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Il cuore artificiale che batte per sempre? Cosa c’è di vero
Un post virale parla di un cuore artificiale francese che batte per sempre senza donatore. Il cuore esiste, ma la promessa no: ecco come funziona.

In questi giorni gira sui social un post che dice: «La Francia ha presentato un cuore artificiale in grado di battere per sempre senza bisogno di un donatore». Il cuore artificiale francese esiste davvero, e la sua storia è affascinante. Ma «per sempre» e «senza donatore» sono falsi: oggi i cuori artificiali totali servono a tenere in vita le persone fino al trapianto, non a sostituirlo. E nemmeno la foto che accompagna il post assomiglia al cuore francese vero. Vediamo cosa c’è di vero, frase per frase, e soprattutto come funziona una macchina che prende il posto del cuore.
In breve · tocca per girareEsiste un cuore artificiale che batte per sempre?
No. Il cuore francese Aeson esiste dal 2013, ma in Europa è approvato come «ponte» verso il trapianto.
Il problema non è far battere una pompa: è farla durare anni senza usura, coaguli e infezioni dal cavo che attraversa la pelle.
L’azienda che lo produce, Carmat, è fallita nel 2025 ed è stata salvata a dicembre. Nel 2026 sono usciti risultati clinici incoraggianti.

Quanto è attendibile il post
Prima di guardare il contenuto, conviene guardare da dove arriva. Il post viene da una pagina Instagram di frasi motivazionali e curiosità, non da un ospedale, un’università o un giornale scientifico. Non cita nessuna fonte, non dice quando sarebbe avvenuta la «presentazione», non nomina né il dispositivo né l’azienda. E la foto, come vedremo, non corrisponde al cuore artificiale francese che esiste davvero.
Il mio giudizio, dopo aver controllato: attendibilità bassa. Non è un’invenzione totale, perché un cuore artificiale francese esiste ed è una storia vera e bella. Ma è una notizia distorta: prende un dispositivo che c’è da anni e gli attribuisce due promesse, «per sempre» e «senza donatore», che nessuno ha mai fatto, a cominciare dall’azienda che lo produce.
Il post e la realtà, frase per frase
Il post mescola una cosa vera, il cuore artificiale francese, con due promesse che nessun dispositivo oggi può mantenere. Ecco il confronto.

Il cuore di cui si parla si chiama Aeson e lo produce l’azienda francese Carmat. È nato da un’idea del cardiochirurgo Alain Carpentier, uno dei padri della chirurgia delle valvole cardiache, insieme agli ingegneri di Matra, l’azienda aerospaziale oggi parte di Airbus. Il primo impianto in una persona è del dicembre 2013, quindi non è una notizia di oggi. Nel 2020 ha ottenuto il marchio CE per essere usato in Europa, e in tutto è stato impiantato in circa 120 pazienti.
Com’è fatto un cuore artificiale totale
Un cuore artificiale «totale» non aiuta il cuore malato: lo sostituisce. Il chirurgo toglie i due ventricoli, le camere che pompano, e al loro posto collega la macchina agli atri e alle grandi arterie. Da quel momento è la macchina a spingere il sangue nei polmoni e in tutto il corpo.

Aeson ha due caratteristiche che lo rendono speciale. La prima: le parti che toccano il sangue sono fatte di tessuto biologico trattato, come quello delle valvole cardiache biologiche, perché il sangue a contatto con la plastica o il metallo tende a formare coaguli. La seconda: ha dei sensori che misurano le pressioni e adattano il flusso, così quando il paziente cammina o sale le scale il «cuore» pompa di più, come farebbe quello vero. Per questo i francesi lo chiamano un cuore «fisiologico».
La parte più ingegnosa è la membrana che spinge il sangue. È fatta di due strati incollati: dal lato del fluido idraulico che la muove c’è un poliuretano, un polimero elastico e resistente; dal lato del sangue c’è pericardio bovino, la membrana che avvolge il cuore della mucca, trattato con glutaraldeide per renderlo stabile. Così il sangue «vede» un tessuto biologico, e la parte sintetica fa il lavoro meccanico. Su alcune membrane rimosse dai pazienti degli studi iniziali i ricercatori non hanno trovato calcificazioni significative, che sono il punto debole classico dei tessuti biologici impiantati.
Quello che non si vede nelle foto è la parte fuori dal corpo. Il motore ha bisogno di energia elettrica continua, che arriva da batterie esterne attraverso un cavo che attraversa la pelle dell’addome. Il paziente porta batterie e centralina in una borsa, e le batterie vanno cambiate e ricaricate ogni giorno.

