5. Quanto vale RPN? Se si aggiunge un controllo che porta D a 2, che cosa succede?
Mostra la soluzione
RPN = 7 × 4 × 5 = 140; con D = 2, RPN = 56. Attenzione: ridurre D non riduce la probabilità né la gravità.
Esercizio 6. Quale ordine di priorità segue ISO 14971 per ridurre un rischio?
Mostra la soluzione
Prima sicurezza intrinseca per progetto, poi misure di protezione, infine informazioni per la sicurezza e formazione.
Esercizio 7. Perché la marcatura CE non è un marchio di qualità?
Mostra la soluzione
Indica soltanto che il fabbricante (e, se richiesto, l’organismo notificato) dichiara e dimostra la conformità ai requisiti essenziali: non confronta il prodotto con altri né garantisce risultati migliori.
14Glossario
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
ALARP
ridotto quanto ragionevolmente possibile.
CECP
procedura di consultazione sulla valutazione clinica.
CER
rapporto di valutazione clinica.
EUDAMED
banca dati europea dei dispositivi.
FMEA
analisi dei modi di guasto e dei loro effetti.
GSPR
requisiti generali di sicurezza e prestazione.
MDCG
gruppo di coordinamento sui dispositivi medici.
Organismo notificato
ente indipendente che valuta la conformità.
PMCF
follow-up clinico post-commercializzazione.
PSUR
rapporto periodico di aggiornamento sulla sicurezza.
SAL
livello di garanzia di sterilità.
SSCP
riepilogo di sicurezza e prestazione clinica.
UDI
identificazione unica del dispositivo.
·Fonti e letture
Regolamento (UE) 2017/745 del Parlamento europeo e del Consiglio sui dispositivi medici — testo ufficiale in EUR-Lex — eur-lex.europa.eu/eli/reg/2017/745/oj
Pagina per studiare e capire, a scopo divulgativo: non è un consiglio medico. Per una protesi, un impianto o un intervento decide il medico; per un dispositivo reale fanno fede le norme e le istruzioni del fabbricante.
09
Metodi di prova e validazione
Prova di trazione e fatica, norme ISO 7206 e 14242 per l’anca, ISO 14243 e 14879 per il ginocchio, simulatori d’usura, stent e valvole, invecchiamento, prove sugli animali e statistica dei campioni.
● = scheda che riprende argomenti dei miei appunti universitari. Le altre sono appunti presi da fonti.
1Perché si prova, e che cosa vuol dire «validare»
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Prima di impiantare qualsiasi cosa, un fabbricante deve dimostrare che regge ai carichi, si consuma poco, non rilascia sostanze dannose, si può sterilizzare e conservare. Il metodo è una piramide di prove, dal semplice al complesso: prove sul materiale (provini normalizzati), sul componente (una protesi in macchina di prova), sul sistema (protesi montata in un osso sintetico o cadaverico), animali e infine uomo. Più si sale, più la prova è realistica, lenta e costosa; più si scende, più è ripetibile e confrontabile.
Le prove sono descritte in norme (ISO, ASTM, EN), che fissano il provino, la forza, la frequenza, la temperatura, il numero di campioni e il criterio di superamento. Il vantaggio è la confrontabilità fra produttori e laboratori; il limite è che la norma è un minimo: una protesi può superarla e fallire in condizioni più severe, perché il paziente non legge la norma. Per questo si aggiungono prove «peggiore caso» (taglia più piccola, carico più alto, posizione sfavorevole).
Ricordiamo la distinzione chiave: la verifica dimostra che il progetto rispetta le specifiche (lo stelo regge 2300 N per 5 milioni di cicli); la validazione dimostra che il dispositivo soddisfa il bisogno dell’utente nelle condizioni reali (il chirurgo riesce a impiantarla, il paziente cammina). Le prove sul banco sono per lo più verifica; le prove in uso reale e cliniche sono validazione.
Come sono verificati i dati. I parametri di prova delle norme ISO e ASTM sono riportati solo se confermati da almeno due fonti; le norme complete sono a pagamento, quindi i valori non confermati sono segnati «indicativo» e vanno letti sul testo della norma prima di usarli per un progetto reale.
La piramide delle prove
Livello
Esempio
Vantaggio
Limite
Materiale
trazione, durezza, fatica su provini
ripetibile, economico
non vede forma, giunzioni, superficie
Componente
stelo in macchina di fatica; coppa schiacciata
standardizzato (ISO)
condizioni semplificate
Sistema
protesi in femore sintetico con muscoli simulati
effetto di sistema (osso + protesi)
osso sintetico non invecchia
Animale
impianto in pecora o coniglio
risposta biologica reale
differenze di specie, costi, etica
Uomo
indagine clinica, registro
è il caso vero
lento, costoso, rischioso
2La prova di trazioneMiei appunti
I miei appunti universitari, gratuiti per tutti
Si tira lentamente un provino di forma standard (ASTM E8, ISO 6892-1) fino alla rottura, misurando forza e allungamento. Dividendo la forza per l’area iniziale si ottiene la tensione ingegneristica σ = F/A0; dividendo l’allungamento per la lunghezza iniziale la deformazione ε = ΔL/L0. Il grafico σ-ε dice quasi tutto sul materiale.
La parte iniziale è una retta: la pendenza è il modulo elastico E (legge di Hooke, σ = E·ε); la rigidezza del materiale. Oltre un certo punto il materiale si deforma in modo permanente: il carico di snervamento (spesso definito come tensione che lascia lo 0,2 % di deformazione permanente: si traccia una retta parallela alla parte elastica, spostata di 0,2 %). Poi il materiale si indurisce per deformazione fino al massimo, la resistenza a trazione (UTS); dopo comincia la strizione, la sezione si assottiglia in un punto e la tensione ingegneristica scende fino alla rottura.
Altri numeri: l’allungamento a rottura (duttilità, in %) e la strizione (riduzione percentuale dell’area). Un materiale fragile (ceramica, vetro, PMMA a freddo) si rompe senza snervarsi; uno duttile (acciaio 316L, titanio puro) avvisa deformandosi. Per impianti conta la tenacità, cioè l’area sotto la curva: l’energia che può assorbire prima di rompersi.
Il valore vero della tensione è diverso da quello ingegneristico dopo lo snervamento perché l’area cambia: σvera = σ(1 + ε) e εvera = ln(1 + ε) (fino alla strizione).
σ = F / A0, ε = ΔL / L0, σ = E·ε
Tensione, deformazione e legge di Hooke nel tratto elastico.
σv = σ(1 + ε), εv = ln(1 + ε)
Tensione e deformazione vere, valide fino alla strizione.
curva del materialeretta a 0,2 % di scarto
Figura. Prova di trazione di una lega di titanio (schema). Curva didattica con le caratteristiche minime di un Ti-6Al-4V (ASTM F136: snervamento ≥ 795 MPa, resistenza ≥ 860 MPa, allungamento ≥ 10 %). Il modulo è di circa 110 GPa.
Proprietà minime di leghe per impianti (norme ASTM)
Materiale (norma)
Snervamento (MPa)
Resistenza (MPa)
Allungamento (%)
Modulo (GPa)
Acciaio 316L ricotto (F138)
≥ 190
≥ 490
≥ 40
≈ 200
Ti-6Al-4V (F136)
≥ 795
≥ 860
≥ 10
≈ 110
Co-Cr-Mo fuso (F75)
≥ 450
≥ 655
≥ 8
≈ 210
Titanio puro grado 4 (F67)
≥ 483
≥ 550
≥ 15
≈ 105
Osso corticale (per confronto)
≈ 100-130
≈ 130-170
1-3
≈ 17-20
Esempio svolto. Dai dati di una prova alle proprietà
Provino cilindrico: diametro 6,0 mm, area A0 = π × 3² = 28,3 mm²; lunghezza utile L0 = 30 mm.
Forza allo snervamento 22,5 kN: σy = 22 500 / 28,3 = 795 MPa. Forza massima 26,3 kN: UTS = 26 300 / 28,3 = 930 MPa.
