Sandro Feudo
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esplorazione23 Ottobre 2026 · 11 minuti di lettura

Biscotti di plastica? Cosa c’è di vero e cosa no

Un biscotto stampato in 3D nato da bottiglie di plastica e scarti di mais: cosa ha davvero fatto la ricerca finanziata dalla NASA, cosa manca e perché Marte è ancora lontano.

Biscotti di plastica? Cosa c’è di vero e cosa no
Scaglie di bottiglie di plastica PET in un contenitore da laboratorio
Il punto di partenza: bottiglie di PET triturate. Immagine illustrativa generata per sandrofeudo.com, non una foto del progetto.

Se ti dicono che esiste un biscotto fatto con le bottiglie di plastica, la reazione giusta è il sospetto. Io l’ho visto girare sui social con parole grosse: «lievito che mangia la plastica», «test superati», «cibo per Marte». Così sono andato a leggere le fonti: i comunicati dell’università, quello della società di chimica americana che ha ospitato la presentazione, la stampa seria. Il risultato è più interessante, e meno magico, del post.

In breve · tocca per girareI biscotti di plastica sono veri?

Sono un prototipo di laboratorio: bottiglie in PET e scarti di mais vengono spezzati con acqua, ossigeno, calore e pressione, poi lieviti modificati li trasformano in proteine, grassi e vitamine.

Quel materiale, mescolato con fibra, amido e dolcificante, viene stampato in 3D. Secondo i ricercatori i dati indicano che è sicuro, ma è solo una loro dichiarazione. Nessuno li ha ancora assaggiati: le prove di assaggio aspettano l’autorizzazione.

Non è cibo in vendita e non è «per Marte» in senso stretto: è una ricerca di base.

Cosa è stato davvero fatto

La ricerca viene dalla Southern Illinois University Carbondale, negli Stati Uniti. Il gruppo è guidato da Lahiru Jayakody; la dottoranda Sandhya Jayasekara ha modificato i lieviti; il geologo Ken Anderson ha messo a punto il trattamento che spezza i materiali di partenza. I «biscotti» si chiamano µBites (si legge «micro-bites») e sono stati presentati al congresso autunnale dell’American Chemical Society a Chicago, il 24 agosto 2026 (comunicato ACS, ScienceDaily).

Il lavoro è finanziato dalla sfida «Deep Space Food Challenge» della NASA e da un finanziamento della National Science Foundation, l’ente americano per la ricerca. Un dettaglio importante: la NASA ha messo i soldi e il tema (nutrire equipaggi lontanissimi dalla Terra), ma non è un «biscotto della NASA» pronto per un razzo.

L’uso immaginato è per i viaggi spaziali lunghi, dove ogni chilo da portare costa molto. I ricercatori citano anche i sommergibili, dove si resta mesi senza rifornimenti, e le emergenze, come i disastri naturali o la scarsità di cibo. Per ora sono idee, non progetti in corso.

Un punto fermo, prima di andare avanti: nessuno ha ancora assaggiato questi biscotti. Gli assaggi aspettano l’approvazione dell’ente che controlla gli studi sulle persone. Per ora è stato valutato solo l’odore. La parola «sicuro» è, per adesso, solo una dichiarazione dei ricercatori.

Cosa il post non dice, o dice male

Ho confrontato quello che gira sui social con le fonti. Ecco i punti da correggere.

  • «Il lievito mangia la plastica». Non esattamente. Il lievito non digerisce una bottiglia intera: prima c’è un trattamento fisico-chimico, chiamato «dissoluzione idrotermale ossidativa», che usa acqua e ossigeno ad alta temperatura e pressione per ridurre in pezzetti piccoli la plastica e gli scarti del mais. Solo quei pezzetti diventano il «cibo» dei lieviti.
  • «Un lievito». I lieviti sono più di uno, e ognuno ha un compito. Uno è il lievito di birra, modificato per produrre vanillina, l’aroma della vaniglia, dalle parti vegetali. Un altro trasforma l’etilenglicole che viene dal PET in beta-carotene, che il corpo usa per fare la vitamina A. Le specie esatte non sono indicate nelle fonti che ho trovato.
  • «Test di sicurezza superati». È la frase più forte e la meno solida. Gli autori scrivono che i dati «indicano» che i µBites sono sicuri. Non ho trovato un articolo scientifico con revisione tra pari che li mostri, né un’autorizzazione di un’autorità. È un’affermazione dei ricercatori, presentata a un congresso.
  • «Assaggi in attesa di autorizzazione». Questo è vero ed è il vero stato del lavoro: le prove di assaggio hanno bisogno dell’approvazione dell’ente che controlla gli studi sulle persone. Per ora hanno valutato solo l’odore: ha preso buoni voti e la maggior parte dei partecipanti ha detto che li mangerebbe in caso di scarsità di cibo.
  • «Fatto di plastica». Non solo. Fibra, amido e dolcificante vengono aggiunti a parte, e per ora non arrivano dalla plastica: il gruppo vuole farli produrre ai microbi in futuro.
  • «Per Marte». Il contesto è quello dello spazio profondo, ma gli stessi ricercatori parlano anche di sommergibili, zone colpite da disastri e, un giorno, basi sulla Luna o su Marte. Non c’è nessuna missione che li abbia scelti.
Schema in cinque passi: bottiglie, trattamento, brodo di molecole, lieviti, stampa e cottura
Il percorso dalla bottiglia al biscotto, come lo descrivono i ricercatori. Schema semplificato di sandrofeudo.com: i dettagli del trattamento non sono pubblici.
Bioreattore da laboratorio con lieviti in fermentazione
I lieviti lavorano in un bioreattore come questo. Immagine illustrativa generata per sandrofeudo.com, non una foto del progetto.