Perché «per sempre» è così difficile
Far battere una pompa non è il problema: lo sanno fare da decenni. Il problema è farla battere senza fermarsi mai, per anni, dentro un corpo umano. Un cuore batte circa centomila volte al giorno: in dieci anni sono quasi quattrocento milioni di battiti, e ogni battito piega membrane e muove pezzi.

Le sfide sono quattro. L’usura: un cuore vero si ripara da solo, una macchina no. I coaguli: servono materiali compatibili con il sangue e farmaci anticoagulanti, che a loro volta aumentano il rischio di emorragie. Le infezioni: il cavo che attraversa la pelle è una porta aperta, giorno dopo giorno. E l’energia: niente batteria, niente vita. Per questo oggi Aeson in Europa è autorizzato come ponte al trapianto: serve a tenere in vita chi sta troppo male per aspettare, finché arriva un cuore da donatore.
Qualcosa che si avvicina al «per sempre», però, esiste già, ed è meno spettacolare. Sono le assistenze ventricolari sinistre (LVAD): piccole pompe che non sostituiscono il cuore ma lo aiutano, lasciando al loro posto i ventricoli. Le più moderne hanno una girante a levitazione magnetica e si usano anche come terapia definitiva, per chi non può ricevere un trapianto. Nello studio americano MOMENTUM 3, a cinque anni dall’impianto era vivo circa il 58% dei pazienti con la pompa HeartMate 3. Non è «per sempre», ma sono anni di vita in più per persone che altrimenti non ne avrebbero avuti.
Cinquant’anni di tentativi
Il sogno di un cuore artificiale è vecchio. Nel 1969, a Houston, Domingo Liotta e Denton Cooley impiantarono il primo cuore artificiale totale: tenne in vita il paziente per 64 ore, fino al trapianto. Nel 1982 il Jarvik-7 tenne in vita Barney Clark per 112 giorni, collegato a un compressore grande come un frigorifero. Da allora i dispositivi sono diventati piccoli abbastanza da permettere ai pazienti di tornare a casa.

Oggi i nomi principali sono tre. SynCardia, americano, usato come ponte al trapianto in migliaia di pazienti. Aeson, francese, con membrane biologiche e regolazione automatica. E BiVACOR, il più nuovo: un cuore in titanio con un solo pezzo che si muove, una girante che levita in un campo magnetico e quindi non si consuma per attrito. A inizio 2025 un paziente australiano con BiVACOR è stato il primo al mondo a lasciare l’ospedale con un cuore artificiale totale; dopo circa cento giorni ha ricevuto il trapianto. È la tecnologia che più si avvicina all’idea di «durare a lungo», ma è ancora in sperimentazione.
Cosa è successo davvero in Francia
La storia vera di Carmat è più drammatica di quella del post. Nell’estate 2025 l’azienda, senza più soldi, è finita in procedura fallimentare, con i pazienti già impiantati che rischiavano di restare senza assistenza. A ottobre il tribunale ne ha ordinato la liquidazione. Il 1° dicembre 2025 è arrivato il salvataggio: l’azionista storico Pierre Bastid l’ha ripresa con un finanziamento di circa 110 milioni di euro, fondando la nuova Carmat SAS e tenendo 88 dei 127 dipendenti.
Nel 2026 la produzione è ripartita, e al congresso europeo di cardiologia di fine agosto sono stati presentati i risultati dello studio EFICAS: 55 pazienti in dieci ospedali francesi, seguiti per sei mesi, con risultati che i ricercatori considerano incoraggianti per chi ha poche alternative. È questa, probabilmente, la «notizia» da cui è nato il post. Ma lo studio riguarda proprio l’uso come ponte al trapianto, non un cuore «per sempre».
E la foto?
Il cuore della foto è una specie di sfera bianca traforata, con tubi metallici in cima. Non assomiglia ad Aeson, che ha una forma liscia e chiusa, né agli altri cuori artificiali in uso. Non sono riuscito a trovarne l’origine: potrebbe essere un prototipo di ricerca, un modello stampato in 3D o un’immagine creata al computer. In un dispositivo che sta nel torace, tutti quei fori sarebbero comunque un problema: il sangue deve scorrere su superfici lisce, senza punti dove fermarsi e coagulare. Il consiglio di sempre vale anche qui: quando una foto sembra troppo bella per essere vera, conviene cercare da dove viene.
Cosa dicono i biomateriali
Chi studia biomateriali impara presto una parola: emocompatibilità. Un materiale può essere tollerato benissimo dai tessuti e, allo stesso tempo, far coagulare il sangue che ci scorre sopra. Per i dispositivi a contatto con il sangue la qualità più importante è proprio la bassa trombogenicità. Per questo si usano materiali scelti con cura: i poliuretani, elastici ed emocompatibili, per membrane e camere; il carbonio pirolitico per le valvole meccaniche; i tessuti biologici trattati, come il pericardio, dove serve il contatto più «naturale».
Ognuno ha un prezzo. I tessuti biologici sono i più gentili con il sangue e spesso permettono di evitare gli anticoagulanti, ma con gli anni tendono a irrigidirsi e calcificare: è il motivo per cui una valvola biologica dura meno di una meccanica. I materiali sintetici durano di più ma chiedono farmaci per tenere fluido il sangue. Un cuore artificiale li deve mettere insieme tutti, nello stesso dispositivo, e ognuno porta i suoi limiti. Non a caso, nei corsi di biomateriali il cuore artificiale totale si studia come un dispositivo da ponte al trapianto, con un obiettivo ancora aperto: diventare totalmente impiantabile, senza cavi che escono dal corpo.
Perché funziona così: la parte da ingegnere