Lunghezza finale dopo la rottura (pezzi riaccostati) 33,6 mm: allungamento = (33,6 − 30)/30 = 12 %.
Tratto elastico: a 300 MPa l’allungamento misurato è 0,27 %: E = 300 / 0,0027 = 111 GPa, coerente con il titanio.
Tensione vera alla UTS (ε = 8 %): σv = 930 × 1,08 = 1004 MPa.
3La faticaMiei appunti
I miei appunti universitari, gratuiti per tutti
La fatica è la rottura che arriva dopo molte ripetizioni di un carico molto inferiore alla resistenza statica. Una protesi d’anca subisce 1-2 milioni di cicli l’anno: è la modalità di rottura più importante per gli impianti metallici. La definizione ASTM la descrive come progressiva modifica strutturale localizzata, che si può concludere con cricche o con la frattura dopo un numero sufficiente di cicli.
Tre fasi: innesco di una cricca (in un punto di concentrazione di tensione, come un graffio, un foro o un angolo), propagazione lenta a ogni ciclo, rottura finale quando la sezione residua non regge più. La frattura mostra due zone: una liscia a «segni di spiaggia» e una ruvida di rottura finale.
Si prova con la curva S-N (o di Wöhler): si ripete la prova a diversi livelli di ampiezza di tensione σa e si registra il numero di cicli N alla rottura. Per i metalli e gli acciai la curva ha un limite di fatica (sotto il quale non si rompe), mentre per titanio, alluminio e polimeri la curva scende sempre; allora si definisce la resistenza a fatica a un numero fissato di cicli (per impianti in genere 10 milioni, 107). Le curve si descrivono con la legge di Basquin: σa = σ′f (2N)b.
Un ciclo si caratterizza con l’ampiezza σa, la tensione media σm e il rapporto di carico R = σmin/σmax. Con una tensione media di trazione la vita si accorcia: lo descrive la retta di Goodman. Dove ci sono intagli, filetti o saldature, la tensione locale è moltiplicata per il fattore di concentrazione Kt, e la fatica ne risente molto. Per questo gli impianti hanno raccordi generosi e superfici lucidate, e si evitano graffi e spigoli.
Quando la cricca esiste, la sua crescita segue la legge di Paris: da/dN = C (ΔK)m, con ΔK = Y Δσ √(πa) il campo di intensificazione delle tensioni (Y fattore geometrico). Permette di stimare quanti cicli servono perché una cricca di una certa dimensione diventi critica: è la base del progetto «a tolleranza di danno».
σa = σ′f (2N)b
Basquin: ampiezza di tensione e cicli a rottura (b negativo, circa −0,05 / −0,12).
σa / σar + σm / σUTS = 1
Goodman: effetto della tensione media di trazione.
da/dN = C (ΔK)m, ΔK = Y·Δσ·√(πa)
Legge di Paris per la crescita delle cricche.
σa = 1500 (2N)^−0,09
Figura. Curva S-N con la legge di Basquin (costanti didattiche). Le costanti sono scelte per un esempio e non descrivono una lega reale. La scala è logaritmica sui cicli: ogni tacca vale dieci volte tanto.
Esempio svolto. Resistenza a fatica a 10 milioni di cicli con Basquin
Costanti: σ′f = 1500 MPa, b = −0,09. N = 107 → 2N = 2·107.
Costanti (didattiche, simili a una lega di titanio): C = 10−11 m/ciclo, m = 3. Velocità: da/dN = 10−11 × 8,93 = 7·10−9 m/ciclo (7 nm per ciclo).
Integrando fino a af = 1 mm: N = 2 (a0−1/2 − af−1/2) / [C Y³ Δσ³ π3/2] = 2 × (44,7 − 31,6) / (6,26·10−4) ≈ 4·104 cicli.
A un milione di cicli l’anno sono circa due settimane: una cricca da mezzo millimetro con carico alto diventa pericolosa in fretta. Da qui l’importanza di eliminare i difetti iniziali.
4Prove sull’anca: la serie ISO 7206
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Schema. Disposizione schematica della prova di fatica di uno stelo. Prova di tipo «a trave incastrata». Il numero minimo di campioni e il criterio di accettazione fanno parte della norma e del piano di prova del fabbricante.
La norma ISO 7206 («Impianti per chirurgia: protesi parziali e totali d’anca») ha molte parti, ognuna per un tipo di prova. Le principali, secondo gli elenchi dei produttori e degli enti di normazione (indicativo: i numeri esatti vanno controllati sul testo): -1 classificazione e misure; -2 superfici articolari (rugosità, sfericità); -4 resistenza a fatica degli steli; -6 fatica della zona del collo; -8 steli con torsione; -10 carico statico su teste modulari; -12 deformazione delle coppe; -13 resistenza alla torsione dell’accoppiamento testa-collo.
Nella prova ISO 7206-4 lo stelo è incastrato in un blocco di resina o di lega a basso punto di fusione fino a un livello fissato (simula un osso che ha perso supporto alla base: è una condizione severa), inclinato nel piano e caricato dall’alto sulla testa con una forza che oscilla fra un minimo e un massimo di 2300 N (minimo 300 N; valore basato su un peso medio di 78 kg) per 5 milioni di cicli (la prova sul collo, ISO 7206-6, usa 10 milioni di cicli con un altro carico). Si dice che lo stelo ha superato la prova se non si rompe né mostra cricche. Frequenza e angoli di inclinazione (circa 10° di adduzione e 9° di flessione) sono indicativi.
Perché un blocco rigido? Perché la prova vuol essere conservativa: con osso reale il carico si distribuisce meglio. Se uno stelo regge questa prova sa reggere, in condizioni normali, il carico di anni. Ma non basta: gli steli non cementati hanno sezioni sottili e sono più sensibili alla fatica nella zona del collo e alle giunzioni modulari, dove si fa una prova a parte (corrosione da sfregamento).
Esempio svolto. Durata di una prova di fatica
10 milioni di cicli a una frequenza di 5 Hz: 2·106 s = 23 giorni.
A 10 Hz: 106 s = 11,6 giorni.
Con 3 campioni in 3 stazioni parallele, l’intera prova dura comunque 12-23 giorni; ecco perché si progettano macchine multistazione.
10 milioni di cicli sono circa 7-10 anni di camminata a 1-1,5 milioni di passi l’anno.
5Simulatori d’usura: ISO 14242 e ISO 14243
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Per sapere quanto polietilene si consuma in 15 anni non si può aspettare 15 anni. Il simulatore d’usura muove le due superfici (testa e inserto) come nel cammino, sotto un carico variabile, immerse in un liquido simile al liquido sinoviale: siero bovino diluito (circa 25 %, con proteine e additivi) a 37 °C. La norma ISO 14242-1 descrive per l’anca il carico (curva a doppio picco di tipo Paul con un massimo di circa 3 kN, minimo circa 0,3 kN), i movimenti (flessione-estensione, abduzione-adduzione, rotazione interna-esterna) e la durata (almeno 5 milioni di cicli, a 1 Hz; confermato da EndoLab e da una rassegna in PubMed Central). La parte 2 dà i metodi di misura e le parti 3 e 4 trattano i simulatori orbitali e l’usura dei bordi (edge loading, microseparazione).
La misura più usata è gravimetrica: si pesa l’inserto ogni mezzo milione di cicli con una bilancia di precisione. Ma il polietilene assorbe liquido e pesa di più: si usano campioni di controllo di imbibizione (soak), lasciati a mollo sotto lo stesso carico statico, per correggere. Poi si converte la massa in volume dividendo per la densità (circa 0,934 g/cm³) e si esprime l’usura in mg o mm³ per milione di cicli.
Per il ginocchio, ISO 14243-1 prova l’usura con controllo della forza (carico assiale fino a circa 2600 N, forza antero-posteriore e rotazione imposte dal carico), mentre la parte 3 controlla gli spostamenti; ISO 14879-1 prova la fatica del piatto tibiale. Sulla colonna si usano ISO 18192-1 (usura dei dischi) e ASTM F2423, F2346 (statica e fatica); per le viti e le barre ASTM F1717; per le gabbie ASTM F2077.