La chimica: da bottiglia a molecole utili

Il PET, la plastica di bottiglie d’acqua e bibite, è un polimero: una catena lunghissima in cui due molecole si ripetono a coppie. Sono l’acido tereftalico e il glicole etilenico (o etilenglicole), legati da un legame chiamato estere. Rompere quei legami con l’acqua si chiama idrolisi: a temperature e pressioni alte funziona, e la natura ha trovato un’altra strada.

Nel 2016 un gruppo giapponese ha scoperto, vicino a un impianto di riciclo di bottiglie a Sakai, un batterio, Ideonella sakaiensis, che si nutre di PET con due enzimi: la PETasi, che spezza il polimero in pezzi medi (MHET), e la MHETasi, che li divide in acido tereftalico e glicole etilenico. La scoperta è stata pubblicata sulla rivista Science (Yoshida e colleghi, 2016; spiegazione in Chemistry World). L’enzima agisce lentamente: su una sottile pellicola ci vogliono circa sei settimane.

Il gruppo di Carbondale non usa gli enzimi, ma la via «dura»: acqua, ossigeno, calore e pressione. Il metodo è descritto come riservato e gli articoli che ho letto non elencano i prodotti precisi che ne escono. Una cosa però si sa: il glicole etilenico finisce in un lievito che lo trasforma in beta-carotene. Dell’acido tereftalico non ho trovato notizie, e per me resta una domanda aperta (può darsi che il trattamento lo spezzi ancora, ma è una mia ipotesi, non un dato).

La frase del ricercatore riassume l’idea: la plastica è fatta di carbonio, e anche il cibo è fatto di carbonio. In teoria si può passare dall’uno all’altro. Altri gruppi di ricerca hanno già fatto lavorare un lievito, Yarrowia lipolytica, sul PET (per esempio uno studio con l’enzima PETasi), ma non c’è scritto che i µBites usino proprio quella specie. Non lo do per vero.

Come si stampa un biscotto

Qui entra la stampa 3D. Una stampante da cibo funziona come quella a filamento di casa, strato dopo strato, ma non scalda un filo di plastica: spinge fuori una pasta da una siringa o da una cartuccia, attraverso un ugello. Le fonti dicono solo che il composto di ingredienti dei lieviti, fibra, amido e dolcificante viene stampato e che, secondo 3Dnatives, i biscotti vengono poi scaldati nel microonde per fissare forma e consistenza. Modello della stampante, diametro dell’ugello e temperature non sono indicati.

Le differenze con il PLA, il filamento che conosci se stampi, sono grandi (queste sono considerazioni mie, di principio, non dati della ricerca):

  • Come si indurisce. Il PLA si scalda a circa 200 °C e si solidifica raffreddandosi. Una pasta di cibo esce a temperatura ambiente o appena tiepida e deve tenere la forma da sola: per questo contano amido e fibra, che la rendono densa, e la cottura finale.
  • La spinta. Il PLA viene spinto da un ingranaggio che morde il filo. Una pasta si spinge con uno stantuffo o con aria compressa, e la pressione dipende da quanto la pasta è densa.
  • L’ugello. Con il PLA l’ugello è da 0,4 mm; con una pasta serve un foro più largo, di solito di millimetri, perché altrimenti si intasa.
  • L’igiene. Il PLA lo puoi toccare. Un cibo no: serve una macchina che si pulisce davvero e materiali a contatto alimentare. Se vuoi ripassare estrusione, ugello e materiali, trovi tutto nella sezione Stampa 3D.

Un confronto in più, per chi si chiede se il cibo stampato abbia senso: ne parlo anche nell’articolo sulla carne stampata in 3D. E la stessa idea, strato dopo strato ma con cellule vive, è alla base della biostampa in medicina.

Sicurezza: cosa sappiamo e cosa no

Le domande giuste sono due. La prima: restano pezzi di plastica nel biscotto? Se il PET viene spezzato in molecole piccole e poi «digerito» dai lieviti, il prodotto finale non dovrebbe contenere plastica come tale: dovrebbe contenere proteine, grassi e vitamine. Ma «dovrebbe» è proprio il punto. Nelle fonti non ho trovato né misure di microplastiche né l’elenco delle sostanze residue (per esempio gli additivi delle bottiglie o i prodotti del trattamento). Non posso dire che ci siano problemi, e non posso dire che non ce ne siano.

