esplorazione
L’intelligenza artificiale non è nata ieri: il libro che lo spiega bene
L'IA non comincia con ChatGPT: ha più di settant'anni. Un libro breve di Margaret Boden lo racconta meglio di tutti, e ve lo consiglio.

Da un paio d’anni sembra che l’intelligenza artificiale sia arrivata all’improvviso, come un temporale estivo. Un giorno non c’era, il giorno dopo scriveva temi, disegnava e rispondeva alle domande. È un’impressione comprensibile, ma è sbagliata.
L’intelligenza artificiale ha più di settant’anni. Ha avuto momenti di gloria, lunghe stagioni di delusione, litigi tra scuole di pensiero e idee rimaste in un cassetto per decenni prima di funzionare. Per capirlo c’è un libro piccolo e onesto che ho letto con molto piacere: «L’Intelligenza Artificiale» di Margaret A. Boden. Ve lo racconto, e alla fine vi dico per chi è.
Prima di tutto: che cos’è davvero l’IA
La definizione di Boden è la più semplice che abbia trovato: l’intelligenza artificiale cerca di far fare ai computer il genere di cose che sa fare una mente. Vedere, capire una frase, fare un piano, imparare dall’esperienza, associare un’idea a un’altra.
Da qui nascono due scopi diversi, che conviene tenere separati. Il primo è pratico: costruire strumenti utili. Il secondo è scientifico: usare i programmi come modelli per capire come funzioniamo noi. Chi parla di IA quasi sempre pensa solo al primo. Il libro ricorda che il secondo ha cambiato la psicologia e le neuroscienze quanto il primo ha cambiato i telefoni.
E c’è un’altra cosa che il libro chiarisce subito: non esiste «la» intelligenza artificiale. Esistono tecniche molto diverse tra loro. Quella di cui si parla oggi, le reti neurali, è una delle famiglie, non l’unica.
Non è una cosa recente: le date
Basta metterle in fila.
- 1843. Ada Lovelace, commentando la macchina progettata da Charles Babbage, intuisce che un calcolatore potrebbe manipolare simboli di ogni tipo, non solo numeri: perfino comporre musica.
- 1943. Warren McCulloch e Walter Pitts descrivono il neurone come un piccolo circuito logico. È l’antenato delle reti neurali di oggi.
- 1950. Alan Turing pubblica l’articolo in cui si chiede se una macchina possa pensare, e propone la prova che porta il suo nome.
- 1956. In un seminario estivo al Dartmouth College, negli Stati Uniti, John McCarthy usa per la prima volta l’espressione «artificial intelligence». La disciplina ha un nome.
- 1958. Frank Rosenblatt presenta il Perceptron, una rete che impara dagli esempi.
- 1966. Joseph Weizenbaum scrive ELIZA, un programma che conversa. Molti di quelli che lo provano si convincono di essere capiti.
- Anni Settanta e fine anni Ottanta. Le promesse non vengono mantenute, i finanziamenti si fermano. Sono i cosiddetti «inverni» dell’IA.
- 1997. Il computer Deep Blue batte il campione del mondo di scacchi Garry Kasparov.
- 2016. AlphaGo batte uno dei migliori giocatori di Go, un gioco ritenuto troppo vasto per una macchina.
- 2022. Arriva ChatGPT, e il grande pubblico si accorge di una storia che andava avanti da tre generazioni.
Quello che è successo di recente non è la nascita dell’IA. È l’incontro tra idee vecchie di decenni, calcolatori finalmente abbastanza potenti e una quantità di dati che prima non esisteva.
Com’è fatto il libro
Sono 188 pagine, divise in sette capitoli. Si leggono in ordine, ma ognuno regge anche da solo.
1. Che cos’è l’Intelligenza Artificiale? La definizione, i tipi principali di IA e la storia delle origini: chi l’aveva prevista, come è cominciata, il ruolo della cibernetica, e il momento in cui la disciplina si divise in due scuole rivali. È il capitolo che da solo vale il libro.
2. Il Santo Graal dell’intelligenza generale. Il sogno di una macchina capace di tutto, come una persona, e non di un compito solo. Boden passa in rassegna gli attrezzi con cui ci si è provato: la ricerca per tentativi guidati, la pianificazione, i sistemi a regole, la logica, la visione artificiale, l’apprendimento automatico. E spiega perché «un computer più potente» non basta.