Limiti dei simulatori: non riproducono bene lo sfregamento da detriti (terzo corpo), le posture estreme, il montaggio errato e il sovraccarico sul bordo. Per questo oggi si aggiungono prove severe (microseparazione, detriti di cemento) e si guarda a come i risultati in laboratorio si confrontano con quelli clinici dei registri.
Esempio svolto. Dal peso perso alla penetrazione
Inserto di polietilene dopo 5 milioni di cicli: variazione di massa misurata −110 mg. Controllo di imbibizione +12 mg (assorbe liquido).
Perdita vera: 110 + 12 = 122 mg, cioè 24,4 mg per milione di cicli.
Volume: 122 mg / 0,934 mg/mm³ = 130,6 mm³ in 5 Mc, cioè 26,1 mm³/Mc.
Testa da 28 mm (r = 14 mm): area proiettata π × 14² = 616 mm². Penetrazione = 26,1 / 616 = 0,042 mm per milione di cicli, circa 0,04 mm/anno: sotto la soglia di 0,1 mm/anno.
Esempio svolto. Quanto dura la prova e quanti anni rappresenta
5 milioni di cicli a 1 Hz: 5·106 s = 57,9 giorni.
A un milione di passi l’anno, 5 Mc rappresentano circa 5 anni di cammino; a 2 milioni di passi, 2,5 anni.
Per simulare 25 anni servirebbero 25-50 milioni di cicli, cioè 290-580 giorni a 1 Hz: i laboratori usano più stazioni e a volte frequenze maggiori (fino a 2 Hz).
6Stent, valvole, cateteri e elettrocateteri
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Stent. Le prove sono definite da ISO 25539-2 (endoprotesi vascolari) e dalle norme ASTM F2079 (forza radiale e collasso), F2081 (caratterizzazione), F2606 (flessione a tre punti), F2942 (fatica radiale), F2477 (durata pulsatile in vitro: 400 milioni di cicli, circa 10 anni). La prova a pressione pulsante porta lo stent a variazioni cicliche di diametro in un tubo elastico in acqua a 37 °C; si osservano poi le rotture con il microscopio. La deformazione in fatica si calcola con un modello a elementi finiti e si confronta con il diagramma di Goodman per il nitinol.
Valvole. Con ISO 5840 si fanno prove in vitro di emodinamica (gradiente di pressione, area efficace, rigurgito) in un simulatore di polso, e prove di durata accelerata a frequenze di 600-1000 battiti al minuto (indicativo), fino a 200 milioni di cicli per le valvole biologiche (circa 5 anni) e fino a 400 milioni per le meccaniche e le transcatetere; si controllano anche i cedimenti dei lembi, le perdite, la migrazione e la fatica del telaio.
Elettrocateteri. Prove di piegatura ripetuta, torsione, trazione, tenuta delle giunzioni e resistenza alla corrosione (ISO 27186 e ISO 14708-2). Cementi. Compressione, flessione, tempo di presa (ISO 5833), fatica (ASTM F2118). Rivestimenti di idrossiapatite. Adesione e taglio (ASTM F1147, F1044), fatica del rivestimento (ASTM F1160). Corrosione. Polarizzazione ciclica (ASTM F2129), sfregamento-corrosione, rilascio di ioni nel liquido fisiologico. Detriti d’usura. Isolamento e caratterizzazione per dimensione e forma (ISO 17853).
Esempio svolto. Durata accelerata di una valvola
200 milioni di cicli a 1000 battiti al minuto: 2·108 / 1000 = 2·105 minuti.
2·105 / 1440 = 139 giorni.
A 72 battiti al minuto 200 milioni di cicli sono 5,3 anni: l’accelerazione è di circa 14 volte.
La velocità del tester non deve alterare la fisica: a frequenze troppo alte il flusso e le forze sui lembi non sono realistici, ed è questo il limite delle prove accelerate.
7Prove di tenuta e invecchiamento
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Un impianto sterile si conserva anni nella confezione: occorre dimostrare che la sterilità e le proprietà durano per tutta la scadenza dichiarata. Si fa con l’invecchiamento accelerato (ASTM F1980): il campione è tenuto a temperatura più alta per un tempo più breve, usando la regola di Arrhenius semplificata (regola del Q10): ogni 10 °C in più la velocità delle reazioni raddoppia (Q10 = 2).
Il fattore di accelerazione è AAF = Q10(Taa − Trt)/10, dove Taa è la temperatura di invecchiamento e Trt la temperatura ambiente. Dopo l’invecchiamento si ripetono prove di tenuta della confezione (ASTM F1929, F2096) e di integrità. Invecchiano diversamente polimeri e metalli: il polietilene irradiato si ossida lentamente in aria (la prova ASTM F2003 usa ossigeno a pressione e 70 °C).
AAF = Q10(Taa − Trt) / 10, taa = treale / AAF
Fattore di accelerazione e tempo di prova.
Esempio svolto. Un anno di scadenza in poche settimane
Q10 = 2; Taa = 55 °C; Trt = 22 °C. Differenza 33 °C.
AAF = 23,3 = 9,85.
Un anno (365 giorni) / 9,85 = 37 giorni a 55 °C.
Per 5 anni di scadenza: 5 × 37 = 185 giorni (circa sei mesi).
8Prove in vivo: animali e uomo
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Quando la biologia non si può prevedere con il laboratorio, si usano modelli animali. Per l’osso si usano conigli (economici, impianti piccoli), cani e capre, e soprattutto la pecora (peso e carichi simili all’uomo); per i vasi maiali e pecore; per la pelle maiali. L’uso è regolato dalla direttiva europea 2010/63/UE e dalla regola delle tre R (sostituire, ridurre, perfezionare): si fanno prove sugli animali solo quando non esiste un’alternativa e con il numero minimo di soggetti. Per i dispositivi la norma ISO 10993-2 richiede il benessere animale.
Dopo l’intervento si valutano: istologia (sezioni di tessuto colorate e osservate al microscopio), istomorfometria (quantità di osso a contatto con l’impianto, BIC, in percentuale), prove meccaniche di ancoraggio (spinta, push-out, o estrazione, pull-out), immagini (micro-TAC) e analisi del sangue. Il risultato è usato per capire se l’osso aderisce e se ci sono reazioni anomale, non per prevedere i tempi umani.
Nell’uomo si usa lo studio clinico (ISO 14155) e la sorveglianza dopo la vendita. Per le protesi articolari c’è uno strumento che anticipa i risultati: la radiostereometria (RSA), che misura con precisione di circa 0,1 mm la migrazione di una protesi su radiografie con piccoli marcatori di tantalio; uno spostamento superiore a circa 0,2 mm della componente tibiale nei primi due anni è associato a un rischio più alto di allentamento successivo (indicativo: soglie diverse per le anche).
Esempio svolto. Contatto osso-impianto (BIC) e resistenza di spinta
Su una sezione istologica la lunghezza del perimetro dell’impianto è 20 mm; i tratti in cui l’osso lo tocca misurano in totale 12,4 mm. BIC = 12,4/20 = 62 %.
Prova di spinta (push-out): cilindro di diametro 4 mm, lunghezza 8 mm nell’osso; forza di distacco 300 N.
Area laterale π × d × L = π × 4 × 8 = 100,5 mm². Resistenza al taglio τ = 300 / 100,5 = 3,0 MPa.
Un titanio ruvido spesso supera i 5 MPa dopo qualche settimana; un liscio rimane sotto i 2: la differenza misura l’ancoraggio.
9Statistica: quanti campioni servono?
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Una prova su un solo campione non dice nulla: se supera, può essere fortuna. Le norme chiedono più campioni (spesso 3-6), e per dimostrare l’affidabilità (probabilità che il dispositivo funzioni) si usa la statistica. Il metodo più semplice è il teorema del successo continuo: se si provano n campioni e tutti superano, con confidenza C si può affermare che l’affidabilità è almeno R, dove n = ln(1 − C) / ln R.