La seconda: l’organismo li può digerire? Il lievito di birra è usato da secoli in cucina, ma un lievito modificato che cresce su un materiale di partenza strano è un’altra storia: è il motivo per cui esistono autorizzazioni, analisi sul prodotto finale e prove sulle persone, che qui sono ancora da fare.

Un dato di realtà: nelle fonti trovate il costo è di circa 60 dollari al chilo (Green Queen), e le informazioni nutrizionali pubblicate sono solo qualitative: «ricchi di proteine», con grassi e vitamina A. Nessuna tabella con calorie, proteine o grassi per cento grammi. Quindi non so dirti quanti biscotti servirebbero per un pasto.

Il viaggio verso Marte: perché il cibo è un problema di peso

Tre numeri: 7-10 mesi di viaggio, circa 26 mesi tra le finestre, circa 1,8 kg di cibo al giorno
I numeri del viaggio verso Marte. Elaborazione di sandrofeudo.com su dati NASA (fonti nell’elenco in fondo); il valore di 1,8 kg è una stima.

Qui mi viene in aiuto l’astronomia. Il viaggio dalla Terra a Marte, secondo la NASA, dura in genere da sette a dieci mesi con un percorso diretto: la sonda Mars Reconnaissance Orbiter ci ha messo circa sette mesi e mezzo, la sonda MAVEN circa dieci (NASA). La partenza non è libera: la Terra ci mette 365 giorni a girare intorno al Sole e Marte 687, quindi i due pianeti sono nella posizione giusta per un viaggio efficiente circa ogni 26 mesi. Se perdi la finestra devi aspettare: nel caso della sonda Perseverance, la NASA ha spiegato che altrimenti sarebbe rimasta ferma due anni (NASA Science). Per un equipaggio, una missione realistica con andata, permanenza e ritorno si conta in circa tre anni.

E il cibo? Nelle presentazioni di Michele Perchonok, del Johnson Space Center della NASA, il sistema alimentare attuale pesa circa 1,83 kg per astronauta al giorno, con la confezione, per 3000 calorie. Per una missione marziana di sei persone e 1095 giorni la stessa presentazione arriva a circa 12 mila chilogrammi di solo cibo (NASA NTRS, 2011; il valore di 1,83 kg l’ho ricontrollato il 23 ottobre 2026 aprendo le presentazioni NASA originali: compare in tre documenti NASA, per circa 3000 kcal al giorno e confezione compresa; un altro documento NASA del 2009 usa 1,82 kg). Il calcolo è semplice: 1,83 × 6 × 1095 = circa 12 023 kg.

Quanto costa mandare in alto quel peso? Una stima NASA, di Harry Jones del centro Ames, parla di circa 2720 dollari al chilo per portarlo in orbita bassa con un razzo Falcon 9 a pieno carico (NASA NTRS). Con quel prezzo, 12 mila kg di cibo sono circa 33 milioni di dollari solo per arrivare in orbita, senza contare la spinta in più per andare verso Marte, che è la parte dove ogni chilo pesa molto di più. È un calcolo mio con i numeri della fonte, e va preso come ordine di grandezza.

Ed ecco perché l’idea ha senso anche se i µBites oggi non sono pronti: su una missione lunga, gli astronauti avrebbero già con sé plastica (imballaggi, contenitori) e scarti di piante. Trasformarli in cibo non farebbe risparmiare il «tutto», ma potrebbe ridurre quello che serve portare da casa. Tuttavia ci sono limiti pesanti: serve energia, serve acqua, servono macchine che pesano. La domanda da fare non è «è possibile?», ma «quanto costa, in chili e in energia, farlo a bordo?». Per ora la risposta non c’è. A confronto, la sfida della NASA mette alla prova anche altre strade: coltivare piante e funghi, produrre cibo da gas, usare microbi (NASA, Deep Space Food Challenge). Per un panorama sul cielo e sui pianeti, c’è la sezione Astronomia; sul perché andare oltre la Luna è difficile, leggi l’articolo su Artemis.

Dove siamo davvero

  • Agosto 2026: presentazione al congresso della società di chimica americana, con i primi dati sull’odore.
  • Oggi: prototipo di laboratorio, costo di circa 60 dollari al chilo, assaggi ufficiali non ancora fatti perché mancano le approvazioni.
  • Il futuro: il ricercatore spera che siano disponibili al pubblico «entro pochi anni». È una speranza, non un risultato, e dipende da sicurezza, autorizzazioni e costi.

In sintesi

La parte vera: si può partire da plastica e scarti vegetali e arrivare a ingredienti fatti da lieviti, e poi stamparli. La parte da prendere con cautela: «sicuro» è ancora un’affermazione dei ricercatori, non un via libera. La parte falsa: che sia già un cibo per Marte o che si faccia con la sola plastica. Se il progetto ha un valore oggi, è quello di una domanda onesta: possiamo chiudere il cerchio, dove i rifiuti diventano risorse? Per ora la risposta è «forse», e un «forse» scritto bene vale più di un titolo gridato.

Non è un consiglio alimentare né medico: questi biscotti non sono in vendita e non vanno cercati.

Fonti

Sandro Feudo23 Ottobre 2026Chi sono →

Fine dell'articolo

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