Un cuore artificiale è un problema di ingegneria quasi perfetto: bisogna spostare circa 5 litri di sangue al minuto, a pressioni diverse nei due lati del cuore, senza rompere i globuli rossi, senza creare coaguli, con un consumo di pochi watt e per anni. Ogni scelta è un compromesso. Le membrane biologiche di Aeson riducono i coaguli ma si consumano; la girante a levitazione magnetica di BiVACOR non si consuma ma spinge il sangue in modo continuo, senza vero battito. Il risultato è che chi lo porta può avere un polso molto debole, a volte quasi assente. Il passo successivo, quello che renderebbe davvero possibile il «per sempre», sarebbe portare l’energia senza fili attraverso la pelle, come si ricarica uno smartphone appoggiandolo sulla base: si chiama trasmissione transcutanea dell’energia ed è uno dei grandi temi di ricerca dell’ingegneria biomedica.
Per chi vuole approfondire: la fisica · tocca per aprire
1. Quanto lavora un cuore. La potenza idraulica è pressione per portata: P = p · Q. Lato sinistro: pressione media circa 100 mmHg, cioè 100 × 133 ≈ 13.300 Pa; portata 5 L/min = 5 × 10-3 ÷ 60 ≈ 8,3 × 10-5 m3/s. P ≈ 13.300 × 8,3 × 10-5 ≈ 1,1 watt. Il lato destro, a circa 15 mmHg, aggiunge circa 0,2 W. In tutto poco più di 1 watt: meno di una lampadina da comodino.
2. Perché allora servono batterie grandi. Tra motore, elettronica e perdite, un cuore artificiale consuma molto più del watt di lavoro utile. Per fare un esempio, con 20 W in un giorno servono 20 × 24 = 480 wattora: quanto 30-40 batterie da smartphone. Per questo le batterie si cambiano più volte al giorno.
3. Quanti battiti. 70 battiti al minuto × 60 × 24 ≈ 100.800 al giorno; × 365 ≈ 36,8 milioni all’anno; in dieci anni ≈ 368 milioni di cicli. Ogni membrana, valvola o cuscinetto deve resistere a questo numero di piegamenti: è un problema di fatica dei materiali, lo stesso delle ali degli aerei.
4. Il sangue che scorre. Il numero di Reynolds dice se un flusso è ordinato o vorticoso: Re = ρ · v · D ÷ μ. Nell’aorta, con densità 1.060 kg/m3, velocità media 0,2 m/s, diametro 0,025 m e viscosità 0,0035 Pa·s: Re ≈ 1.060 × 0,2 × 0,025 ÷ 0,0035 ≈ 1.500, flusso ancora ordinato. Nelle pompe, dove il sangue accelera molto di più, compaiono vortici e sforzi che possono rompere i globuli rossi: per questo la forma interna di un cuore artificiale si progetta come un’ala.
Provalo tu
Nell’Ospedale virtuale del sito c’è una sezione intera sul cuore: anatomia, impianto elettrico e meccanica del sangue, con il cuore in 3D da girare con il dito. E se vuoi capire come si legge il battito, c’è l’articolo su come si legge un ECG.
Fonti
- Medscape, la liquidazione di Carmat (ottobre 2025)
- Presse-citron, il salvataggio di Carmat da parte di Pierre Bastid (dicembre 2025)
- Medscape, i risultati dello studio EFICAS presentati al congresso ESC 2026
- Carmat, il sito del cuore Aeson
- Richez e colleghi, Heliyon (2019), la membrana ibrida del cuore Carmat: poliuretano e pericardio bovino
- American College of Cardiology, MOMENTUM 3: risultati a cinque anni della pompa HeartMate 3
- Cardiovascular Business, il primo paziente dimesso con il cuore BiVACOR (2025)
Fine dell'articolo
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