Le durate a fatica non hanno una distribuzione normale ma seguono bene la distribuzione di Weibull: la funzione di affidabilità è R(t) = exp[−(t/η)β], dove η è la vita caratteristica (il tempo in cui sopravvive il 36,8 %) e β la forma (β > 1: guasti per usura, in aumento col tempo; β = 1 casuali; β < 1 mortalità infantile). Le protesi, con β attorno a 2-3, mostrano una vita media che cala dopo anni di buon funzionamento.
n = ln(1 − C) / ln R
Successo continuo: n campioni, tutti superano, confidenza C, affidabilità R.
R(t) = exp[−(t/η)β]
Distribuzione di Weibull.
β = 1 (guasti casuali)β = 2β = 3 (usura)
Figura. Affidabilità di Weibull per diverse forme. Vita caratteristica η = 15 anni. Con β maggiore la sopravvivenza resta alta a lungo e poi cala rapidamente: è l’andamento tipico del consumo.
Esempio svolto. Quanti campioni per R = 95 % con confidenza 95 %?
Si arrotonda per eccesso: 59 campioni, tutti da superare la prova.
Per R = 90 % e C = 90 %: ln 0,1 / ln 0,9 = 21,9 → 22 campioni.
Per questo molte prove sono fatte su 3-6 campioni dichiarando un livello di affidabilità inferiore, o usando un criterio di «peggior caso» e metodi parametrici (Weibull) che sfruttano anche i campioni rotti.
Esempio svolto. Affidabilità con Weibull
β = 2, η = 15 anni. A 10 anni: R = exp[−(10/15)2] = exp(−0,444) = 0,641.
A 5 anni: exp(−0,111) = 0,895; a 15 anni: exp(−1) = 0,368.
Con β = 3 a 10 anni: exp(−0,296) = 0,744: sopravvivenza più alta a metà vita e più bassa dopo.
10Banco, ossa sintetiche, cadaveri e simulazione
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Per provare un sistema completo (protesi e osso) si usano femori sintetici in resina (modelli standard disponibili nei laboratori, come quelli in fibra di vetro e schiuma), che hanno proprietà ripetibili; per prove più vicine alla realtà si usano ossa cadaveriche, che variano da persona a persona. Si misurano i micromovimenti all’interfaccia osso-impianto con sensori di spostamento: un movimento relativo superiore a circa 150 µm impedisce di norma la crescita dell’osso sulla superficie (valore classico, indicativo), mentre sotto 50 µm si ha buona osteointegrazione. Con le correlazioni di immagini digitali (DIC) si misura il campo di deformazione sulla superficie dell’osso e lo si confronta con il modello numerico (vedi il capitolo sugli elementi finiti).
Sempre di più si affianca la simulazione al calcolatore (modelli a elementi finiti e musculoskeletal) come prova «in silico»: la FDA e gli enti di normazione hanno proposto criteri di credibilità (ASME V&V 40). Il modello non sostituisce la prova ma riduce il numero di prove fisiche e aiuta a trovare il caso peggiore.
Riepilogo: che prova per che rischio
Rischio
Prova tipica
Norma di riferimento (indicativa)
Rottura per fatica di uno stelo
fatica a 5·10⁶ cicli, 2300 N (stelo); 10⁷ cicli per il collo
ISO 7206-4, -6, -8
Usura di anca
simulatore a 5 Mc
ISO 14242-1 e -2
Usura di ginocchio
simulatore forza-controllato
ISO 14243-1, -3
Fatica del piatto tibiale
prova ciclica
ISO 14879-1
Fatica di un impianto dentale
flessione a 30°, 5 Mc
ISO 14801
Stent: durata
400 Mc pulsatili
ASTM F2477, ISO 25539-2
Valvola: durata e emodinamica
200 Mc + simulatore di polso
ISO 5840
Cemento osseo
compressione, flessione, fatica
ISO 5833, ASTM F2118
Scadenza e confezione
invecchiamento accelerato
ASTM F1980, ISO 11607
Biocompatibilità
citotossicità, sensibilizzazione, impianto
ISO 10993
11Esercizi
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Esercizio 1. Un provino di diametro 5 mm si snerva a 17,7 kN. Qual è la tensione di snervamento?
Esercizio 4. Quanti giorni dura una prova di 10 milioni di cicli a 8 Hz?
Mostra la soluzione
10⁷ / 8 = 1,25·10⁶ s = 14,5 giorni.
Esercizio 5. Con Q₁₀ = 2, Taa = 50 °C e Trt = 23 °C, quanti giorni a 50 °C per simulare 3 anni?
Mostra la soluzione
AAF = 2^2,7 = 6,50; 3 × 365 / 6,50 = 168 giorni.
Esercizio 6. Dimostra con il teorema del successo continuo quanti campioni servono per R = 99 % e C = 95 %.
Mostra la soluzione
n = ln 0,05 / ln 0,99 = −2,996 / −0,01005 = 298 campioni: una prova a tappeto per eventi rari è impraticabile; servono altri metodi (modelli, dati di registro).
Esercizio 7. Un inserto perde 80 mg in 4 Mc; il controllo guadagna 8 mg. Quanti mm³ per Mc (densità 0,934 g/cm³)?
Mostra la soluzione
Perdita vera 88 mg; volume 88/0,934 = 94,2 mm³; per Mc 23,6 mm³.
12Glossario
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
AAF
fattore di accelerazione dell’invecchiamento.
BIC
contatto osso-impianto, in percentuale.
Duttilità
capacità di deformarsi prima di rompersi.
Limite di fatica
tensione sotto cui non c’è rottura per fatica.
Modulo elastico
pendenza della parte elastica della curva σ-ε.
Push-out
prova di spinta per l’ancoraggio osseo.
RSA
radiostereometria: misura della migrazione degli impianti.
S-N
curva tensione-numero di cicli a rottura.
Snervamento
inizio della deformazione permanente.
Weibull
distribuzione statistica delle durate.
·Fonti e letture
ISO 7206-1, -2, -4, -6, -8, -10, -12, -13: protesi parziali e totali d’anca — norme di prova (parametri confermati da 2 fonti secondarie: cicli, carichi 2300 N e 300 N) — iso.org
ISO 14242-1:2014 e -2, -3, -4: usura delle protesi totali d’anca — simulatori — iso.org
ISO 14243-1, -2, -3: usura delle protesi totali di ginocchio; ISO 14879-1 — norme di prova — iso.org
ISO 14801:2016, impianti dentali: prova di fatica — norma — iso.org
ISO 5840 (1-3), ISO 25539-2, ASTM F2477, F2079 — valvole cardiache e stent — astm.org
W. Weibull, A statistical distribution function of wide applicability — J Appl Mech 18 (1951) 293
Pagina per studiare e capire, a scopo divulgativo: non è un consiglio medico. Per una protesi, un impianto o un intervento decide il medico; per un dispositivo reale fanno fede le norme e le istruzioni del fabbricante.
10
Biomeccanica avanzata ed elementi finiti
Tensioni e deformazioni, movimento umano, muscoli, e il flusso di un calcolo a elementi finiti: dal modello TAC alla mesh, materiali, condizioni al contorno, convergenza e validazione.
● = scheda che riprende argomenti dei miei appunti universitari. Le altre sono appunti presi da fonti.
1Che cosa sa fare un modello numerico
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Schema. Il flusso di un calcolo a elementi finiti. La parte più lunga non è il calcolo, ma preparare il modello (segmentazione, materiali) e verificarlo. Ogni passo introduce incertezze che si sommano.
Una prova di laboratorio dice come si comporta quella protesi in quella prova. Un modello numerico, dopo una buona calibrazione, può dire dove nella protesi e nell’osso le tensioni sono più alte, come cambiano se varia lo spessore, il materiale o la posizione, e che cosa succede in condizioni che in laboratorio sarebbero costose o impossibili. Il metodo oggi più diffuso è quello degli elementi finiti (FEM, finite element method): il corpo, di forma complicata, viene diviso in tanti piccoli pezzi semplici (gli elementi), per ognuno si risolvono equazioni semplici, e i risultati si ricompongono.