3. Linguaggio, creatività, emozione. Tre cose che consideriamo profondamente umane. Sulla creatività Boden è una delle massime esperte, e distingue tre modi di essere creativi: combinare idee note, esplorare uno stile fino in fondo, cambiare le regole del gioco. Le macchine riescono bene nei primi due, molto meno nel terzo.
4. Le reti neurali artificiali. Come imparano, cosa sanno fare meglio dei programmi tradizionali (riconoscere schemi anche in mezzo al disordine) e cosa no. Con una frase che andrebbe appesa al muro: le connessioni non sono tutto.
5. I robot e la vita artificiale. Robot che non ragionano dall’alto ma reagiscono all’ambiente, come fanno gli insetti; programmi che «evolvono» per selezione; l’ordine che nasce da solo senza un progetto.
6. Ma è vera intelligenza? Il capitolo filosofico. Il test di Turing, la coscienza, la differenza tra manipolare simboli e capire davvero, il ruolo del corpo. Boden non finge di avere la risposta: mostra con precisione dove sta il problema.
7. La Singolarità. L’idea che le macchine ci supereranno e prenderanno il comando. L’autrice è dichiaratamente scettica, e spiega perché. Ma non è una rassicurazione a buon mercato: l’ultima parte elenca le cose di cui dovremmo preoccuparci sul serio, molto più vicine della fantascienza. Lavoro, riservatezza, armi autonome, macchine che fingono affetto.
Cosa mi è rimasto
Tre idee, soprattutto.
La prima: saper fare una cosa non vuol dire capirla. Un sistema può tradurre un testo senza sapere di cosa parla. Tenere a mente questa differenza cambia il modo in cui si usa qualsiasi assistente.
La seconda: quello che per noi è facile, per una macchina è difficilissimo, e viceversa. Battere un campione di scacchi si è rivelato più semplice che riconoscere una sedia rovesciata o capire una battuta.
La terza: le domande serie non sono «quando arriveranno i robot coscienti», ma cosa facciamo, oggi, con strumenti che non capiscono ma funzionano.
Un limite, per onestà
Il libro è stato scritto prima dei sistemi come ChatGPT: l’edizione originale è del 2016, quella italiana del 2019. Non troverete una parola sui modelli che usiamo adesso. A me è sembrato un pregio: spiega le fondamenta, e le fondamenta non sono cambiate. Chi lo legge oggi capisce molto meglio che cosa quei modelli sono, e soprattutto che cosa non sono.
Non è sempre una lettura leggera. I capitoli sulla coscienza chiedono attenzione, e qualche pagina va riletta. Ma non serve nessuna preparazione tecnica: non c’è una formula in tutto il libro.
Per chi lo consiglio
A chi usa l’intelligenza artificiale tutti i giorni e vuole sapere cosa ha davanti. A chi studia e cerca un quadro d’insieme prima di entrare nei dettagli. A chi è preoccupato e vuole distinguere i rischi veri dalle paure da film.
Io l’ho letto, mi è piaciuto molto e lo consiglio senza riserve. Costa quanto una pizza e una bibita, e fa più chiarezza di cento video.
Il libro: Margaret A. Boden, L’Intelligenza Artificiale, il Mulino, 2019, 188 pagine. Lo trovate in libreria e sul sito dell’editore: la scheda del libro su mulino.it.
Non ho nessun accordo con l’editore e non guadagno nulla se lo comprate: è solo un libro che mi è servito.
Se poi volete vedere queste idee al lavoro, sul sito ci sono due posti da cui partire: la sezione Robotica, dove si prova come una macchina «sente, decide e agisce», e l’articolo su come funziona davvero l’hacking.
Una nota sull’immagine di copertina
L’immagine in apertura è una scena illustrativa creata per questo articolo: non è una fotografia. Il libro che vi compare riprende la copertina dell’edizione italiana, che appartiene all’editore il Mulino e ai suoi autori. È mostrata solo per far riconoscere il libro di cui parlo, come si fa in una recensione.
Trattandosi di una ricostruzione, qualche dettaglio può non coincidere con il volume vero: per la copertina originale fa fede la scheda sul sito dell’editore.
Se sei il titolare dei diritti e preferisci che l’immagine venga modificata o tolta, scrivimi dalla pagina Chi sono: provvedo subito.
Fine dell'articolo
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