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Stacca, stacca: il mistero di Hackerino e della rivista Decoder
Nel 1991 una videocassetta anonima arriva alla rivista Decoder: due hacker mascherati, un Amiga e la frase più famosa dell'internet italiano.

«Ci stanno tracciando! Stacca, stacca!». In Italia chiunque abbia passato un po’ di tempo in rete conosce questa frase, anche senza sapere da dove viene. Viene da un video di pochi minuti, girato più di trent’anni fa, che è insieme un pezzo di storia, una commedia involontaria e un piccolo mistero mai chiuso.
Una videocassetta senza mittente
Siamo nel 1991. Internet come la conosciamo non esiste ancora: ci si collega con il modem, attraverso la linea del telefono, a bacheche elettroniche e a reti a pagamento. A Milano esce da qualche anno una rivista che di queste cose parla prima degli altri. Si chiama Decoder.
Alla redazione arriva una cassetta VHS anonima. Sopra c’è un titolo: «Walt Disney Hackerino».
Cos’era Decoder
Decoder è stata una rivista indipendente pubblicata a Milano dal 1987 al 1998, dodici numeri in tutto, edita da ShaKe Edizioni. Tra i fondatori c’erano Ermanno Guarneri, detto Gomma, Raf Valvola e Giacomo Spazio. Il nome viene da un’idea dello scrittore William Burroughs.
Parlava di cyberpunk, di reti, di realtà virtuale e di hacking inteso come lo intendevano i primi hacker: capire le macchine per non subirle. In un’Italia in cui il computer era ancora un oggetto da ufficio, Decoder è stata una delle porte da cui queste idee sono entrate nel Paese.
Cosa si vede nel video
Due persone sedute davanti a un computer Amiga 500. Una porta una maschera di Topolino e si presenta come «Mickey». L’altra ha una maschera da robot, con un tubo corrugato, e non dice quasi nulla.
Mickey spiega cosa stanno per fare: entrare in una banca dati americana piena di informazioni militari e portare fuori i dati, per farli circolare nei «circuiti di controinformazione». Dice che per trovare il codice di accesso ci sono voluti tre giorni.
Il collegamento parte. Sullo schermo compare BIX, la Byte Information Exchange: un servizio in linea americano aperto nel 1985 dalla rivista di informatica BYTE. Mickey cerca la parola «weapons», armi. Escono nomi di aziende e di enti: Lockheed, General Dynamics, McDonnell Douglas, l’agenzia DARPA. Poi le schede di alcuni armamenti, tra cui il missile Javelin e il bombardiere B-2.
A quel punto qualcosa si inceppa. «Ho trovato un disturbo, l’output è sospeso». Poi, più teso: «Forse ci stanno tracciando». Sullo schermo appare un avviso in inglese: la chiamata viene tracciata. E Mickey, ormai nel panico, grida la frase che conosciamo. Le mani corrono ai cavi. Lo schermo si spegne.
Parte la sigla finale dei cartoni di Topolino, con una scritta: «Hackerino».
Dal cassetto alla rete
Per quindici anni il video resta una curiosità per pochi. Nell’ottobre del 2006 è lo stesso Ermanno Guarneri a caricarlo su YouTube. Da lì diventa un classico: milioni di visualizzazioni, parodie, magliette, e una frase che si usa ogni volta che qualcosa di tecnologico va storto.
Funziona perché è perfetto come scenetta: la solennità dell’inizio, la maschera di Topolino, il crollo finale in tre parole.
Vero o messinscena?
Nessuno lo ha mai potuto verificare, e chi ha studiato il video lo dice chiaramente. Ma gli indizi si possono mettere in fila.
Cosa sembra autentico. Le prime schermate sono con ogni probabilità reali: l’aspetto è quello di BIX, il servizio esisteva davvero e ci si poteva collegare dall’Italia. I dettagli tecnici raccontati all’inizio sono plausibili per l’epoca.
Cosa non torna. BIX non era un computer militare: era un servizio commerciale, a cui ci si abbonava. Missili e bombardieri citati nel video erano programmi noti, di cui scrivevano le riviste specializzate. Il montaggio ha dei salti, la schermata con il famoso codice di accesso non si vede, e sulla scrivania c’è un secondo computer che potrebbe aver prodotto le schermate finali. E la recitazione è, diciamo, molto riuscita.
L’ipotesi più citata. Secondo la ricostruzione pubblicata da Settorezero, che riporta il parere di Gabriele «Asbesto» Zaverio, storico dell’informatica italiana, il video sarebbe una messinscena preparata per la videorivista di Decoder, con una prima parte vera e un finale costruito. Nella stessa ricostruzione si ipotizza, riconoscendone la voce, che dietro la maschera ci fosse qualcuno della redazione. È un’ipotesi, non una conferma: i due protagonisti non si sono mai presentati.
Perché conta ancora
Che sia vero o no, Hackerino fotografa un momento preciso. Nel 1991 collegarsi a un computer dall’altra parte dell’oceano era già di per sé un’impresa, e l’idea che le informazioni dovessero circolare era una posizione politica prima che tecnica. La maschera di Topolino dice anche questo: si può parlare di cose serie senza prendersi troppo sul serio.
E c’è una lezione che vale ancora. Nel video nessuno «buca» niente con un colpo di genio: si entra con un codice trovato, si cerca con una parola, e ci si spaventa quando dall’altra parte qualcuno se ne accorge. È molto più vicino all’hacking vero di tante scene da film.
Di come funziona davvero, tra password, telefonate e piccole distrazioni, ho scritto qui: L’hacking non è come nei film: si entra dalle piccole cose.
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