Il modello non è la realtà: è una domanda posta in forma di calcolo. Il risultato è utile se le ipotesi sono dichiarate, se è controllato con una prova fisica e se si sa quanto è sensibile ai numeri d’ingresso. Una immagine colorata di tensioni è convincente per costruzione: va letta con spirito critico (vedi le ultime sezioni).
Come sono verificati i dati. Le formule sono quelle dei manuali di meccanica e di elementi finiti. I valori dei materiali biologici variano molto da persona a persona e da relazione a relazione: quelli senza doppia conferma sono segnati «indicativo» e servono a imparare il metodo, non a progettare.
2Tensioni e deformazioni: tensore e cerchio di MohrMiei appunti
I miei appunti universitari, gratuiti per tutti
In un punto di un corpo caricato, le forze interne sono descritte dal tensore delle tensioni, una matrice 3×3 simmetrica con sei numeri indipendenti: tre tensioni normali (σx, σy, σz, che tirano o schiacciano) e tre tangenziali (τxy, τyz, τzx, che fanno scorrere i piani). Cambiando l’orientamento degli assi, i numeri cambiano, ma esiste sempre un orientamento in cui le tangenziali spariscono: le tre tensioni rimaste sono le tensioni principali σ1 ≥ σ2 ≥ σ3. Sono loro che dicono quanto forte è il carico su un punto.
Nel caso piano (una lastra sottile, una superficie libera), le tensioni sul piano ruotato di un angolo θ si calcolano con le formule di trasformazione. Il cerchio di Mohr è la loro rappresentazione grafica: in un piano con σ in orizzontale e τ in verticale, tutti i piani possibili sono i punti di una circonferenza di centro (σx + σy)/2 e raggio R = √[((σx − σy)/2)2 + τxy2]. Le tensioni principali sono i punti dove il cerchio incontra l’asse orizzontale: σ1,2 = centro ± R; la tensione tangenziale massima è il raggio.
Alla tensione corrisponde la deformazione: nel regime elastico la legge di Hooke generalizzata lega i due tensori con due costanti, il modulo di Young E e il coefficiente di Poisson ν (o il modulo di taglio G = E / [2(1 + ν)]). La deformazione è lo spostamento relativo, adimensionale (spesso in microdeformazioni, µε = 10−6).
Il criterio di von Mises riassume lo stato di tensione in un solo numero, la tensione equivalente σVM, da confrontare con lo snervamento dei metalli duttili. È il risultato che quasi tutti i programmi di calcolo mostrano per titanio, acciaio e cobalto-cromo.
σθ = (σx + σy)/2 + (σx − σy)/2 · cos 2θ + τxy sen 2θ
Direzione: tan 2θp = 2·40/60 = 1,333 → 2θp = 53,1°, θp = 26,6° rispetto all’asse x.
Von Mises: √(6400 − 1600 + 400 + 4800) = √10 000 = 100 MPa (qui coincide con σ1 perché σ2 = 0).
σ(θ) normaleτ(θ) tangenziale
Figura. Tensione normale e tangenziale al variare del piano. Con σx = 80, σy = 20 e τxy = 40 MPa. La normale ha massimo e minimo a 90° di distanza; dove la normale è massima o minima la tangenziale è nulla (piani principali).
Esempio svolto. Modulo di taglio e piccoli numeri per il titanio
Ti-6Al-4V: E = 110 GPa, ν = 0,34. G = 110 / [2 × 1,34] = 41 GPa.
Se la tensione è 400 MPa in trazione uniassiale, la deformazione è ε = 400/110 000 = 0,364 % = 3640 µε.
La contrazione trasversale è ν·ε = 0,34 × 3640 = 1240 µε.
Per confronto, l’osso corticale (E = 18 GPa) sotto 100 MPa si deforma di 5560 µε: vicino al limite di snervamento in trazione.
Schema. Cerchio di Mohr dell’esempio svolto: centro 50 MPa, raggio 50 MPa. I punti A e B sono le facce dell’elemento; il cerchio incontra l’asse σ nelle tensioni principali.
3Movimento umano: cinematica e dinamica inversaMiei appunti
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Il corpo si modella come un sistema di segmenti rigidi (piede, gamba, coscia, bacino, tronco…) collegati da articolazioni. La cinematica descrive il movimento senza le sue cause: posizioni, angoli, velocità e accelerazioni dei segmenti, misurati con telecamere e marcatori riflettenti. Un sistema a catena aperta ha tanti gradi di libertà quante coordinate servono a definirne la posizione: una gamba nel piano ha 3 articolazioni e 3 angoli.
La dinamica inversa parte dal movimento misurato e dalle forze misurate dalle piattaforme (reazione al suolo) e calcola, segmento per segmento, partendo dal piede, la forza e il momento in ogni articolazione. Per ogni segmento si scrivono le equazioni di Newton-Eulero: ΣF = ma e ΣM = I α. Servono i dati del segmento: massa, posizione del baricentro, momento d’inerzia. Si usano tabelle antropometriche: per esempio, nella tabella di Winter, coscia, gamba e piede pesano rispettivamente circa il 10 %, il 4,65 % e l’1,45 % del peso del corpo, con il baricentro a circa il 43 % della lunghezza dal lato prossimale per coscia e gamba.
Le forze di reazione al suolo nel cammino hanno una forma tipica a due picchi (uno quando il peso si carica, uno quando si spinge) con una valle a metà appoggio. Il valore massimo è circa 1,1-1,2 volte il peso del corpo. Il momento in una articolazione è il prodotto della forza per il braccio, cioè la distanza fra il punto di applicazione e il centro dell’articolazione.
forza verticale
Figura. Forza verticale a terra nel cammino (schema). Curva didattica a due picchi: la forma è tipica, i valori variano con velocità e persona (circa 1,1-1,3 volte il peso).
Esempio svolto. Momento alla caviglia a metà appoggio
Persona di 70 kg: peso 687 N. A metà appoggio la forza verticale è circa 1,0 volte il peso: 690 N (vicino alla valle del grafico).
Il centro di pressione sulla pianta del piede sta a 0,08 m davanti all’asse della caviglia.
Momento esterno: M = 690 × 0,08 = 55 N·m. Per equilibrio, i muscoli del polpaccio devono fare un momento equivalente: se il tendine d’Achille ha un braccio di 0,05 m, la forza è 55/0,05 = 1100 N.
Il piede ha massa 0,0145 × 70 = 1,0 kg: il suo peso (10 N) produce un contributo di pochi decimi di N·m, trascurabile.
Esempio svolto. Momento sul ginocchio
Nel cammino, a inizio appoggio la forza a terra è 1,1 volte il peso (≈ 755 N) e passa a 0,03 m dietro il centro del ginocchio.
Momento flettente: 755 × 0,03 = 22,7 N·m che tende a piegare il ginocchio; il quadricipite lo contrasta.
Con un braccio del tendine rotuleo di 0,04 m: forza del quadricipite = 22,7 / 0,04 = 570 N, e sul femore agiscono circa 570 N + 755 N ≈ 1300 N di compressione, 1,9 volte il peso (indicativo: i valori misurati nei ginocchi strumentati arrivano a circa 2-3 volte il peso).
4Muscoli e sistemi muscolo-scheletrici
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
La difficoltà: in ogni articolazione agiscono molti più muscoli che equazioni di equilibrio (il problema è «staticamente indeterminato»). Si risolve con un’ottimizzazione: fra tutte le distribuzioni di forze muscolari che producono i momenti richiesti, si sceglie quella che minimizza una funzione di costo, per esempio la somma delle forze (o delle tensioni) elevate a una potenza, che favorisce la distribuzione fra molti muscoli.
Il limite superiore di forza di un muscolo è proporzionale alla sua sezione fisiologica (PCSA): Fmax = σspec × PCSA, con una tensione specifica attorno a 25-35 N/cm² (indicativo). I programmi come OpenSim (di libero accesso) o AnyBody integrano la geometria di muscoli e ossa, la cinematica misurata, la dinamica inversa e l’ottimizzazione. Il risultato è la forza di contatto nelle articolazioni, da usare come carico per i modelli a elementi finiti.
Il confronto con i valori reali è possibile grazie alle protesi strumentate di Bergmann e colleghi, che hanno misurato per anni le forze in vivo in anca, ginocchio, spalla e colonna (dati pubblici su orthoload.com): sono il riferimento per validare i modelli muscolo-scheletrici.
Esempio svolto. Forza massima di un muscolo dalla sezione
Il gluteo medio ha una sezione fisiologica di circa 20 cm² (indicativo). Tensione specifica 30 N/cm².
Fmax = 30 × 20 = 600 N.
Con un braccio di leva di 5 cm genera un momento massimo di 600 × 0,05 = 30 N·m: per la stazione monopodalica di una persona di 75 kg serve un momento di circa 625 × 0,12 = 75 N·m, quindi ne servono altre parti dei muscoli abduttori (gluteo piccolo, tensore della fascia lata), come i modelli predicono.
5Elementi finiti: l’idea di base
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Si parte dalle equazioni dell’elasticità: equilibrio, relazione deformazione-spostamento e legge di Hooke. Risolverle su un osso intero non è possibile con la matematica a mano, quindi si cerca una soluzione approssimata: si divide il corpo in elementi (piccoli tetraedri, esaedri o gusci), collegati nei nodi, e si assume che lo spostamento dentro ogni elemento sia una combinazione semplice (lineare o quadratica) degli spostamenti dei nodi, tramite funzioni di forma. Il principio dei lavori virtuali (o la forma debole) trasforma le equazioni in un sistema algebrico:
K u = F, dove u sono gli spostamenti dei nodi (le incognite), F le forze sui nodi e K la matrice di rigidezza, ottenuta sommando i contributi degli elementi (assemblaggio). Con i vincoli (spostamenti noti) il sistema si risolve; poi dagli spostamenti si ricavano deformazioni e tensioni in ogni elemento.
Gli elementi più usati: tetraedro a 4 nodi (semplice, si adatta a ogni forma, ma rigido: deformazione costante nell’elemento e quindi serve molta fittezza), tetraedro a 10 nodi (spostamento quadratico, molto più preciso), esaedro a 8 o 20 nodi (migliore accuratezza per elemento, difficile da generare su forme complesse), travi e gusci per parti sottili (reticoli di stent, lembi di valvola). I solutori possono risolvere problemi lineari (statica, piccoli spostamenti, materiale elastico), non lineari (grandi deformazioni, materiali che si plasticizzano, contatto fra superfici) e dinamici (impatto, vibrazioni).
Ku = F, kbarra = EA / L
Sistema degli elementi finiti e rigidezza di una barra.
W = C10(I1 − 3), σ = 2C10 (λ² − 1/λ)
Materiale iperelastico neo-Hookeano (gomma, tessuti molli): energia di deformazione e tensione vera in trazione uniassiale incomprimibile.
Esempio svolto. Il più piccolo modello a elementi finiti: due barre in serie
Due barre di titanio di sezione A = 100 mm² e lunghezza L = 100 mm ciascuna, la prima incastrata al nodo 0. Forza F = 10 kN al nodo 2. E = 110 000 MPa.
Rigidezza di ogni barra: k = E·A/L = 110 000 × 100 / 100 = 110 000 N/mm.
Soluzione: u1 = F/k = 0,0909 mm; u2 = 2F/k = 0,182 mm.
Verifica analitica: δ = F·2L/(E·A) = 10 000 × 200 / (110 000 × 100) = 0,182 mm. Tensione: σ = F/A = 100 MPa; deformazione ε = 100/110 000 = 0,091 %. Il modello a elementi finiti coincide con la formula perché lo spostamento di una barra è lineare.
Esempio svolto. Tensione in un materiale neo-Hookeano
Elastomero con C10 = 0,5 MPa, stirato di λ = 1,5 (+50 %).
La tensione nominale (forza / area iniziale) vale σ/λ = 1,05 MPa.
Il comportamento non è lineare: raddoppiare l’allungamento non raddoppia la tensione, e per questo i tessuti molli si calcolano con questi modelli e non con la legge di Hooke.
6Dal TAC alla mesh: costruire il modello
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Immagini. Per le ossa si parte da una TAC (tomografia computerizzata, voxel tipici di 0,3-1 mm) o, per piccole parti e per l’osso trabecolare, da una micro-TAC (10-80 µm). L’immagine assegna a ogni voxel un valore in unità Hounsfield (HU), legato alla densità. Per i tessuti molli si usa la risonanza.
Segmentazione. Si separa l’osso dal resto: con soglie di HU (veloce ma grossolano), con crescita di regioni, con modelli statistici di forma o con reti neurali addestrate. Gli errori di segmentazione sono una fonte principale d’incertezza, specie dove l’osso è sottile (corticale della testa del femore, spessore < 1 mm vicino alla risoluzione delle immagini).
Superficie e mesh. Dalla segmentazione si ricostruisce una superficie (l’algoritmo marching cubes) e la si leviga; poi si genera la mesh di volume. Ci sono due strategie: la mesh geometrica (tetraedri che seguono il contorno) e la mesh a voxel, dove ogni voxel diventa un esaedro (immediata, ma con contorni a scalino). Per l’osso trabecolare si usa la mesh a voxel in micro-modelli con milioni di elementi (µFE).
Qualità degli elementi. Elementi troppo allungati o schiacciati (rapporto d’aspetto alto, Jacobiano vicino a zero) danno risultati falsi; i programmi calcolano indici di qualità da controllare. Si addensano gli elementi dove ci si aspetta forti gradienti (angoli, contatti, filetti) e si usano elementi grossi dove la tensione è uniforme.
Materiali dall’immagine. Per l’osso si assegna a ogni elemento un modulo elastico che dipende dalla densità misurata. Con una calibrazione con fantoccio, i valori di HU diventano densità minerale; si passa alla densità apparente e poi al modulo con relazioni empiriche della forma E = a·ρb, con esponenti attorno a 1,5-2. Nella letteratura ce ne sono molte (rassegna di Helgason e colleghi 2008): la scelta dipende da distretto, densità e prova di riferimento.
E = 6850 ρ^1,49
Figura. Modulo elastico dell’osso e densità apparente (relazione di esempio). Relazione empirica pubblicata per l’osso trabecolare (Morgan e colleghi, 2003), qui estesa per illustrazione fino alla densità corticale: per la corticale esistono relazioni dedicate (indicativo).
Esempio svolto. Modulo da una densità
Elemento con densità apparente 0,5 g/cm³: E = 6850 × 0,51,49 = 6850 × 0,356 = 2440 MPa.
Elemento con 0,2 g/cm³ (osso osteoporotico): E = 6850 × 0,21,49 = 6850 × 0,091 = 623 MPa.
Dimezzare la densità riduce il modulo di un fattore 2,8: è questo che rende la qualità dell’osso decisiva nel calcolo.
7Carichi, vincoli, contatti
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Carichi. Per un femore con protesi si applicano sulla testa la forza di contatto dell’anca (per esempio i dati standardizzati di Bergmann e colleghi) e, più in alto, le forze dei muscoli abduttori; i modelli più semplici usano solo la forza sulla testa. I carichi vanno scelti per l’attività da simulare: cammino, scale, inciampo.
Vincoli. Si blocca l’estremità lontana dell’osso, abbastanza lontano dalla zona di interesse perché l’effetto (il principio di Saint-Venant) sia trascurabile. Il vincolo troppo vicino altera i risultati.
Interfacce. L’interfaccia osso-impianto può essere modellata come incollata (ideale: l’osso è già cresciuto sull’impianto) oppure come contatto con attrito (coefficiente di attrito dell’ordine di 0,3-0,5 per metalli lisci e fino a 0,8 per superfici porose: indicativo). La seconda è più realistica per la fase iniziale ma richiede risolutori non lineari e può non convergere. Il cemento è un materiale a parte, con E di 2-3 GPa; la corticale ha E = 17-20 GPa e un modulo trasversale minore (anisotropia: indicativo). Il press-fit si modella con un’interferenza iniziale.
Scelte dei materiali degli impianti. Titanio: E = 110 GPa, ν = 0,34. Co-Cr: 210 GPa, ν = 0,30. Polietilene: E = 0,5-1 GPa con comportamento non lineare e viscoso. Ceramica: 380 GPa. Per il nitinol di uno stent si usa un modello superelastico dedicato (Auricchio).
Parametri di un modello tipico di femore con protesi (valori indicativi)
Parte
Materiale nel modello
E (GPa)
ν
Osso corticale
elastico lineare isotropo o trasversalmente isotropo
17-20 (long.), 10-12 (trasv.)
0,3
Osso spongioso
dipendente dalla densità
0,1-2
0,3
Cemento PMMA
elastico
2-3
0,3
Stelo in Ti-6Al-4V
elastico (o elasto-plastico)
110
0,34
Stelo in Co-Cr
elastico
210
0,30
Interfaccia osso-stelo
incollata o attrito
μ ≈ 0,3-0,5 (liscio) / 0,5-0,8 (poroso)
–
8Leggere i risultati: criteri di cedimento
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Una mappa a colori delle tensioni non dice se la parte si rompe: serve un criterio di cedimento adatto al materiale. Per i metalli duttili (titanio, acciaio) si confronta la tensione di von Mises con lo snervamento; per la fatica si usa il diagramma di Goodman o di Haigh con ampiezza e tensione media in ogni punto e un coefficiente di sicurezza (spesso ≥ 1,5-2). Per i materiali fragili (ceramiche, cemento) conta la massima tensione principale e la sua distribuzione statistica (modelli di Weibull). Per l’osso si usano criteri basati sulla deformazione principale: lo snervamento è a circa 0,7 % in trazione e circa 1 % in compressione (indicativo, sia per la corticale che per la trabecolare).
Singolarità. In un angolo vivo o sotto una forza puntuale, la soluzione elastica è teoricamente infinita: raffinando la mesh il valore massimo continua a crescere senza fermarsi. Quel numero non ha significato fisico: si smussano gli angoli (raggio reale), si distribuisce il carico su un’area o si legge la tensione mediata a una piccola distanza.
Rimodellamento osseo. L’osso si adatta al carico: si può simulare con la densità di energia di deformazione (SED, strain energy density) come stimolo, secondo Huiskes e colleghi: dove la SED per unità di massa scende sotto una soglia, l’osso si riassorbe; dove sale, si rinforza. Un indice utile è la variazione percentuale di SED nella regione prossimale del femore con e senza stelo (stress shielding).
Esempio svolto. Coefficiente di sicurezza a fatica
Punto critico di uno stelo in titanio: ampiezza di tensione 180 MPa, tensione media 150 MPa. Limite di fatica con R = −1: 330 MPa; UTS = 900 MPa.
Per un impianto ci si aspetta di più (2 o oltre): il progetto va rivisto, o l’analisi si raffina (tensione locale vera, rugosità, corrosione).
Esempio svolto. Stress shielding in cifre
Nella zona prossimale del femore intatto la densità di energia di deformazione è 0,010 J/g; dopo la protesi 0,004 J/g.
Variazione: (0,004 − 0,010)/0,010 = −60 %.
Con una soglia di riassorbimento di −50 % ci si aspetta perdita di osso nella zona; uno stelo meno rigido o più corto riduce il valore (per esempio −30 %).
9Convergenza, verifica e validazione
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
La verifica chiede: ho risolto bene le equazioni? La validazione chiede: sono le equazioni giuste per il caso reale? La prima è matematica, la seconda sperimentale.
Studio di convergenza. Si ripete il calcolo con elementi sempre più piccoli e si guarda se il risultato (per esempio la tensione massima o lo spostamento) si stabilizza. L’indice di convergenza della griglia (GCI, Roache) stima l’errore residuo da tre mesh: se sono tre con rapporto costante r, l’ordine di convergenza è p = ln[(f2 − f3)/(f1 − f2)] / ln r.
Validazione. Si confronta il modello con una prova fisica in cui si misura la stessa grandezza: tipicamente le deformazioni sulla superficie di un osso con protesi con estensimetri (strain gauge) o con la correlazione digitale di immagini (DIC). Si traccia il grafico del previsto contro il misurato e si calcolano pendenza, coefficiente di determinazione R² ed errore quadratico medio. Per l’osso sintetico si cerca R² > 0,9 e pendenza vicina a 1 (criterio spesso usato, indicativo).
Credibilità. La norma ASME V&V 40 (2018) propone un metodo basato sul rischio: l’impegno richiesto alla validazione dipende da quanto il modello influenza la decisione e dalla gravità dell’errore. La FDA ha pubblicato nel 2023 una guida finale sulla credibilità dei modelli computazionali nelle richieste per i dispositivi. Esistono anche norme specifiche: ASTM F2996 per gli steli femorali non modulari e ASTM F2514 per gli stent metallici.
σ(h) = 136,8 − 1,8 h^1,7
Figura. Convergenza della tensione massima con la dimensione degli elementi. Con tre mesh di 4, 2 e 1 mm si ricava l’ordine di convergenza e il valore limite (circa 136,8 MPa). Il risultato con 4 mm sottostima del 14 %.
Esempio svolto. Convergenza della griglia con tre mesh
Mesh con elementi di 4, 2 e 1 mm (rapporto r = 2): tensione massima 118, 131 e 135 MPa.
Ordine di convergenza: p = ln[(131 − 118)/(135 − 131)] / ln 2 = ln(3,25) / 0,693 = 1,179 / 0,693 = 1,70.
Errore quadratico medio: 52 µε, pari al 2,3 % del valore massimo misurato. Il modello è ben validato su questo osso sintetico; per l’osso reale servirebbe una nuova prova perché le proprietà variano molto.
10Casi di studio
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Alcuni usi del calcolo numerico nella ricerca e nel progetto di dispositivi, da quelli più classici a quelli emergenti.
Che cosa si calcola e perché
Caso
Domanda
Modello
Attenzione
Stelo femorale
dove si concentrano tensioni? quanto stress shielding?
FEM lineare, osso con E da TAC
carichi e fissazione cambiano molto il risultato
Stent in nitinol
forza radiale, fatica, comportamento in curva
FEM non lineare con materiale superelastico
compressione (crimping) e rilascio sono processi complessi
Valvola cardiaca
tensioni nei lembi, apertura, chiusura
FEM iperelastico + fluido (FSI)
costoso, fortemente non lineare
Vertebra con cemento
rischio di frattura delle vertebre vicine
FEM da TAC con densità
carichi muscolari incerti
Impianto dentale
forma delle filettature, osso attorno al collo
FEM 3D con interfacce a contatto
osso molto diverso fra individui
Aneurisma aortico
tensione di parete e rischio di rottura
FEM da angio-TAC, parete iperelastica
spessore della parete non visibile
Arteria e stent (CFD)
sforzo di taglio sulla parete
fluidodinamica (Navier-Stokes)
sangue non newtoniano; flusso pulsatile
Esempio svolto. Sforzo di taglio alla parete di un’arteria (formula di Poiseuille)
Vaso di raggio 1,5 mm, portata 1 mL/s = 10−6 m³/s, viscosità del sangue 3,5 mPa·s.
Un valore sotto circa 0,4 Pa è associato alla formazione di placche: gli stent che alterano il flusso vicino alla parete sono analizzati proprio per questo.
Velocità media: Q/A = 10−6 / (π × 2,25·10−6) = 0,14 m/s; numero di Reynolds: 1060 × 0,14 × 0,003 / 0,0035 = 129, quindi flusso laminare.
11Limiti, incertezza e prospettive
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
I modelli a elementi finiti sono potenti ma restano deterministici: danno un numero, mentre i dati d’ingresso sono incerti (geometria, materiali, carichi). Per questo si fa l’analisi di sensibilità (quanto cambia il risultato se un dato varia del 10 %) e, sempre di più, la quantificazione dell’incertezza, con metodi probabilistici che propagano le distribuzioni dei dati d’ingresso fino al risultato.
Le prospettive attive: modelli specifici del paziente per pianificare un intervento (scelta del tipo e della taglia di protesi); gemelli digitali; sperimentazioni cliniche in silico (migliaia di pazienti virtuali per i dispositivi, già usate per alcuni stent e valvole); apprendimento automatico che sostituisce il calcolo lento con modelli surrogati veloci; modelli multiscala che collegano la cellula all’organo. Restano il costo della validazione e il rischio di fidarsi troppo di un risultato visivamente convincente.
12Esercizi
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Esercizio 1. Stato piano: σx = 60, σy = −20, τ = 30 MPa. Calcola le tensioni principali e la tangenziale massima.
Esercizio 4. Una persona di 80 kg (785 N): momento alla caviglia con forza a terra di 1,1 volte il peso e centro di pressione a 0,09 m davanti alla caviglia.
Mostra la soluzione
F = 864 N; M = 864 × 0,09 = 77,7 N·m.
Esercizio 5. Tre mesh con h = 3, 1,5, 0,75 mm danno 90, 104 e 108 MPa. Calcola l’ordine di convergenza e il valore limite.
Esercizio 7. Perché la tensione massima accanto a un angolo vivo continua a salire raffinando la mesh?
Mostra la soluzione
Nell’angolo vivo la soluzione elastica ha una singolarità (tensione teoricamente infinita): non c’è convergenza. Va smussato l’angolo con un raggio reale o usata una tensione mediata a distanza.
Esercizio 8. Scrivi la matrice di rigidezza di una barra di rigidezza k fissata a un estremo e libera all’altro: quali sono gli spostamenti sotto F?
Mostra la soluzione
K = [k]; u = F/k = F·L/(EA).
13Glossario
Appunti presi da fonti, a scopo divulgativo
Cerchio di Mohr
rappresentazione grafica delle tensioni sui piani possibili.
DIC
correlazione digitale di immagini per misurare deformazioni.
FEM
metodo degli elementi finiti.
GCI
indice di convergenza della griglia.
HU
unità Hounsfield: scala di densità delle immagini TAC.
Iperelastico
materiale elastico non lineare con grandi deformazioni.
Mesh
suddivisione del corpo in elementi.
Principio di Saint-Venant
l’effetto di un carico localizzato svanisce a distanza.
SED
densità di energia di deformazione.
Validazione
confronto del modello con la realtà sperimentale.
Von Mises
tensione equivalente per i metalli duttili.
·Fonti e letture
O. C. Zienkiewicz, R. L. Taylor, J. Z. Zhu, The Finite Element Method: Its Basis and Fundamentals — 7ª ed., Butterworth-Heinemann 2013
K.-J. Bathe, Finite Element Procedures — 2ª ed., 2014
S. C. Cowin (a cura di), Bone Mechanics Handbook — 2ª ed., CRC Press 2001
D. A. Winter, Biomechanics and Motor Control of Human Movement — 4ª ed., Wiley 2009 (dati antropometrici e dinamica inversa)
E. F. Morgan, H. H. Bayraktar, T. M. Keaveny, Trabecular bone modulus-density relationships — J Biomech 36 (2003) 897
B. Helgason et al., Mathematical relationships between bone density and mechanical properties: a literature review — Clin Biomech 23 (2008) 135
R. Huiskes et al., Adaptive bone-remodeling theory applied to prosthetic-design analysis — J Biomech 20 (1987) 1135
G. Bergmann et al., Hip contact forces and gait patterns from routine activities — J Biomech 34 (2001) 859; banca dati OrthoLoad — orthoload.com
S. L. Delp et al., OpenSim: open-source software to create and analyze dynamic simulations of movement — IEEE Trans Biomed Eng 54 (2007) 1940
P. J. Roache, Perspective: a method for uniform reporting of grid refinement studies — J Fluids Eng 116 (1994) 405
ASME V&V 40-2018, Assessing Credibility of Computational Modeling through Verification and Validation — norma — asme.org
ASTM F2996 (steli femorali) e F2514 (stent): analisi con elementi finiti — norme — astm.org
F. Auricchio, R. L. Taylor, Shape-memory alloys: modelling and numerical simulations of the finite-strain superelastic behavior — Comput Methods Appl Mech Eng 143 (1997) 175
M. Viceconti, S. Olsen, L.-P. Nolte, K. Burton, Extracting clinically relevant data from finite element simulations — Clin Biomech 20 (2005) 451
Pagina per studiare e capire, a scopo divulgativo: non è un consiglio medico. Per una protesi, un impianto o un intervento decide il medico; per un dispositivo reale fanno fede le norme e le istruzioni del fabbricante.
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I miei appunti universitari, gratuiti per tutti
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Protesi in titanio su misura. Con la fusione a letto di polvere un laser (o un fascio di elettroni) fonde polvere di titanio strato dopo strato, partendo dalla TC del paziente: coppe, gabbie e impianti per difetti grandi hanno la forma e la superficie porosa che servono a quel caso.
Modelli anatomici da TAC. Dalle immagini si ricava una copia in plastica dell'osso o dell'organo, che il chirurgo può tenere in mano per pianificare l'intervento; una rassegna sistematica ha riportato in genere tempi operatori più brevi.
Guide chirurgiche. Dime stampate che si appoggiano all'osso e guidano il taglio o il foro nel punto previsto: l'FDA le elenca tra le applicazioni già disponibili.
Biostampa. Gel con cellule vive stampati a strati: per pelle e cartilagine è ricerca avanzata, per un organo intero siamo ancora agli inizi (vedi la sezione).
Fonti: FDA, «Medical Applications of 3D Printing» (fda.gov); Martelli et al., «Advantages and disadvantages of 3-dimensional printing in surgery: a systematic review», Surgery 159 (2016) 1485-1500; Murphy e Atala, Nature Biotechnology 32 (2014) 773-785.
Con la fusione laser (o a fascio di elettroni) di polvere di titanio si stampano coppe d'anca e gabbie per la colonna con una superficie a reticolo che imita l'osso spugnoso: l'osso ci cresce dentro. Per i difetti grandi (cranio, bacino, vertebre dopo un tumore) si stampano impianti costruiti sulla TC del singolo paziente; alcuni hanno già l'autorizzazione negli Stati Uniti.
Fonti: rassegna sui dispositivi stampati su misura (PMC, 2025); FDA, «Medical Applications of 3D Printing».
RIASSORBIBILI
Viti che diventano osso
Le viti in lega di magnesio si sciolgono in uno-due anni lasciando osso al loro posto: in Europa sono in uso dal 2013, e nel 2023 negli Stati Uniti è stata autorizzata la prima vite metallica riassorbibile. Per gli stent il percorso è più difficile: il primo stent coronarico riassorbibile in polimero è stato ritirato nel 2017 per un rischio di trombosi più alto; gli stent in magnesio di nuova generazione sono ancora sotto studio.
Un perno di titanio osteointegrato collega la protesi direttamente all'osso; elettrodi impiantati nei muscoli e sui nervi permettono di comandarla in modo naturale e di ricevere sensazioni di tocco, usati da alcune persone per anni nella vita di tutti i giorni. Nel 2024 un gruppo di ricerca ha mostrato che collegando chirurgicamente coppie di muscoli antagonisti la camminata con una protesi di caviglia torna molto vicina a quella naturale.
Fonti: Ortiz-Catalan et al., New England Journal of Medicine 2020; Song et al., Nature Medicine 2024.
Fonti e letture
Ratner, Hoffman, Schoen, Lemons (a cura di), Biomaterials Science: An Introduction to Materials in Medicine, 4ª ed., Academic Press 2020.
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Pagina per studiare e capire, scritta dai miei appunti e controllata con le fonti qui sopra: non è un consiglio medico. Per una protesi o un intervento decide il medico.